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Indumenti da lavoro: quando sono DPI e chi paga?

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 10378/2023, ha stabilito che gli indumenti da lavoro forniti a un operatore ecologico devono essere considerati Dispositivi di Protezione Individuale (DPI), anche se privi di specifica certificazione. Ciò che conta è la loro funzione protettiva concreta contro i rischi per la salute. Di conseguenza, il datore di lavoro è obbligato a farsi carico della loro manutenzione e lavaggio, non potendo trasferire tale onere sul lavoratore.

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Pubblicato il 17 febbraio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Indumenti da Lavoro: Quando Sono DPI? La Cassazione Chiarisce gli Obblighi del Datore

Gli indumenti da lavoro sono un semplice accessorio o un vero e proprio strumento di tutela della salute? E se rientrano in questa seconda categoria, chi deve farsi carico del loro lavaggio e della loro manutenzione? Con la recente ordinanza n. 10378 del 18 aprile 2023, la Corte di Cassazione è tornata su questo tema cruciale nel diritto del lavoro, offrendo un’interpretazione estensiva e funzionale della nozione di Dispositivo di Protezione Individuale (DPI).

I Fatti del Caso: La Controversia sugli Abiti dell’Operatore Ecologico

Un lavoratore, impiegato come operatore ecologico, aveva citato in giudizio la propria azienda, una società di gestione dei rifiuti, chiedendo un risarcimento per l’inadempimento dell’obbligo di lavaggio e manutenzione degli abiti da lavoro forniti. Mentre il tribunale di primo grado aveva accolto la domanda del dipendente, la Corte d’Appello aveva ribaltato la decisione.

Secondo i giudici di secondo grado, gli indumenti forniti (tute, scarpe, guanti) non potevano essere qualificati come DPI. La loro tesi si basava su un’interpretazione restrittiva: per essere considerati DPI, gli equipaggiamenti devono possedere caratteristiche tecniche specifiche, certificate e commercializzate appositamente per proteggere da rischi ben definiti. Poiché gli abiti in questione non rispondevano a questi requisiti formali, la Corte d’Appello aveva escluso l’obbligo di manutenzione a carico del datore di lavoro.

Indumenti da Lavoro e DPI: La Decisione della Cassazione

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del lavoratore, cassando la sentenza d’appello e stabilendo principi fondamentali per la tutela della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro. Il ragionamento della Suprema Corte si fonda su una lettura ampia e finalistica della normativa.

La Nozione Funzionale di DPI prevale sul Formalismo

Il cuore della decisione risiede nell’interpretazione dell’art. 40 del D. Lgs. n. 626/1994 (normativa all’epoca vigente, poi confluita nel D.Lgs. 81/2008). La legge definisce DPI ‘qualsiasi attrezzatura destinata ad essere indossata e tenuta dal lavoratore allo scopo di proteggerlo contro uno o più rischi suscettibili di minacciarne la sicurezza o la salute’.

La Cassazione sottolinea come questa definizione non debba essere limitata alle sole attrezzature create e certificate per specifici rischi. Al contrario, va riferita a qualsiasi accessorio che, in concreto, costituisca una barriera protettiva, anche se minima, contro un rischio per la salute e la sicurezza. L’obiettivo primario è la tutela del bene fondamentale della salute, garantito dall’art. 32 della Costituzione e dall’art. 2087 del codice civile, che impone al datore di lavoro di adottare tutte le misure necessarie a proteggere l’integrità fisica dei prestatori di lavoro.

L’Obbligo di Manutenzione e Lavaggio degli Indumenti da Lavoro

Una volta stabilito che gli abiti dell’operatore ecologico, proteggendolo dal contatto con rifiuti e agenti biologici, sono a tutti gli effetti dei DPI, ne consegue un obbligo preciso per il datore di lavoro. Le norme (in particolare l’art. 43 del D.Lgs. 626/1994) prevedono che il datore debba non solo fornire i DPI, ma anche mantenerli in efficienza e assicurarne le condizioni d’igiene.

Questo implica necessariamente che il lavaggio non può essere delegato al lavoratore. Farlo significherebbe, da un lato, non garantire la piena efficienza protettiva dell’indumento e, dall’altro, esporre il lavoratore e i suoi familiari a un rischio di contaminazione nell’ambiente domestico. L’obbligo di pulizia è, quindi, un corollario indispensabile dell’obbligo di protezione.

le motivazioni
La Corte Suprema ha cassato la sentenza della Corte d’Appello perché quest’ultima ha adottato un’interpretazione eccessivamente restrittiva e formalistica della nozione di DPI. I giudici di merito avevano erroneamente escluso la qualifica di DPI per gli indumenti da lavoro solo perché non possedevano specifiche certificazioni tecniche, ignorando la loro funzione protettiva essenziale e concreta. La Cassazione ha ribadito che la valutazione deve basarsi sulla capacità effettiva dell’indumento di costituire una barriera contro i rischi presenti nell’ambiente di lavoro, come il contatto con agenti biologici e sostanze nocive nel settore della raccolta rifiuti. L’approccio della Corte d’Appello contrastava con il principio costituzionale di massima tutela della salute del lavoratore e con la giurisprudenza consolidata che privilegia la sostanza sulla forma.

le conclusioni
La decisione della Corte di Cassazione rafforza un principio cardine della sicurezza sul lavoro: la tutela della salute del lavoratore ha carattere prioritario e non può essere limitata da interpretazioni formali della normativa. Gli indumenti da lavoro che, di fatto, proteggono il dipendente da rischi specifici (biologici, chimici, fisici) devono essere considerati DPI a tutti gli effetti, indipendentemente dalla loro certificazione. Questo comporta l’obbligo per il datore di lavoro di farsi carico integralmente della loro fornitura, manutenzione e, soprattutto, del loro lavaggio, per garantirne l’efficacia protettiva e prevenire la diffusione di rischi anche in ambito extra-lavorativo.

Gli indumenti da lavoro sono sempre considerati Dispositivi di Protezione Individuale (D.P.I.)?
No, non sempre. Secondo la Corte, sono D.P.I. quegli indumenti che, in concreto, svolgono una funzione di protezione contro uno o più rischi per la salute e la sicurezza del lavoratore. Vengono esclusi gli ‘indumenti di lavoro ordinari e le uniformi non specificamente destinati a proteggere la sicurezza e la salute’, ovvero quelli che hanno solo una funzione di immagine aziendale o di mera preservazione degli abiti civili.

Chi è responsabile del lavaggio degli indumenti da lavoro qualificati come D.P.I.?
Il datore di lavoro. La Corte afferma che l’obbligo di mantenere i D.P.I. in stato di efficienza e di assicurarne le condizioni d’igiene è a carico del datore di lavoro. Essendo il lavaggio indispensabile per mantenere l’efficienza protettiva e igienica dell’indumento, esso non può essere delegato al lavoratore.

La qualificazione di un indumento come D.P.I. dipende dalla sua certificazione tecnica?
No. La Corte di Cassazione ha chiarito che la nozione legale di D.P.I. è ampia e funzionale. Deve essere riferita a qualsiasi attrezzatura che possa in concreto costituire una barriera protettiva, a prescindere dal fatto che sia stata appositamente creata e commercializzata con certificazioni tecniche specifiche per la protezione da determinati rischi.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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