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Attività sportiva dilettantistica e contributi INPS

L’INPS ha impugnato la decisione che esentava un’associazione sportiva dal versamento dei contributi per i propri istruttori di nuoto. La Corte d’Appello aveva ritenuto che l’attività sportiva dilettantistica escludesse automaticamente il carattere professionale delle prestazioni. La Cassazione ha invece stabilito che l’esenzione contributiva non è automatica: occorre verificare in concreto se l’attività sia svolta professionalmente, indipendentemente dalla natura dell’ente datore di lavoro.

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Pubblicato il 30 marzo 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Attività sportiva dilettantistica: i limiti dell’esenzione contributiva

Il settore dell’attività sportiva dilettantistica gode di un regime fiscale e previdenziale agevolato, ma l’applicazione di tali benefici non è priva di insidie legali. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha chiarito che l’esonero dal versamento dei contributi INPS per gli istruttori non può essere presunto in modo automatico.

Il caso: compensi agli istruttori e pretesa INPS

La controversia nasce dalla richiesta dell’INPS di ottenere il pagamento dei contributi previdenziali per le somme corrisposte da un’associazione a diversi istruttori di nuoto. Nei gradi di merito, i giudici avevano dato ragione all’ente sportivo, sostenendo che, trattandosi di un organismo senza scopo di lucro riconosciuto dal CONI, le prestazioni fossero per loro natura prive di professionalità e quindi inquadrabili come redditi diversi esenti da contribuzione.

La posizione dell’ente previdenziale

L’istituto previdenziale ha contestato questa visione, sostenendo che la tutela obbligatoria (ex ENPALS) debba estendersi a chiunque operi presso impianti sportivi, a prescindere dalla natura subordinata o autonoma del rapporto, a meno che non vi sia un’espressa e provata causa di esenzione.

La decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha accolto il ricorso dell’INPS, sottolineando un errore metodologico nella sentenza d’appello. Non è sufficiente che l’ente sia una associazione sportiva dilettantistica per trasformare automaticamente ogni compenso in reddito esente. La qualificazione giuridica deve basarsi su un accertamento di fatto rigoroso.

Il criterio della professionalità

Il punto centrale riguarda la distinzione tra attività amatoriale e professionale. Se un istruttore svolge l’attività in modo abituale, anche se non esclusivo, o se tale attività rientra nella sua sfera professionale ordinaria, l’esenzione decade. Il giudice di merito ha l’obbligo di verificare se la prestazione trovi fonte in un vincolo associativo genuino o in un vero e proprio obbligo lavorativo professionale.

Le motivazioni

Le motivazioni della Cassazione si fondano sull’interpretazione dell’art. 67 del TUIR. La norma non accorda un’esenzione indiscriminata. È necessaria la prova che le prestazioni non siano state rese da lavoratori autonomi o professionisti abituali. L’errore della Corte territoriale è stato considerare l’assenza di professionalità come un dato intrinseco (in re ipsa) alla natura dilettantistica dell’associazione, omettendo di indagare le reali modalità di svolgimento del rapporto di lavoro.

Le conclusioni

Le conclusioni della Corte impongono un ritorno al giudice di merito per un nuovo esame. Per le associazioni, questo significa che la documentazione formale e il riconoscimento del CONI non bastano a proteggere da accertamenti previdenziali. È indispensabile che ogni collaborazione sia analizzata alla luce dell’effettiva natura della prestazione, verificando che non esistano indici di professionalità o subordinazione che renderebbero obbligatorio il versamento dei contributi.

I compensi agli istruttori sportivi sono sempre esenti da contributi?
No, l’esenzione si applica solo se l’attività non è svolta professionalmente e rientra nei limiti previsti per i redditi diversi.

Cosa deve verificare il giudice per negare l’esenzione contributiva?
Deve accertare se la prestazione sia abituale, se derivi da un’arte o professione del lavoratore o se vi sia un rapporto di subordinazione.

Basta il riconoscimento del CONI per evitare i contributi INPS?
Il riconoscimento dell’ente è un requisito necessario ma non sufficiente, poiché serve anche la prova della natura non professionale della prestazione.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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