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Espressioni offensive in atti giudiziari: la guida

Un avvocato ha richiesto il risarcimento danni per espressioni offensive in atti giudiziari inserite da una compagnia assicurativa in un precedente processo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile e infondato, ribadendo che la competenza a decidere su tali danni spetta esclusivamente al giudice del procedimento in cui le offese sono state proferite, anche se rivolte al difensore e non alla parte.

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Pubblicato il 28 marzo 2026 in Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Espressioni offensive in atti giudiziari: la guida

L’utilizzo di espressioni offensive in atti giudiziari rappresenta una violazione dei doveri di lealtà e probità processuale. La recente ordinanza della Corte di Cassazione affronta il tema della competenza funzionale per la richiesta di risarcimento danni derivante da tali condotte. Il caso riguarda un legale che, ritenendosi offeso da scritti difensivi di una controparte in un precedente giudizio, ha tentato di avviare un’azione autonoma di risarcimento.

Analisi dei fatti

Un professionista legale ha citato in giudizio una società assicurativa lamentando il carattere ingiurioso di alcune frasi contenute in atti processuali redatti in un altro contesto giudiziario. Mentre il Giudice di Pace e il Tribunale avevano già escluso la possibilità di procedere in via autonoma, il ricorrente si è rivolto alla Suprema Corte sostenendo che, non essendo stato parte formale del processo originario ma solo difensore, non avrebbe potuto far valere i propri diritti se non con un nuovo giudizio. La tesi del ricorrente mirava a scardinare il principio di concentrazione delle tutele davanti al giudice del merito.

La decisione della Corte

La Cassazione ha confermato l’inammissibilità del ricorso. Oltre a carenze strutturali dell’atto, i giudici hanno ribadito un principio cardine: la competenza a conoscere del danno per espressioni offensive in atti giudiziari è funzionale e inderogabile. Essa appartiene esclusivamente al giudice del procedimento in cui le offese sono state proferite. Questa regola si applica anche quando l’offesa colpisce il difensore e non direttamente la parte assistita, garantendo che il magistrato che ha gestito la causa possa valutare l’intero contesto difensivo.

Le motivazioni

La Suprema Corte ha chiarito che il legislatore, con l’articolo 89 c.p.c., ha voluto concentrare davanti allo stesso giudice della causa principale anche le questioni accessorie relative al decoro processuale. Le motivazioni risiedono nella necessità che il magistrato che ha vissuto la dinamica del processo sia lo stesso a valutare la gravità e l’incidenza delle espressioni utilizzate. Esistono deroghe limitatissime, come nel caso di procedure esecutive o atti depositati in fasi che non permettono l’introduzione di nuove domande, come le memorie di replica, ma tali eccezioni non ricorrevano nel caso di specie. Il ricorso è stato dunque ritenuto manifestamente infondato poiché non ha offerto argomenti validi per discostarsi dall’orientamento consolidato della giurisprudenza di legittimità.

Le conclusioni

In conclusione, chiunque si ritenga leso da espressioni offensive in atti giudiziari deve agire all’interno del medesimo processo, chiedendo al giudice la cancellazione delle frasi e il risarcimento del danno. L’azione autonoma è preclusa per evitare la frammentazione dei giudizi e per garantire che la valutazione del comportamento processuale resti unitaria. La soccombenza nel giudizio di legittimità comporta, inoltre, il pagamento delle spese legali e del raddoppio del contributo unificato, sottolineando l’importanza di una corretta strategia preliminare nella gestione delle liti temerarie o delle offese professionali.

Chi è competente a decidere sul risarcimento per offese in un atto legale?
La competenza spetta esclusivamente al giudice del procedimento in cui le espressioni offensive sono state utilizzate, trattandosi di competenza funzionale e inderogabile.

Un avvocato può agire autonomamente se offeso in un atto processuale?
No, anche se l’offesa è rivolta al difensore che non è parte del giudizio, l’azione risarcitoria deve essere proposta davanti al giudice di quel medesimo processo.

Esistono eccezioni alla competenza del giudice del merito per le offese?
Sì, la domanda autonoma è ammessa solo in casi specifici, come nelle procedure esecutive o quando le offese compaiono in atti che non consentono più repliche.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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