Ordinanza di Cassazione Civile Sez. L Num. 10378 Anno 2023
Civile Ord. Sez. L Num. 10378 Anno 2023
Presidente: COGNOME NOME
Relatore: NOME COGNOME
Data pubblicazione: 18/04/2023
ORDINANZA
sul ricorso iscritto al n. 11718/2019 R.G. proposto da: COGNOME NOME, domiciliato ex lege in ROMA, INDIRIZZO, presso la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato NOME COGNOME;
– ricorrente –
contro
RAGIONE_SOCIALE, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in INDIRIZZO, INDIRIZZO, presso lo studio dell’avvocato NOME COGNOME, rappresentata e difesa dall’avvocato NOME COGNOME;
– controricorrente –
avverso la SENTENZA della CORTE D’APPELLO di CAGLIARI n. 365/2018, depositata il 12/12/2018, R.G.N. 316/2017; udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 02/02/2023 dal AVV_NOTAIO.
RILEVATO CHE
La Corte d’Appello di Cagliari, con sentenza n. 365/2018, in accoglimento dell’impugnazione proposta da RAGIONE_SOCIALE e in riforma della sentenza di primo grado, ha respinto la domanda di NOME COGNOME di condanna di parte datoriale al risarcimento dei danni da inadempimento dell’obbligo di lavaggio e manutenzione dei dispositivi di protezione individuale (D.P.I.);
la Corte territoriale, richiamata la definizione di D.P.I. dettata dall’art. 40, comma 1, D. Lgs. n. 626 del 1994, (” qualsiasi attrezzatura destinata ad essere indossata e tenuta dal lavoratore allo scopo di proteggerlo contro uno o più rischi suscettibili di minacciarne la sicurezza o la salute durante il lavoro, nonché ogni complemento o accessorio destinato a tale scopo “), nonché le previsioni di cui al D. Lgs. n. 475 del 1992, ha precisato come dispositivi di protezione individuale fossero solo quelli aventi, secondo valutazioni tecnico-scientifiche, la funzionalità tipica di protezione dai rischi per la salute e la sicurezza e che rispondessero ai requisiti normativamente dettati per la relativa realizzazione e commercializzazione; ha escluso che gli indumenti da lavoro forniti dalla società datoriale potessero essere qualificati D.P.I., in quanto non destinati a forn ire un’adeguata protezione dai rischi di contatto con sostanze nocive o agenti patogeni; ha ritenuto non rilevante che la società appellante fosse classificabile come industria insalubre o meno, ai fini del problema di causa, ossia se le divise di lavoro siano o no dispositivi individuali di protezione ai sensi degli artt. 40 ss. D. Lgs. n. 626/1994, poi trasfusi negli artt. 74 ss. D.lgs. n. 81/008;
avverso tale sentenza il lavoratore ha proposto ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi, cui ha resistito con controricorso la società; entrambe le parti hanno depositato memoria;
CONSIDERATO CHE
con il primo motivo di ricorso, il lavoratore censura la sentenza, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c., per violazione e falsa applicazione del D. Lgs. n. 626 del 1994 e dell’art. 216, T.U. n. 1265 del 1934, per aver escluso che la RAGIONE_SOCIALE fosse classificabile come impresa insalubre di prima classe;
col secondo motivo, denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., nonché omesso esame di un punto decisivo della controversia, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 5 c.p.c., per avere la Corte d’appello erroneamente escluso il rischio alla salute, certificato dalle relazioni dell’RAGIONE_SOCIALE, cui erano esposti i lavoratori per il contatto con i rifiuti solidi urbani e per il lavaggio nella propria abitazione degli indumenti usati durante l’attività lavorativa ed avere affermato che il rischio di infezione potesse avvenire solo tramite contatto con le mani e inalazione; richiama il verbale ispettivo del 4.8.2005 che aveva evidenziato l’esistenza, nel settore della raccolta e dello stoccaggio dei rifiuti solidi urbani, di un rischio di esposizione degli addetti ad agenti microbiologici, con particolare riferimento al virus dell’epatite B (HBV), e con pericolo di contatto, specie per alcune mansioni come quelle dei porta-sacchi, riguardante varie parti del corpo tra cui mani, braccia, gambe;
