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Compenso dirigente pubblico: no a extra per incarichi

Una dirigente pubblica, nominata liquidatrice di società partecipate dalla sua amministrazione, ha rivendicato il diritto a trattenere i compensi per tale incarico. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, riaffermando il principio di onnicomprensività del compenso del dirigente pubblico. Secondo la Corte, quando un incarico è conferito su designazione dell’amministrazione di appartenenza, anche se da un soggetto terzo, i relativi emolumenti devono essere versati all’amministrazione stessa e non possono essere trattenuti dal dirigente.

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Pubblicato il 27 gennaio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Compenso dirigente pubblico: la Cassazione ribadisce il principio di onnicomprensività

Il tema del compenso di un dirigente pubblico è spesso al centro di dibattiti e chiarimenti giurisprudenziali. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha affrontato un caso emblematico, relativo alla possibilità per un dirigente di trattenere emolumenti derivanti da un incarico di liquidatore in società partecipate dalla propria amministrazione. La decisione riafferma con forza il principio di onnicomprensività della retribuzione, stabilendo che tali compensi extra devono essere versati all’ente di appartenenza.

I fatti del caso: un dirigente regionale e l’incarico di liquidatore

Una dirigente generale di una Regione italiana veniva nominata commissario liquidatore di due società a partecipazione regionale. Tale nomina avveniva su espressa designazione dell’amministrazione regionale di appartenenza, anche se formalizzata dalle assemblee delle società stesse. Per questi incarichi, la dirigente percepiva una retribuzione direttamente dalle società in liquidazione.

Successivamente, la dirigente adiva le vie legali per ottenere l’accertamento del suo diritto a trattenere tali somme, sostenendo che si trattasse di incarichi di natura privatistica, assimilabili a una prestazione libero-professionale e quindi distinti dal suo rapporto di pubblico impiego. Sia il Tribunale che la Corte d’Appello rigettavano la sua domanda, ritenendo che tali emolumenti rientrassero nel perimetro del principio di onnicomprensività dello stipendio dirigenziale.

La decisione della Corte sul compenso del dirigente pubblico

Investita della questione, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della dirigente, confermando le decisioni dei giudici di merito. I giudici supremi hanno stabilito che i compensi percepiti per l’incarico di liquidatore non potevano essere trattenuti dalla dirigente, ma dovevano essere versati all’amministrazione regionale.

La Corte ha chiarito che il principio di onnicomprensività si applica a tutti gli incarichi, anche quelli conferiti da soggetti terzi, quando la nomina avviene “su designazione” dell’amministrazione di appartenenza. L’origine pubblicistica della designazione rende l’incarico strettamente collegato alla funzione dirigenziale ricoperta, facendo scattare il divieto di percepire compensi ulteriori rispetto al trattamento economico già previsto.

Le motivazioni: perché il compenso del dirigente pubblico è onnicomprensivo

La Corte ha fondato la sua decisione su una solida base normativa e giurisprudenziale. Il fulcro del ragionamento risiede nell’interpretazione dell’art. 13 della legge regionale siciliana n. 10/2000 e dell’art. 24 del D.Lgs. 165/2001, che sanciscono il principio di onnicomprensività. Secondo tali norme, la retribuzione del dirigente remunera tutte le funzioni e i compiti attribuiti, inclusi gli incarichi conferiti “in ragione dell’ufficio” o “su designazione” dell’amministrazione.

I giudici hanno specificato che la dizione “qualsiasi incarico” utilizzata dal legislatore ha una portata ampia e include anche ruoli come quello di liquidatore di società. Inoltre, il fatto che la nomina fosse stata preceduta da una “espressa designazione” della Regione è stato ritenuto l’elemento decisivo per ricondurre l’incarico nell’alveo delle funzioni pubbliche.

La Cassazione ha anche sottolineato che il ruolo di liquidatore è a tutti gli effetti un organo di gestione della società, seppur con l’obiettivo specifico di liquidare il patrimonio. Di conseguenza, rientra a pieno titolo tra le funzioni manageriali che un dirigente pubblico può essere chiamato a svolgere nell’interesse dell’ente.

Conclusioni: implicazioni pratiche della sentenza

Questa ordinanza consolida un orientamento giurisprudenziale rigoroso in materia di retribuzioni dei dirigenti pubblici. Le implicazioni pratiche sono significative:

1. Divieto di compensi extra: Un dirigente pubblico non può trattenere compensi per incarichi esterni (es. amministratore, liquidatore, membro di CdA) se la sua nomina è riconducibile a una designazione dell’amministrazione di appartenenza.
2. Obbligo di versamento: Qualsiasi somma percepita da terzi per tali incarichi deve essere riversata nelle casse dell’ente pubblico.
3. Irrilevanza della forma: Non conta che l’incarico sia formalmente attribuito da un soggetto privato (come l’assemblea di una società); ciò che rileva è la sostanza, ovvero l’origine della designazione.

La sentenza funge da monito per le amministrazioni e per i dirigenti, ribadendo che la funzione pubblica deve essere remunerata esclusivamente attraverso i canali previsti dalla legge e dai contratti collettivi, a garanzia della trasparenza e per evitare indebiti arricchimenti.

Un dirigente pubblico può trattenere i compensi ricevuti per un incarico di liquidatore in una società partecipata dall’amministrazione?
No. Secondo la Corte di Cassazione, se l’incarico è stato conferito su designazione dell’amministrazione di appartenenza, i relativi compensi devono essere versati all’amministrazione stessa, in applicazione del principio di onnicomprensività della retribuzione.

Cosa si intende per “incarico conferito su designazione” dell’amministrazione?
Si intende un incarico, anche presso un ente terzo, per il quale la scelta della persona da nominare è stata effettuata o comunque determinata dall’amministrazione pubblica di cui il dirigente è dipendente. È l’origine pubblicistica dell’indicazione che collega l’incarico alla funzione dirigenziale.

Il principio di onnicomprensività si applica anche se l’incarico è formalmente conferito da un soggetto terzo (la società)?
Sì. La Corte ha chiarito che la modalità formale di conferimento dell’incarico (ad esempio, una delibera dell’assemblea dei soci) è irrilevante se alla base vi è una precisa indicazione o mandato da parte dell’amministrazione pubblica. Ciò che conta è il legame sostanziale tra l’incarico e la funzione pubblica ricoperta.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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