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Fondo di Garanzia INPS: la conciliazione non salva gli stipendi

Quattro lavoratrici hanno chiesto l’intervento del Fondo di Garanzia INPS per ottenere il pagamento delle ultime tre mensilità di stipendio dopo la cessazione del rapporto di lavoro. La Corte d’Appello ha rigettato la domanda perché l’azione giudiziaria era stata avviata oltre il termine di dodici mesi previsto dalla legge. Le lavoratrici sostenevano che il termine dovesse decorrere dalla data di presentazione della richiesta di tentativo di conciliazione obbligatorio. La Corte di Cassazione ha invece rigettato il ricorso, stabilendo che il tentativo di conciliazione ha natura stragiudiziale e non equivale a un’iniziativa giudiziaria. Di conseguenza, le mensilità non rientravano nel periodo coperto dalla garanzia.

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Pubblicato il 9 luglio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Il recupero degli stipendi arretrati e il ruolo del Fondo di Garanzia INPS

Il recupero delle ultime mensilità di stipendio in caso di insolvenza del datore di lavoro rappresenta una tutela fondamentale per i lavoratori. In queste situazioni interviene il Fondo di Garanzia INPS, uno strumento istituito proprio per pagare i crediti di lavoro rimasti insoluti. Tuttavia, l’accesso a questa tutela è soggetto a rigidi limiti temporali stabiliti dalla legge. Molti lavoratori ritengono che l’avvio di una qualsiasi procedura, anche amichevole, sia sufficiente per bloccare i termini di decadenza. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione fa chiarezza su questo delicato aspetto, stabilendo confini molto precisi tra le attività svolte fuori dal tribunale e le vere e proprie azioni legali.

Il tentativo di conciliazione non salva i termini del Fondo di Garanzia INPS

La vicenda nasce dal ricorso di quattro lavoratrici che chiedevano il pagamento delle ultime tre mensilità di stipendio. Il loro rapporto di lavoro era cessato e la società datrice di lavoro era stata successivamente cancellata dal registro delle imprese. Per ottenere le somme, le lavoratrici si erano rivolte al Fondo di Garanzia INPS. L’istituto previdenziale aveva però rifiutato il pagamento, sostenendo che le mensilità richieste non rientravano nel periodo di copertura annuale previsto dalla legge. Le lavoratrici avevano avviato un tentativo obbligatorio di conciliazione prima di agire in giudizio. Secondo la loro tesi, questo tentativo stragiudiziale doveva essere considerato come l’atto di inizio per il calcolo a ritroso dei dodici mesi di garanzia. I giudici di merito hanno respinto questa interpretazione, spingendo le lavoratrici a ricorrere in Cassazione.

Le motivazioni: perché la conciliazione stragiudiziale non è un’azione giudiziaria

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso delle lavoratrici confermando la decisione dei giudici di secondo grado. Gli Ermellini hanno chiarito che, per calcolare il periodo di dodici mesi entro cui collocare le ultime tre mensilità di retribuzione, rileva solo la vera e propria iniziativa giudiziaria. Il tentativo di conciliazione, anche se all’epoca dei fatti era obbligatorio per legge, ha una natura puramente stragiudiziale (cioè fuori dal tribunale). Durante lo svolgimento della conciliazione, infatti, non esiste ancora una causa pendente davanti a un giudice. La semplice richiesta di conciliazione non può quindi essere equiparata a una domanda giudiziale, se non per limitati effetti di interruzione della prescrizione che non si applicano a questo caso. Di conseguenza, il calcolo a ritroso dell’anno di garanzia deve partire dal deposito del ricorso in tribunale, avvenuto troppo tardi rispetto alla fine del rapporto di lavoro.

Le conclusioni: le conseguenze pratiche per i lavoratori

La decisione della Suprema Corte evidenzia l’importanza di agire con estrema tempestività e con gli strumenti corretti quando si richiede l’intervento del Fondo di Garanzia INPS. I lavoratori non possono fare affidamento sui tempi delle procedure di conciliazione stragiudiziale per preservare i propri diritti previdenziali. Per non perdere la copertura delle ultime tre mensilità, è indispensabile avviare un’azione giudiziaria formale o insinuarsi al passivo fallimentare entro i termini di legge. La Cassazione ha quindi respinto definitivamente le richieste delle lavoratrici, condannandole anche al pagamento delle spese di giudizio in favore dell’INPS e al versamento del doppio del contributo unificato. Questa pronuncia ricorda che la forma e la scelta dei tempi nel diritto del lavoro possono determinare la perdita di tutele economiche vitali.

Quali mensilità copre il Fondo di Garanzia gestito dall’INPS?
Il Fondo copre le ultime tre mensilità del rapporto di lavoro, a condizione che rientrino nei dodici mesi precedenti l’avvio dell’azione giudiziaria o della procedura fallimentare.

Il tentativo di conciliazione blocca la decadenza per la richiesta al Fondo?
No, il tentativo di conciliazione ha natura stragiudiziale e non equivale a un’azione giudiziaria, quindi non interrompe il termine per il calcolo dei dodici mesi.

Cosa deve fare il lavoratore per non perdere la garanzia dell’INPS?
Il lavoratore deve avviare tempestivamente una vera e propria causa in tribunale o richiedere l’ammissione al passivo fallimentare senza attendere l’esito di procedure amichevoli.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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