col terzo motivo, il ricorrente deduce, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c., violazione e falsa applicazione degli artt. 2087 c.c., 40, D. Lgs. n. 626 del 1994; 1, comma 2, D. Lgs. n. 475 del 1992; 379 del D.P.R. n. 547 del 1955, 43, comma 4, D. Lgs. n. 626 del 1994, 4, D. Lgs. n. 626 del 1994; dell’art. 67, comma 2, lett. a) c.c.n.l. 30.4.2003, per avere la sentenza impugnata affermato che gli indumenti forniti ai lavoratori per lo svolgimento della prestazione non svolgono alcuna funzione protettiva e quindi non possono essere classificati come D.P.I.;
col quarto motivo, deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. e dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360,
comma 1, n. 5 c.p.c., per omesso esame di un punto decisivo della controversia, per avere la Corte d’appello erroneamente disatteso che tra gli indumenti forniti dall’azienda al lavoratore fossero ricomprese le scarpe, i guanti e la pettina alta visibilità che nel D.V.R. aziendale erano classificati D.P.I.;
il secondo ed il terzo motivo di ricorso, che si trattano in via prioritaria ed unitariamente per ragioni di ordine logico, sono fondati nei limiti di seguito esposti e in continuità con l’indirizzo espresso da questa Corte, in fattispecie pressoché identiche (cfr. ordinanze nn. 16749, 17132, 17354, 20206, 20207, 20208, 26025, 26026, 26217, 26218, 32382, 32695, 33133, 32253 del 2019, 5648 del 2020), secondo cui, in tema di tutela delle condizioni di igiene e sicurezza dei luoghi di lavoro, la nozione legale di Dispositivi di Protezione Individuale (D.P.I.) non deve essere intesa come limitata alle attrezzature appositamente create e commercializzate per la protezione di specifici rischi alla salute in base a caratteristiche tecniche certificate, ma va riferita a qualsiasi attrezzatura, complemento o accessorio che possa in concreto costituire una barriera protettiva rispetto a qualsiasi rischio per la salute e la sicurezza del lavoratore, in conformità con l’art. 2087 c.c.; ne consegue la configurabilità a carico del datore di lavoro di un obbligo di continua fornitura e di mantenimento in stato di efficienza degli indumenti di lavoro inquadrabili nella categoria dei D.P.I.;
deve essere, in primo luogo, ricordato che, ai sensi dell’art. 40, D. Lgs. n. 626 del 1994, recante attuazione delle direttive 89/391/CEE, 89/654/CEE, 89/655/CEE, 89/656/CEE, 90/269/CEE, 90/270/CEE, 90/394/CEE e 90/679/CEE riguardanti il miglioramento della sicurezza e della salute dei lavoratori sul luogo di lavoro: ” 1. Si intende per dispositivo di protezione individuale qualsiasi attrezzatura destinata ad essere indossata e tenuta dal lavoratore allo scopo di proteggerlo contro uno o più rischi suscettibili di minacciarne la sicurezza o la salute durante il lavoro,
nonché ogni complemento o accessorio destinato a tale scopo. 2. Non sono dispositivi di protezione individuale: a) gli indumenti di lavoro ordinari e le uniformi non specificamente destinati a proteggere la sicurezza e la salute del lavoratore; … “;
tale previsione si pone in continuità con quelle di cui al D.P.R. n. 547 del 1955; ai sensi dell’art. 377, relativo a ” Mezzi personali di protezione “: “il datore di lavoro, fermo restando quanto specificatamente previsto in altri articoli del presente decreto, deve mettere a disposizione dei lavoratori mezzi personali di protezione appropriati ai rischi inerenti alle lavorazioni ed operazioni effettuate, qualora manchino o siano insufficienti i mezzi tecnici di protezione. -I detti mezzi personali di protezione devono possedere i necessari requisiti di resistenza e di idoneità nonché essere mantenuti in buono stato di conservazione “; secondo l’art. 379 relativo agli ” Indumenti di protezione “: ” Il datore di lavoro deve, quando si è in presenza di lavorazioni, o di operazioni o di condizioni ambientali che presentano pericoli particolari non previsti dalle disposizioni del Capo 3 del presente Titolo (art. 366 ss.), mettere a disposizione dei lavoratori idonei indumenti di protezione “;
