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Contratti a termine agricoltura: i limiti stagionali

Un ente pubblico agricolo ha reiterato contratti a tempo determinato con un lavoratore per anni. La Corte di Cassazione ha stabilito che, non essendo l’ente un imprenditore agricolo privato e non potendo dimostrare la natura puramente stagionale delle mansioni svolte dal dipendente (come la manutenzione), l’uso prolungato dei contratti a termine era illegittimo. Per i contratti a termine in agricoltura, le deroghe ai limiti di durata valgono solo per attività strettamente stagionali, con l’onere della prova a carico del datore di lavoro. La sentenza d’appello è stata annullata con rinvio.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Contratti a termine in agricoltura: la Cassazione fissa i paletti sulla stagionalità

I contratti a termine in agricoltura rappresentano uno strumento flessibile fondamentale, ma il loro utilizzo deve rispettare precise regole per non sfociare nell’abuso. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha fornito chiarimenti cruciali, specificando che la deroga ai limiti di durata dei contratti a termine, prevista per il settore agricolo, si applica solo alle attività strettamente stagionali e non a tutte le mansioni svolte all’interno di un’azienda agricola. La decisione ha importanti implicazioni, soprattutto per gli enti pubblici che operano nel settore.

I Fatti del Caso

La vicenda riguarda un operaio agricolo, specializzato come trattorista, impiegato per decenni da un Ente di Sviluppo Agricolo (un ente pubblico non economico) attraverso una serie ininterrotta di contratti a tempo determinato. Ritenendo illegittima tale reiterazione, il lavoratore si è rivolto al Tribunale, che gli ha dato ragione, condannando l’ente al risarcimento del danno per l’utilizzo abusivo del contratto a termine.

La Corte d’Appello, tuttavia, ha ribaltato la decisione. Secondo i giudici di secondo grado, le peculiarità del settore agricolo giustificherebbero una deroga generale alla normativa sui contratti a termine, considerando la stagionalità come una delle possibili ragioni, ma non l’unica. Il lavoratore ha quindi presentato ricorso in Cassazione.

I limiti dei contratti a termine in agricoltura

La Corte di Cassazione ha accolto le ragioni del lavoratore, cassando la sentenza d’appello e stabilendo principi di diritto fondamentali. I giudici supremi hanno chiarito che l’interpretazione estensiva della Corte d’Appello era errata, poiché ampliava indebitamente le eccezioni previste dalla legge.

Le motivazioni

La decisione della Cassazione si fonda su alcuni pilastri argomentativi chiari e distinti.

In primo luogo, l’Ente di Sviluppo Agricolo, in quanto ente pubblico non economico, non può essere qualificato come ‘imprenditore agricolo’ ai sensi dell’art. 2135 del codice civile. Di conseguenza, non può beneficiare automaticamente delle discipline speciali previste per le imprese agricole private.

In secondo luogo, e questo è il punto centrale, il concetto di ‘attività stagionale’ deve essere interpretato in modo rigoroso. La deroga ai limiti massimi di durata dei contratti a termine (come il limite dei 36 mesi) è ammessa solo per quelle attività che sono intrinsecamente legate a un ciclo stagionale e che, pertanto, non rappresentano un fabbisogno stabile e permanente dell’azienda. Mansioni come la custodia, la riparazione e la manutenzione di impianti e macchinari, che si protraggono per tutto l’anno, non possono essere considerate stagionali, anche se svolte all’interno di un’azienda la cui attività produttiva principale lo è. Tali compiti rispondono a esigenze operative costanti e devono essere coperti da personale assunto a tempo indeterminato.

Infine, la Corte ha ribadito un principio fondamentale: l’onere della prova grava sul datore di lavoro. È l’ente a dover dimostrare in giudizio che le mansioni concretamente svolte dal lavoratore erano esclusivamente di natura stagionale. Tale prova deve emergere chiaramente dalla causale indicata nei contratti e deve corrispondere alla realtà dei fatti. Nel caso di specie, questa dimostrazione è mancata.

Le conclusioni

Con questa ordinanza, la Corte di Cassazione riafferma la necessità di un’applicazione rigorosa delle norme a tutela dei lavoratori, anche in settori caratterizzati da flessibilità come l’agricoltura. La ‘stagionalità’ non può diventare un pretesto per eludere i limiti all’utilizzo dei contratti a termine e coprire fabbisogni di personale stabili e duraturi. La sentenza impugnata è stata annullata con rinvio alla Corte d’Appello, che dovrà riesaminare il caso attenendosi a questi principi, valutando nel concreto le mansioni svolte dal lavoratore e la loro effettiva riconducibilità a cicli stagionali.

Un ente pubblico che opera in agricoltura è considerato un ‘imprenditore agricolo’?
No. Secondo la Corte di Cassazione, un ente pubblico non economico, anche se opera nel settore agricolo, non è qualificabile come imprenditore agricolo ai sensi dell’art. 2135 c.c. ed è soggetto alla disciplina del pubblico impiego (D.Lgs. 165/2001).

Tutte le attività in agricoltura possono giustificare contratti a termine ripetuti oltre i limiti di legge?
No. La deroga ai limiti di durata dei contratti a termine è applicabile solo per le attività che sono strettamente e genuinamente stagionali. Attività continuative, come la manutenzione di macchinari o la custodia, che si svolgono durante tutto l’anno, richiedono contratti a tempo indeterminato.

Su chi ricade l’onere di provare la natura stagionale di un’attività lavorativa agricola?
L’onere di provare che il lavoratore è stato adibito esclusivamente ad attività stagionali grava sul datore di lavoro. Egli deve dimostrare concretamente che le mansioni svolte rientrano in quelle previste dalla legge o dai contratti collettivi come stagionali.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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