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Esdebitazione del fallito: confermato il beneficio

La Corte d’Appello di Torino ha confermato il beneficio dell’esdebitazione del fallito per un socio di una società dichiarata fallita nel 2016. Nonostante il reclamo di un creditore che contestava l’esiguità del soddisfacimento dei debiti (circa l’8%) e il mancato pagamento dei crediti tributari, i giudici hanno ribadito che non esiste una soglia minima matematica per l’accesso al beneficio, purché il pagamento non sia meramente simbolico e il debitore risulti meritevole.

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Pubblicato il 6 marzo 2026 in Diritto Fallimentare, Giurisprudenza Civile

Esdebitazione del fallito: quando i debiti si estinguono

L’istituto dell’esdebitazione del fallito rappresenta una fondamentale opportunità di “seconda chance” per chi ha subito un dissesto finanziario. Recentemente, la Corte d’Appello di Torino si è pronunciata su un caso complesso, chiarendo i confini del soddisfacimento dei creditori necessario per ottenere questo beneficio.

I fatti all’origine della controversia

La vicenda nasce dal fallimento di una società e del suo socio accomandatario. Dopo anni di procedura, conclusasi nel 2025 con il riparto finale dell’attivo, il socio ha richiesto al Tribunale di Verbania l’esdebitazione. Il Tribunale ha accolto l’istanza, ma un importante creditore ha proposto reclamo in appello.

Il creditore lamentava che la percentuale di debito rimborsata era troppo bassa (circa l’8,62% del totale) e che i crediti fiscali e previdenziali erano rimasti quasi totalmente insoddisfatti. Secondo la tesi del reclamante, lo Stato dovrebbe godere di una tutela rafforzata che impedirebbe la cancellazione dei debiti se questi non vengono pagati in misura consistente.

La decisione della Corte d’Appello

I giudici di secondo grado hanno rigettato il reclamo, confermando l’esdebitazione a favore del debitore. La Corte ha affrontato tre nodi cruciali: la percentuale minima di pagamento, la natura dei crediti rimasti insoddisfatti e il meccanismo di intervento del Fondo di Garanzia INPS.

La soglia di soddisfacimento per l’esdebitazione del fallito

Uno dei punti più dibattuti riguardava il fatto che molti creditori non avessero ricevuto nulla. La Corte ha chiarito che, secondo l’orientamento consolidato della Cassazione, non è necessario che tutti i creditori siano pagati, né esiste una percentuale fissa da raggiungere. L’importante è che il pagamento non sia “simbolico” e che il debitore abbia dimostrato meritevolezza cooperando con gli organi fallimentari.

Il ruolo dei crediti pubblici e dell’INPS

Un altro aspetto rilevante riguardava i debiti verso i dipendenti, inizialmente pagati dall’INPS attraverso il Fondo di Garanzia. Il creditore sosteneva che tale pagamento non dovesse essere considerato ai fini dell’esdebitazione. Al contrario, la Corte ha stabilito che, poiché l’INPS si è poi surrogata nei diritti dei lavoratori ottenendo rimborsi dall’attivo fallimentare, tale soddisfacimento è reale e imputabile alla procedura.

Le motivazioni

La Corte d’Appello ha fondato le motivazioni del rigetto sulla natura stessa dell’istituto. La valutazione del giudice non deve essere una mera operazione matematica, ma un giudizio complessivo sulla condotta del debitore e sulla serietà della liquidazione. Il fatto che i crediti tributari siano rimasti insoddisfatti non può essere, di per sé, un ostacolo insormontabile, poiché la legge non prevede distinzioni di trattamento tra creditori pubblici e privati ai fini della concessione del beneficio.

Inoltre, è stato sottolineato come l’evoluzione normativa (incluso il nuovo Codice della Crisi d’Impresa) spinga verso un favor per la liberazione dai debiti, permettendo al soggetto di rientrare nel circuito economico produttivo senza il peso di fallimenti passati, a condizione che non vi siano stati reati o comportamenti fraudolenti.

Le conclusioni

La sentenza ribadisce un principio di equità: l’esdebitazione non è un premio per chi paga molto, ma una misura di civiltà giuridica per chi, pur avendo perso tutto, ha operato correttamente durante la crisi. Le conclusioni dei giudici torinesi confermano che anche percentuali di riparto modeste possono giustificare la cancellazione dei debiti residui, purché la procedura sia stata condotta con trasparenza e il debitore abbia messo a disposizione l’intero patrimonio esistente. Questo provvedimento offre una guida chiara per i professionisti e i debitori che si trovano ad affrontare la fase finale di una liquidazione giudiziale.

Esiste una percentuale minima di pagamento per ottenere l’esdebitazione del fallito?
No, la giurisprudenza ha chiarito che non esiste una soglia numerica rigida, ma è necessario che il soddisfacimento dei creditori non sia meramente simbolico e risulti serio rispetto alle possibilità del patrimonio.

Il mancato pagamento dei debiti tributari impedisce la cancellazione dei debiti residui?
No, la natura pubblica del creditore non costituisce un limite assoluto, poiché la valutazione della meritevolezza del debitore è unitaria e non prevede corsie preferenziali per i crediti dello Stato in sede di esdebitazione.

Come vengono considerati i pagamenti effettuati dall’INPS ai dipendenti dell’azienda fallita?
I pagamenti del Fondo di Garanzia INPS, seguiti dalla surroga dell’ente nei diritti dei lavoratori per ottenere il rimborso dalla procedura, sono considerati a tutti gli effetti come soddisfacimento dei creditori derivante dall’attivo fallimentare.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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