l’art. 40 cit. è stato poi sostituito dall’art. 74, D. Lgs. n. 81 del 2008, che ne ricalca interamente il testo;
il D. Lgs. n. 626 del 1994, all’art. 4, comma 5, prevede che ” il datore di lavoro adotta le misure necessarie per la sicurezza e la salute dei lavoratori e, in particolare (…) lett. d) fornisce ai lavoratori i necessari e idonei dispositivi di protezione individuale, sentito il responsabile del servizio di prevenzione e protezione “;
l’interpretazione data dalla Corte di merito al citato art. 40, volta a far coincidere i D.P.I. con le attrezzature formalmente qualificate come tali in ragione della conformità a specifiche caratteristiche tecniche di realizzazione e commercializzazione, non tiene adeguatamente conto del tenore letterale delle disposizioni richiamate e, soprattutto, della finalità delle stesse, di tutela della
salute quale diritto fondamentale (art. 32 Cost.); l’espressione adoperata dall’art. 40 cit., che fa riferimento a ” qualsiasi attrezzatura ” nonché ad ” ogni complemento o accessorio ” destinati al fine di proteggere il lavoratore ” contro uno o più rischi suscettibili di minacciarne la sicurezza e la salute durante il lavoro “, deve essere intesa nella più ampia latitudine proprio in ragione della finalizzazione a tutela del bene primario della salute e dell’ampiezza della protezione garantita dall’ordinamento, attraverso non solo disposizioni che pongono specifici obblighi di prevenzione e protezione a carico del datore di lavoro, ma anche attraverso la norma di chiusura di cui all’art. 2087 c.c.;
lo stesso D. Lgs. n. 81 del 2008 (seppure non applicabile ratione temporis ) contiene nell’allegato VIII un ” Elenco ” espressamente definito ” indicativo e non esauriente delle attrezzature di protezione individuale “, che costituisce la conferma del contenuto necessariamente aperto della categoria dei mezzi di protezione e quindi della correttezza della sola interpretazione in grado di salvaguardare l’ampiezza dell’obbligo di tutela posto anche dalle disposizioni in esame;
da tali premesse discende come la previsione dell’art. 43, commi 3 e 4, D. Lgs. n. 626 del 1994, secondo cui ” 3. Il datore di lavoro fornisce ai lavoratori i DPI (dispositivi di protezione individuale) conformi ai requisiti previsti dall’art. 42 e dal decreto di cui all’art. 45, comma 2; 4. Il datore di lavoro: – a) mantiene in efficienza i DPI (dispositivi di protezione individuale) e ne assicura le condizioni d’igiene, mediante la manutenzione, le riparazioni e le sostituzioni necessarie (…) ‘, non possa essere letta in senso limitativo del contenuto e del novero dei D.P.I., come ha fatto la Corte d’Appello, bensì quale previsione di un ulteriore obbligo di carattere generale, posto a carico del datore di lavoro, di adeguatezza dei D.P.I. e di manutenzione dei medesimi;
parimenti non rilevante è la circostanza della previsione o meno degli specifici D.P.I. nell’ambito del documento di valutazione dei
rischi, atteso che l’obbligo posto dall’art. 4, comma 5 del D. Lgs. n. 626 del 1994 di fornire ai lavoratori i necessari e idonei dispositivi di protezione individuale, costituisce un precetto al quale il datore di lavoro è tenuto a conformarsi a prescindere dal fatto che il loro utilizzo sia specificamente contemplato nel documento di valutazione dei rischi, confezionato dal medesimo datore di lavoro (in tal senso, con riferimento alla omologa previsione di cui all’art. 18, lett. d), D. Lgs. n. 81 del 2008, cfr. Cass. pen. n. 13096 del 2017); la categoria dei D.P.I. deve essere quindi definita in ragione della concreta finalizzazione delle attrezzature, degli indumenti e dei complementi o accessori alla protezione del lavoratore dai rischi per la salute e la sicurezza esistenti nelle lavorazioni svolte, a prescindere dalla espressa qualificazione in tal senso da parte del documento di valutazione dei rischi e dagli obblighi di fornitura e manutenzione contemplati nel contratto collettivo;
