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Giustificato motivo oggettivo: quando è legittimo

La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di un licenziamento per giustificato motivo oggettivo, basato su una riorganizzazione aziendale che ha reso superflua la posizione di un quadro. La Corte ha ritenuto che la motivazione del recesso fosse complessa, includendo sia la nuova strategia di mercato sia le difficoltà economiche dell’azienda, e che l’onere della prova del repêchage fosse stato assolto.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Giustificato Motivo Oggettivo: La Cassazione Conferma il Licenziamento per Riorganizzazione Aziendale

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 18051/2024, è tornata a pronunciarsi su un tema centrale del diritto del lavoro: il licenziamento per giustificato motivo oggettivo. La decisione offre importanti chiarimenti sui requisiti di legittimità del recesso datoriale quando questo è fondato su una riorganizzazione aziendale, anche in presenza di difficoltà economiche. Analizziamo nel dettaglio la vicenda e i principi affermati dai giudici.

I Fatti del Caso: Dalla Riorganizzazione al Licenziamento

Il caso riguarda un dipendente con la qualifica di Quadro, impiegato dal 1985 presso un’azienda operante nel settore della moda. Nel luglio 2019, l’azienda gli intimava il licenziamento per giustificato motivo oggettivo. La ragione addotta era una nuova strategia di mercato che prevedeva la vendita dei prodotti esclusivamente tramite la rete di negozi monomarca e il canale e-commerce.

Questa scelta strategica aveva, secondo l’azienda, ridotto drasticamente le funzioni dell’ufficio acquisti centrale, dove il lavoratore operava, rendendone il mantenimento antieconomico. Le mansioni residue erano state riassorbite dalla direzione aziendale. La lettera di licenziamento menzionava anche perdite di bilancio significative e la mancata accettazione da parte del lavoratore di una proposta di modifica delle mansioni e riduzione dell’orario di lavoro.

Mentre il tribunale di primo grado aveva dichiarato illegittimo il licenziamento, la Corte d’Appello ribaltava la decisione, accogliendo il reclamo della società e ritenendo valido il recesso.

La decisione della Corte sul giustificato motivo oggettivo e i motivi di ricorso

Il lavoratore ha impugnato la sentenza d’appello dinanzi alla Corte di Cassazione, sollevando sei motivi di ricorso. Tra questi, spiccavano la presunta violazione del diritto di difesa per l’utilizzo di documenti prodotti tardivamente, l’erronea valutazione delle prove e, soprattutto, il fatto che la Corte d’Appello avesse considerato le perdite economiche, non esplicitate come causa principale nella lettera di licenziamento.

Il ricorrente sosteneva che il motivo del recesso fosse unicamente la riorganizzazione aziendale e non la crisi economica, e che la Corte avesse illegittimamente ampliato le ragioni poste a base del licenziamento. Contestava inoltre la logicità della decisione, dato che le sue mansioni riguardavano sia le vendite multibrand (dismesse) sia quelle monomarca (potenziate), e lamentava una carenza di motivazione sull’impossibilità di un suo repêchage in altre posizioni.

Le motivazioni

La Corte di Cassazione ha respinto integralmente il ricorso, confermando la legittimità del licenziamento. I giudici hanno chiarito diversi punti fondamentali.

In primo luogo, hanno stabilito che la motivazione del licenziamento, come descritta nella lettera, doveva essere interpretata come “complessa”. Essa includeva non solo la nuova strategia di mercato, ma anche le conseguenti difficoltà economiche che rendevano insostenibile il mantenimento dell’ufficio acquisti nella sua forma originaria. La riorganizzazione e l’esigenza di contenimento dei costi non erano due elementi separati, ma due facce della stessa medaglia.

In secondo luogo, la Corte ha ritenuto che il cambio di strategia avesse effettivamente svuotato di contenuto le mansioni del lavoratore. La transizione verso un modello di vendita diretta (retail ed e-commerce) aveva semplificato drasticamente la fase di trattativa con i fornitori, che costituiva il nucleo dell’attività del dipendente. Le sue competenze non erano più indispensabili né funzionali al nuovo assetto organizzativo.

Infine, riguardo all’obbligo di repêchage, la Cassazione ha confermato che la Corte d’Appello aveva correttamente verificato che l’azienda avesse adempiuto al proprio onere. Le prove dimostravano che le mansioni residue erano state redistribuite tra il personale già in servizio e che non vi erano state nuove assunzioni in ruoli compatibili con il profilo del lavoratore licenziato. Anzi, anche un altro collega del medesimo ufficio era stato contestualmente licenziato, a riprova della effettiva soppressione della funzione.

Le conclusioni

Questa ordinanza ribadisce un principio consolidato: il licenziamento per giustificato motivo oggettivo è legittimo se fondato su ragioni inerenti all’attività produttiva e all’organizzazione del lavoro che siano effettive e non pretestuose. La decisione del datore di lavoro è insindacabile nel merito, purché sia dimostrato il nesso causale tra la riorganizzazione e la soppressione del posto di lavoro. La sentenza sottolinea inoltre che la motivazione del licenziamento può essere complessa, legando la riorganizzazione all’esigenza di riduzione dei costi, e che l’onere di provare l’impossibilità del repêchage può essere assolto dimostrando la redistribuzione delle mansioni a personale già in forza.

Un licenziamento per giustificato motivo oggettivo può basarsi sia su una riorganizzazione che su difficoltà economiche?
Sì, la Corte di Cassazione ha chiarito che la motivazione del recesso può essere “complessa”, includendo sia la nuova strategia di mercato sia le difficoltà economiche che rendono antieconomico il mantenimento di una certa posizione, considerandoli aspetti interconnessi della stessa decisione aziendale.

Come può il datore di lavoro dimostrare di aver adempiuto all’obbligo di repêchage?
Il datore di lavoro può dimostrarlo provando che le mansioni del lavoratore licenziato sono state effettivamente soppresse e ridistribuite tra i dipendenti già in servizio, e che non sono state effettuate nuove assunzioni per posizioni compatibili con il profilo professionale del dipendente licenziato.

Le difficoltà economiche dell’azienda devono essere la causa principale indicata nella lettera di licenziamento per essere considerate valide?
Non necessariamente. Secondo la Corte, se la lettera di licenziamento fa riferimento a una riorganizzazione che rende un ufficio “antieconomico” e con “costi importanti”, questo è sufficiente per includere le ragioni di crisi e contenimento dei costi nella motivazione complessiva, anche se la causa primaria indicata è il cambio di strategia aziendale.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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