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Compenso prestazioni aggiuntive: quando è dovuto?

Un dipendente di un’azienda sanitaria pubblica ha svolto prestazioni lavorative extra per un progetto di ‘dialisi estiva’. La Corte d’Appello aveva negato il pagamento per la mancanza dei requisiti formali previsti per le ‘prestazioni aggiuntive’. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che il lavoro svolto con il consenso, anche implicito, del datore di lavoro deve essere retribuito come straordinario ai sensi dell’art. 2126 c.c., garantendo così il diritto al compenso per prestazioni aggiuntive.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Compenso prestazioni aggiuntive: Diritto alla paga anche senza autorizzazione formale

Il diritto alla retribuzione per le ore di lavoro prestate oltre l’orario ordinario nel pubblico impiego è un tema complesso. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha chiarito un punto fondamentale: il compenso per prestazioni aggiuntive spetta al lavoratore anche in assenza dei requisiti formali, purché l’attività sia stata svolta con il consenso del datore di lavoro. Analizziamo questa importante decisione.

I fatti di causa

Un operatore sanitario, dipendente di un’Azienda Sanitaria Provinciale (ASP), aveva partecipato a un progetto denominato ‘dialisi estiva’, finalizzato a fornire assistenza a pazienti dializzati in vacanza nella regione. Queste attività venivano svolte al di fuori del suo normale orario di servizio. Per l’annualità in questione, l’ASP non aveva corrisposto alcun pagamento.

Il lavoratore aveva quindi ottenuto un decreto ingiuntivo per il pagamento della somma dovuta. L’Azienda Sanitaria si era opposta, dando inizio a una controversia legale che è giunta fino alla Corte di Cassazione.

La decisione della Corte d’Appello

In secondo grado, la Corte d’Appello aveva dato ragione all’Azienda Sanitaria. I giudici avevano ritenuto che, per ottenere il pagamento, fosse necessario rispettare la specifica disciplina delle cosiddette ‘prestazioni aggiuntive’. Questa normativa richiede una serie di presupposti formali, tra cui un’autorizzazione regionale e la sussistenza di determinate condizioni soggettive del lavoratore. Poiché mancava la prova di tali requisiti, la Corte d’Appello aveva revocato il decreto ingiuntivo, negando di fatto il diritto del dipendente alla retribuzione.

Il principio di diritto della Cassazione sul compenso per prestazioni aggiuntive

La Corte di Cassazione ha completamente ribaltato la prospettiva. Pur riconoscendo che la fattispecie delle ‘prestazioni aggiuntive’ ha requisiti specifici, ha affermato che il ragionamento della Corte d’Appello era parziale e insufficiente. La questione, secondo la Suprema Corte, non andava inquadrata solo nella rigida disciplina delle prestazioni aggiuntive, ma in quella più generale del lavoro straordinario.

L’importanza del consenso del datore di lavoro

Il punto centrale della decisione è che il lavoratore aveva svolto le prestazioni su richiesta e con il pieno consenso dell’ASP, che ne aveva anche tratto un beneficio. Il lavoro non è stato svolto insciente o prohibente domino (cioè all’insaputa o contro la volontà del datore). Questo consenso, anche se implicito, è l’elemento chiave che fa sorgere il diritto alla retribuzione.

L’applicazione dell’Art. 2126 del Codice Civile

La Corte ha fondato il suo ragionamento sull’articolo 2126 del Codice Civile. Questa norma fondamentale tutela il ‘lavoro di fatto’, stabilendo che la nullità del contratto o l’assenza di un’autorizzazione formale non possono pregiudicare il diritto del lavoratore a essere pagato per l’attività concretamente prestata. Il superamento dei vincoli di spesa pubblica o delle regole formali sulla richiesta di straordinario può comportare una responsabilità per i dirigenti, ma non può ricadere sul dipendente che ha diligentemente eseguito le mansioni richieste.

Le motivazioni

La Suprema Corte ha motivato la sua decisione sottolineando che negare la retribuzione in un caso come questo violerebbe principi costituzionali fondamentali, come quello sancito dall’art. 36 della Costituzione, che garantisce al lavoratore una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro. La disciplina del lavoro straordinario, supportata dall’art. 2126 c.c., prevale sui vizi formali dell’incarico. Quando un dipendente pubblico svolge un’attività lavorativa oltre l’orario d’obbligo in modo coerente con la volontà del proprio datore di lavoro, tale prestazione deve essere remunerata come lavoro straordinario, secondo le tariffe previste dalla contrattazione collettiva. La mancanza di autorizzazioni specifiche o il mancato rispetto delle procedure non possono essere usati come pretesto per negare il giusto compenso.

Le conclusioni

In conclusione, la Corte di Cassazione ha stabilito un principio di grande rilevanza: il compenso per prestazioni aggiuntive o, più correttamente, per lavoro straordinario nel pubblico impiego, è dovuto ogni volta che il lavoro sia stato richiesto o accettato dal datore di lavoro. La validità formale dell’incarico passa in secondo piano rispetto alla concreta esecuzione della prestazione. La sentenza è stata cassata e il caso rinviato alla Corte d’Appello, che dovrà ora ricalcolare quanto dovuto al lavoratore applicando le tariffe del lavoro straordinario previste dal contratto collettivo nazionale.

Un dipendente pubblico ha diritto al pagamento per lavoro extra anche se mancano le autorizzazioni formali previste dalla legge o dai contratti collettivi?
Sì. La Corte di Cassazione ha stabilito che se la prestazione lavorativa è stata svolta con il consenso, anche implicito, del datore di lavoro e non contro la sua volontà, il dipendente ha diritto al compenso per lavoro straordinario, anche in assenza dei requisiti formali per le ‘prestazioni aggiuntive’.

Qual è il fondamento giuridico che garantisce la retribuzione per un lavoro svolto in assenza di un incarico formalmente valido?
Il fondamento è l’articolo 2126 del Codice Civile, che tutela la ‘prestazione di fatto’. Questa norma garantisce che il lavoratore riceva la retribuzione per l’attività effettivamente svolta, a prescindere da eventuali vizi di nullità del contratto o dell’incarico, a meno che l’oggetto o la causa del lavoro non siano illeciti.

Il consenso del datore di lavoro allo svolgimento dello straordinario deve essere necessariamente scritto e formale?
No. La Corte ha chiarito che il consenso può essere anche implicito. Ciò che conta è che le prestazioni non siano state svolte all’insaputa o contro la volontà del datore di lavoro. Se l’amministrazione richiede e accetta le prestazioni, si configura il consenso necessario a far sorgere il diritto alla retribuzione.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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