da questo punto di vista appare coerente la distinzione che l’art. 40 cit. pone tra ciò che integra un D.P.I. e ciò che non è tale; in particolare, la lett. a) del comma 2 esclude che costituiscano D.P.I. ” gli indumenti di lavoro ordinari e le uniformi non specificamente destinati a proteggere la sicurezza e la salute del lavoratore “, vale a dire gli indumenti che in nessun modo sono correlati alla finalità di protezione da un rischio per la salute, e che assolvono unicamente alla funzione di uniforme aziendale o di preservare gli abiti civili;
in tal senso si è espressa la circolare del Ministero del Lavoro n. 34 del 1999 (che non costituisce fonte del diritto, ma presupposto chiarificatore della posizione espressa dall’Amministrazione su un determinato oggetto, cfr. Cass. n. 7889 del 2011, n. 23042 del 2012, n. 1577 del 2014, n. 280 del 2016) che ha elencato le diverse funzioni a cui possono assolvere gli indumenti di lavoro, in particolare: a) elemento distintivo di appartenenza aziendale, ad esempio uniformi o divise; b) mera preservazione degli abiti civili dalla ordinaria usura connessa all’espletamento dell’attività
lavorativa; c) protezione da rischi per la salute e la sicurezza; la circolare ha specificato che: ” in quest’ultimo caso gli indumenti rientrano nei dispositivi di sicurezza che assolvono alla funzione di protezione dai rischi, ai sensi dell’art. 40 del Decreto Legislativo 19 settembre 1994 n. 626. Rientrano, ad esempio, tra i D.P.I. … gli indumenti per evitare il contatto con sostanze nocive, tossiche, corrosive o con agenti biologici ecc .”;
questa Corte ha più volte affermato, anche sotto il vigore del D. Lgs. n. 626 del 1994, come in tema di tutela delle condizioni di igiene e sicurezza dei luoghi di lavoro, ed in particolare di fornitura ai lavoratori di indumenti, alla stregua della finalità della disciplina normativa apprestata dal legislatore, per ” indumenti di lavoro specifici ” si debbono intendere le divise o gli abiti aventi la funzione di tutelare l’integrità fisica del lavoratore nonché quegli altri indumenti, essenziali in relazione a specifiche e peculiari funzioni, volti ad eliminare o quanto meno a ridurre i rischi ad esse connessi (come la tuta ignifuga del vigile del fuoco), oppure a migliorare le condizioni igieniche in cui viene a trovarsi il lavoratore nello svolgimento delle sue incombenze, onde scongiurare il rischio potenziale di contrarre malattie, come appunto deve reputarsi per la divisa dell’operatore ecologico (cfr. Cass. n. 11071 del 2008; nello stesso senso Cass. n. 23314 del 2010);
con particolare riferimento agli operatori ecologici, addetti alla raccolta dei rifiuti, questa Corte ha sempre affermato l’obbligo datoriale di manutenzione e lavaggio degli indumenti da lavoro sul presupposto, fattuale e logico, della qualificazione degli indumenti medesimi come dispositivi di protezione individuale; si è precisato come l’idoneità degli indumenti di protezione che il datore di lavoro deve mettere a disposizione dei lavoratori – a norma del D.P.R. n. 547 del 1955, art. 379 fino alla data di entrata in vigore del D. Lgs. n. 626 del 1994 e ai sensi dell’art. 40, art. 43, commi 3 e 4, di tale decreto, per il periodo successivo – deve sussistere non solo nel momento della consegna degli indumenti stessi, ma anche durante
l’intero periodo di esecuzione della prestazione lavorativa; le norme suindicate, infatti, finalizzate alla tutela della salute quale oggetto di autonomo diritto primario assoluto (art. 32 Cost.), solo nel suddetto modo conseguono il loro specifico scopo che, nella concreta fattispecie, è quello di prevenire l’insorgenza e il diffondersi d’infezioni; ne consegue che, essendo il lavaggio indispensabile per mantenere gli indumenti in stato di efficienza, esso non può non essere a carico del datore di lavoro, quale destinatario dell’obbligo previsto dalle citate disposizioni (cfr. Cass. n. 11139 del 1998, n. 22929 del 2005, n. 14712 del 2006, n. 22049 del 2006, n. 18573 del 2007, n. 11729 del 2009, n. 16495 del 2014, n. 8585 del 2015, n. 18674 del 2015);
