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Criteri CIGS: illegittimi se generici, dice Cassazione

La Corte di Cassazione ha confermato l’illegittimità della sospensione di un lavoratore in Cassa Integrazione (CIGS) perché i criteri di scelta adottati dall’azienda erano eccessivamente generici e discrezionali. Secondo la Corte, i criteri CIGS devono essere specifici e oggettivi per evitare decisioni arbitrarie. Di conseguenza, l’azienda è stata condannata al risarcimento del danno, pari alle retribuzioni perse dal dipendente.

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Pubblicato il 17 febbraio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Criteri CIGS: Sospensione Illegittima se la Scelta dei Lavoratori è Discrezionale

La scelta dei lavoratori da porre in Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (CIGS) non può essere lasciata alla libera discrezione del datore di lavoro. Con una recente ordinanza, la Corte di Cassazione ha ribadito un principio fondamentale: i criteri CIGS devono essere specifici, oggettivi e non generici, altrimenti la sospensione dal lavoro è illegittima e il dipendente ha diritto al risarcimento del danno. Analizziamo questa importante decisione.

I Fatti del Caso: Una Sospensione in CIGS Contestata

Il caso ha origine dalla decisione di un’importante azienda di collocare un proprio dipendente in CIGS a zero ore per un lungo periodo, durato circa dieci anni. Il lavoratore ha impugnato il provvedimento, sostenendo che la sua sospensione fosse illegittima. Sia il Tribunale di primo grado che la Corte d’Appello gli hanno dato ragione, dichiarando l’illegittimità della sospensione e condannando la società a risarcire il danno, corrispondente alla differenza tra la retribuzione che avrebbe percepito e l’indennità di cassa integrazione ricevuta.

L’Appello in Cassazione e i Motivi del Ricorso dell’Azienda

L’azienda ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione, basandolo su undici motivi. Tra le principali argomentazioni, la società sosteneva che:
– I giudici di merito non avessero considerato le specifiche eccezioni sollevate riguardo agli accordi sindacali.
– Il diritto del lavoratore al risarcimento fosse prescritto, essendo decorso il termine breve di cinque anni.
– L’inerzia decennale del lavoratore nel contestare la sospensione dovesse essere interpretata come una rinuncia al proprio diritto.
– Il lavoratore non avesse mai formalmente messo in mora l’azienda, offrendo la propria prestazione lavorativa.
– La motivazione della Corte d’Appello fosse solo apparente e non avesse considerato la legittimità dei criteri di scelta adottati.

I Criteri CIGS e la Decisione della Suprema Corte

La Corte di Cassazione ha respinto integralmente il ricorso dell’azienda, confermando la sentenza d’appello. Il punto centrale della decisione riguarda la genericità dei criteri CIGS utilizzati per individuare i lavoratori da sospendere. La Corte ha evidenziato come gli accordi aziendali facessero un generico riferimento a “esigenze tecnico-organizzative”, senza però definire criteri specifici e concreti. Questa vaghezza ha di fatto concesso all’azienda un potere totalmente discrezionale, e a tratti arbitrario, nella scelta dei dipendenti, in violazione della Legge n. 223/1991 che impone invece l’adozione di criteri predeterminati e oggettivi (come anzianità, carichi di famiglia ed esigenze produttive) da applicare in modo trasparente.

Altri Principi Affermati dalla Corte

Oltre alla questione principale dei criteri CIGS, l’ordinanza ha chiarito altri punti legali di rilievo:
Prescrizione Decennale: Il diritto al risarcimento del danno per illegittima sospensione deriva da un inadempimento contrattuale del datore di lavoro. Pertanto, si applica il termine di prescrizione ordinario di dieci anni e non quello breve di cinque anni previsto per le retribuzioni.
L’inerzia non è Rinuncia: La mera inerzia o il silenzio del lavoratore, anche se prolungati nel tempo, non possono essere interpretati come una rinuncia tacita a un proprio diritto. La rinuncia deve essere espressa o risultare da un comportamento inequivocabile.
Non Necessità della Messa in Mora: In caso di sospensione illegittima, il lavoratore non è tenuto a offrire formalmente la propria prestazione per costituire in mora il datore di lavoro. L’atto stesso di sospensione illegittima, con cui l’azienda rifiuta la prestazione, configura una mora credendi a carico del datore di lavoro.

Le Motivazioni

La ratio decidendi della Corte si fonda sulla necessità di tutelare il lavoratore da scelte arbitrarie del datore di lavoro in momenti di crisi aziendale. La legge impone che la selezione del personale da sospendere avvenga sulla base di parametri oggettivi e verificabili, concordati con le organizzazioni sindacali. Un generico richiamo a esigenze aziendali non è sufficiente, poiché non permette un controllo sulla correttezza e imparzialità delle decisioni. L’illegittimità dei criteri di scelta inficia l’intero provvedimento di sospensione, rendendolo un atto di inadempimento contrattuale da parte dell’azienda. Di conseguenza, è onere dell’azienda provare che, anche con criteri legittimi, il lavoratore sarebbe stato comunque sospeso, prova che nel caso di specie non è stata fornita.

Le Conclusioni

Questa pronuncia rafforza la protezione dei lavoratori, stabilendo che le procedure di Cassa Integrazione devono seguire regole rigorose e trasparenti. Per le aziende, la lezione è chiara: è indispensabile definire in modo dettagliato e non equivoco i criteri di selezione del personale da sospendere, in accordo con i sindacati. In assenza di tali garanzie, il rischio è quello di subire azioni legali per risarcimento danni, con conseguenze economiche significative. La sentenza ribadisce inoltre che i diritti dei lavoratori non si perdono per il semplice trascorrere del tempo, ma richiedono atti di rinuncia chiari e volontari.

Perché la sospensione del lavoratore in CIGS è stata considerata illegittima?
Perché i criteri utilizzati dall’azienda per selezionare i lavoratori da sospendere erano troppo generici e non predeterminati, lasciando di fatto all’azienda un potere di scelta totalmente discrezionale. La legge richiede invece criteri specifici e oggettivi per garantire trasparenza e imparzialità.

Il silenzio o l’inerzia del lavoratore per un lungo periodo può essere considerato una rinuncia al suo diritto di contestare la sospensione?
No. La Corte di Cassazione ha stabilito che la rinuncia a un diritto non può essere presunta dalla semplice inerzia, anche se prolungata. La rinuncia deve manifestarsi attraverso un comportamento concludente che riveli in modo univoco la volontà definitiva di abbandonare quel diritto.

Qual è il termine di prescrizione per richiedere il risarcimento del danno per illegittima sospensione dal lavoro?
Il diritto al risarcimento del danno per illegittima sospensione deriva da un inadempimento contrattuale. Di conseguenza, la Corte ha confermato che si applica il termine di prescrizione ordinario di dieci anni, e non quello breve di cinque anni previsto per i crediti retributivi.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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