LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Contratti a termine P.A.: il limite di 36 mesi vale sempre

La Corte di Cassazione ha stabilito che nei contratti a termine P.A., il limite massimo di durata di 36 mesi è inderogabile e si calcola cumulando tutti i rapporti di lavoro per mansioni equivalenti con lo stesso ente, anche se le assunzioni derivano da diverse procedure selettive. La sentenza conferma il diritto della lavoratrice al risarcimento del danno per l’abuso subito a causa della reiterazione dei contratti oltre il limite legale.

Prenota un appuntamento

Per una consulenza legale o per valutare una possibile strategia difensiva prenota un appuntamento.

La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)
Pubblicato il 17 febbraio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Contratti a Termine P.A.: La Cassazione Conferma il Limite dei 36 Mesi

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione, la n. 4986/2023, ha ribadito un principio fondamentale in materia di contratti a termine P.A.: il limite massimo di 36 mesi non può essere aggirato attraverso l’espletamento di nuove procedure selettive. Questa decisione rafforza la tutela dei lavoratori precari nel settore pubblico, sanzionando l’abuso nella reiterazione dei contratti a tempo determinato.

I Fatti del Caso

Una lavoratrice era stata assunta da un Comune con una serie di contratti a tempo determinato, stipulati a seguito di due distinte selezioni pubbliche, per sostituire personale assente per maternità. La durata complessiva dei rapporti di lavoro, comprensiva di proroghe e rinnovi, aveva superato il limite legale di 36 mesi.

Il Comune sosteneva che ogni nuova procedura selettiva azzerasse il conteggio, facendo decorrere un nuovo periodo di 36 mesi. Di conseguenza, a suo avviso, non vi era stato alcun abuso e i contratti erano tutti legittimi.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello avevano dato ragione alla lavoratrice, dichiarando l’illegittimità dell’ultimo contratto per superamento del limite massimo e condannando l’ente a un risarcimento del danno. Il Comune ha quindi proposto ricorso in Cassazione.

La Decisione della Corte: l’Abuso nei Contratti a termine P.A.

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Comune, confermando le sentenze dei gradi precedenti. I giudici hanno chiarito che l’interpretazione proposta dall’ente pubblico è contraria alla ratio della normativa, volta a prevenire e sanzionare l’abuso derivante dalla successione di contratti a termine, in linea con la direttiva europea 1999/70/CE.

Le Motivazioni della Sentenza

La Corte ha fondato la sua decisione su alcuni punti cardine. In primo luogo, la legge (in particolare il D.Lgs. 368/2001 e il D.Lgs. 165/2001) non prevede alcuna eccezione legata alle modalità di assunzione. Il limite dei 36 mesi si applica al rapporto di lavoro tra lo stesso datore di lavoro e lo stesso lavoratore per lo svolgimento di mansioni equivalenti, indipendentemente dal fatto che l’assunzione sia avvenuta tramite una o più procedure selettive.

Accogliere la tesi del Comune significherebbe consentire alla Pubblica Amministrazione di eludere facilmente il limite temporale. Basterebbe indire periodicamente nuove selezioni per poter impiegare lo stesso lavoratore a tempo indeterminato, di fatto, ma senza le tutele del contratto stabile. Questo violerebbe il principio secondo cui il lavoro flessibile nella P.A. è consentito solo per esigenze ‘temporanee ed eccezionali’. Un impiego che supera i 36 mesi non può, per definizione, essere considerato tale.

Le Conclusioni e le Implicazioni Pratiche

Questa ordinanza consolida un principio ormai considerato ‘diritto vivente’ a partire dalla storica sentenza delle Sezioni Unite n. 5072 del 2016. Per le Pubbliche Amministrazioni, il messaggio è chiaro: la durata complessiva dei rapporti a termine con un lavoratore non può superare i 36 mesi. Il calcolo è cumulativo e non viene interrotto da nuove procedure di selezione.

In caso di violazione, pur non essendo prevista la conversione del rapporto in uno a tempo indeterminato (come avviene nel settore privato), il lavoratore ha diritto a un risarcimento del danno. Tale risarcimento è presunto e viene quantificato in un’indennità onnicomprensiva, come misura sanzionatoria per l’abuso commesso dall’ente.

Qual è il limite massimo di durata per i contratti a termine nel pubblico impiego?
Il limite massimo è di 36 mesi. Questo periodo include proroghe e rinnovi e si calcola sommando tutti i rapporti di lavoro a tempo determinato intercorsi con lo stesso datore di lavoro pubblico per lo svolgimento di mansioni equivalenti.

Una nuova selezione pubblica azzera il conteggio dei 36 mesi?
No. La Corte di Cassazione ha stabilito che l’espletamento di una nuova procedura selettiva non interrompe né azzera il calcolo del limite massimo di 36 mesi. Il conteggio è cumulativo e si riferisce alla durata totale del servizio prestato dal lavoratore.

Cosa succede se un’amministrazione pubblica supera il limite dei 36 mesi?
Il superamento del limite costituisce un abuso. A differenza del settore privato, il contratto non viene convertito in un rapporto a tempo indeterminato, ma il lavoratore ha diritto a un risarcimento del danno. Questo risarcimento ha una funzione sanzionatoria per l’ente e compensatoria per il lavoratore.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

Desideri approfondire l'argomento ed avere una consulenza legale?

Prenota un appuntamento. La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza / conerence call e si svolge in tre fasi.

Prima dell'appuntamento: analisi del caso prospettato. Si tratta della fase più delicata, perché dalla esatta comprensione del caso sottoposto dipendono il corretto inquadramento giuridico dello stesso, la ricerca del materiale e la soluzione finale.

Durante l’appuntamento: disponibilità all’ascolto e capacità a tenere distinti i dati essenziali del caso dalle componenti psicologiche ed emozionali.

Al termine dell’appuntamento: ti verranno forniti gli elementi di valutazione necessari e i suggerimenti opportuni al fine di porre in essere azioni consapevoli a seguito di un apprezzamento riflessivo di rischi e vantaggi. Il contenuto della prestazione di consulenza stragiudiziale comprende, difatti, il preciso dovere di informare compiutamente il cliente di ogni rischio di causa. A detto obbligo di informazione, si accompagnano specifici doveri di dissuasione e di sollecitazione.

Il costo della consulenza legale è di € 150,00.
02.37901052
8:00 – 20:00 (Lun - Sab)

Articoli correlati