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Indennità di posizione: no all’aumento in comando

Un dipendente pubblico, temporaneamente assegnato a una struttura straordinaria per un’emergenza, ha richiesto l’indennità di posizione più elevata prevista dall’ente di destinazione. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che il diritto a tale trattamento economico sorge solo in caso di una netta e chiara separazione tra l’amministrazione di appartenenza e quella di destinazione, requisito assente nel caso specifico poiché la struttura operava all’interno della stessa amministrazione del lavoratore.

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Pubblicato il 17 gennaio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Indennità di Posizione e Comando: Quando Non Scatta l’Aumento?

Il tema della retribuzione dei dipendenti pubblici in caso di assegnazione temporanea ad altre amministrazioni è fonte di costante dibattito. Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha chiarito un aspetto fondamentale riguardante l’indennità di posizione, specificando le condizioni necessarie per aver diritto al trattamento economico dell’ente di destinazione. La pronuncia sottolinea l’importanza di una netta separazione tra le amministrazioni coinvolte, un criterio che può fare la differenza per il lavoratore.

I Fatti del Caso

Un dipendente del Ministero dell’Interno, in servizio presso una Prefettura, era stato temporaneamente assegnato a una “Struttura straordinaria” creata per fronteggiare un’emergenza territoriale. Tale struttura, pur facendo capo alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, era stata costituita fisicamente presso la stessa Prefettura di appartenenza del lavoratore. Il dipendente, ritenendo di essere in una posizione di “comando” o “distacco”, ha richiesto il pagamento dell’indennità di posizione nella misura, più favorevole, prevista dal contratto collettivo della Presidenza del Consiglio dei Ministri anziché quella del comparto Ministeri.

Mentre il Tribunale di primo grado gli aveva dato ragione, la Corte d’Appello aveva ribaltato la decisione, respingendo la domanda. Il lavoratore ha quindi presentato ricorso in Cassazione.

La Decisione della Corte e l’indennità di posizione

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del dipendente, confermando la decisione della Corte d’Appello, sebbene con una motivazione parzialmente corretta. Il punto centrale della decisione non risiede nella natura emergenziale dell’incarico, ma in un presupposto logico e giuridico fondamentale.

L’assenza di netta separazione tra Amministrazioni

Il cuore della motivazione della Suprema Corte è la constatazione che, nel caso di specie, mancava una chiara e netta separazione tra l’amministrazione datrice di lavoro (Ministero dell’Interno tramite la Prefettura) e quella di assegnazione. La Struttura straordinaria, infatti, era stata istituita presso la Prefettura di Napoli e il provvedimento di assegnazione era stato adottato proprio dal Prefetto.

Questa contiguità organizzativa e logistica ha impedito di configurare un vero e proprio “comando” verso un’entità amministrativa terza e distinta. Secondo la Corte, il presupposto per l’applicazione delle norme che garantiscono il trattamento economico dell’ente di destinazione è proprio l’esistenza di due soggetti giuridici ben separati, condizione che qui non si è verificata.

L’atipicità dell’assegnazione e il trattamento economico

Un altro elemento valorizzato dalla Corte è stata la modalità concreta di impiego del dipendente. L’assegnazione non comportava un trasferimento totale delle sue funzioni, ma piuttosto un’utilizzazione parziale, focalizzata principalmente sullo svolgimento di lavoro straordinario remunerato in modo specifico. Questo ha ulteriormente rafforzato la tesi secondo cui non si trattava di un comando classico, ma di una forma di collaborazione atipica interna alla sfera della stessa amministrazione. Di conseguenza, non vi era fondamento per rivendicare l’applicazione di un diverso e più vantaggioso contratto collettivo per l’indennità di posizione.

Le Motivazioni

La Corte di Cassazione ha motivato la sua decisione chiarendo che le norme legali e contrattuali invocate dal ricorrente (come gli artt. 56 e 57 del T.U. sul pubblico impiego e i CCNL di riferimento) presuppongono un passaggio temporaneo del lavoratore da un’amministrazione a un’altra, nettamente distinta. Nel caso esaminato, il fatto che il Prefetto (organo del Ministero dell’Interno) avesse assegnato un proprio dipendente a una struttura operante nei suoi stessi uffici, seppur formalmente legata a un’altra entità, ha fatto venir meno questo requisito essenziale.

La Corte ha specificato che, sebbene lo stato di emergenza consenta procedure in deroga, ciò non elimina la necessità di applicare la disciplina generale dei rapporti di lavoro, a meno che le peculiarità del caso non incidano sulle caratteristiche essenziali del rapporto stesso. In questa vicenda, l’assenza di separazione tra gli enti è stata considerata una peculiarità tale da escludere l’applicabilità delle regole sul trattamento economico del comando.

Le Conclusioni

La sentenza stabilisce un principio di diritto importante: per ottenere l’indennità di posizione dell’amministrazione di destinazione, non è sufficiente una formale assegnazione temporanea. È indispensabile che tale assegnazione avvenga verso un’amministrazione chiaramente distinta e separata da quella di appartenenza. In assenza di tale separazione, come nel caso di strutture speciali operanti all’interno della stessa sede dell’ente di origine, il dipendente non può rivendicare il trattamento economico più favorevole previsto dal contratto collettivo dell’ente di destinazione.

Un dipendente pubblico in comando ha sempre diritto all’indennità di posizione dell’ente di destinazione?
No. Secondo la sentenza, questo diritto sorge solo quando l’assegnazione avviene verso un’amministrazione nettamente separata e distinta da quella di appartenenza. Se questa separazione non è chiara, il diritto può essere negato.

Cosa succede se la struttura di destinazione è situata presso la stessa amministrazione di appartenenza del lavoratore?
La Corte ha stabilito che se la struttura di destinazione opera all’interno della stessa amministrazione di origine del dipendente (in questo caso, presso la Prefettura), viene a mancare il presupposto della netta separazione tra enti. Di conseguenza, non si configura un vero e proprio comando che giustifichi l’adeguamento dell’indennità di posizione.

Lo stato di emergenza giustifica una deroga completa alle regole sul trattamento economico dei dipendenti?
No. La Corte ha chiarito che lo stato di emergenza può consentire procedure di assegnazione del personale in deroga (più rapide o flessibili), ma non implica automaticamente una deroga alle norme che regolano il trattamento economico, le quali continuano ad applicarsi secondo i loro presupposti generali, come la separazione tra le amministrazioni.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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