sulla base del quadro normativo in materia di protezione della sicurezza e della salute dei lavoratori, di rilievo costituzionale nonché attuativo delle direttive europee (a partire dalla direttiva quadro 89/391/CE) e delle convenzioni internazionali, incentrato sull’obbligo di prevenzione quale insieme di ” disposizioni o misure adottate o previste in tutte le fasi dell’attività lavorativa per evitare o diminuire i rischi professionali nel rispetto della salute della popolazione e dell’integrità dell’ambiente esterno ” (art. 2, lett. g), D. Lgs. n. 626 del 1994), la giurisprudenza di legittimità ha collegato l’obbligo di fornitura e manutenzione dei D.P.I. all’idoneità, seppur minima, dei medesimi di ridurre i rischi legati allo svolgimento dell’attività lavorativa, costituendo specifico obbligo datoriale quello di porre in essere tutte le misure necessarie per garantire la salute e sicurezza dei lavoratori e quindi per prevenire, con specifico riferimento agli operatori ecologici, l’insorgere e la diffusione di infezioni in danno dei medesimi e dei loro familiari, a cui il rischio si estenderebbe in caso di lavaggio degli indumenti da lavoro in ambito domestico;
la sentenza impugnata ha dato atto dell’esito del sopralluogo effettuato dall’RAGIONE_SOCIALE il 4.8.2005 che aveva individuato l’esistenza, nel settore della raccolta dei rifiuti svolta dalla società, di un rischio
infettivo, più esattamente di un rischio da contatto con sostanze tossiche, nocive ed agenti biologici; la Corte di merito, nonostante l’accertamento sulla esistenza di rischi, specie di natura infettiva, per la salute dei lavoratori impegnati nell’attività di raccolta dei rifiuti, rischi legati al possibile contatto con sostanze nocive, tossiche o corrosive, ha escluso la qualificazione degli indumenti forniti dalla società come RAGIONE_SOCIALE. sul rilievo che gli stessi non possedessero una specifica funzionalità protettiva desumibile da caratteristiche tecniche dettate per la loro realizzazione e commercializzazione, e ciò nonostante non risultassero adottati altri strumenti in grado di fronteggiare il rischio pacificamente accertato, cosicché le tute rappresentavano per gli operatori ecologici l’unico schermo di protezione in concreto utilizzabile contro il possibile contatto con sostanze nocive per la salute;
in tal modo la sentenza impugnata è incorsa nel denunciato vizio di violazione di legge avendo interpretato l’art. 40, comma 1, D. Lgs. n. 626 del 1994, e la nozione legale di D.P.I. come limitata alle attrezzature appositamente create e commercializzate per la protezione di specifici rischi alla salute in base a caratteristiche tecniche certificate; laddove la disposizione suddetta, per l’ampio tenore letterale della previsione e la precipua finalità di tutela di beni fondamentali del lavoratore, deve essere letta, in conformità alla giurisprudenza di questa Corte, nel senso di includere nella categoria dei D.P.I. qualsiasi attrezzatura, complemento o accessorio che possa in concreto costituire una barriera protettiva, sia pure ridotta o limitata, rispetto a qualsiasi rischio per la salute e la sicurezza del lavoratore, ai fini dell’adempimento datoriale all’obbligo, posto dall’art. 4, comma 5, D. Lgs. n. 626 del 1994;
l’accoglimento, per i motivi di cui sopra e per quanto di ragione, del secondo e terzo motivo di ricorso porta a ritenere assorbiti il primo e il quarto motivo;
la sentenza impugnata deve essere pertanto cassata, in relazione ai motivi accolti, con rinvio, anche per le spese del presente
giudizio di cassazione, alla Corte d’Appello indicata in dispositivo, che provvederà ad un riesame della fattispecie attenendosi ai principi sopra enunciati;
P.Q.M.
La Corte accoglie il secondo e terzo motivo di ricorso, assorbiti gli altri.
Cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia alla Corte d’Appello di Cagliari -sezione distaccata di Sassari, anche per le spese.
Così deciso nella Adunanza camerale del 2 febbraio 2023.