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Assegno divorzile: il sacrificio non deve essere totale

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 27945/2023, ha accolto il ricorso di un’ex moglie a cui era stato negato l’assegno divorzile. La Corte ha stabilito che per il riconoscimento dell’assegno non è necessario dimostrare un abbandono ‘totale’ del lavoro o una ‘scelta forzata’, ma è sufficiente provare di aver sacrificato opportunità professionali e di carriera per dedicarsi alla famiglia, contribuendo così alla formazione del patrimonio comune e dell’altro coniuge.

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Pubblicato il 17 febbraio 2026 in Diritto di Famiglia, Giurisprudenza Civile

Assegno Divorzile: Non Serve il Sacrificio ‘Totale’, Basta la Rinuncia alla Carriera

La Corte di Cassazione torna a pronunciarsi sui presupposti per il riconoscimento dell’assegno divorzile, consolidando un principio di fondamentale importanza: il diritto all’assegno non richiede un abbandono totale e definitivo della propria attività lavorativa, ma si fonda sul sacrificio di opportunità professionali a vantaggio della famiglia. Con l’ordinanza n. 27945/2023, la Suprema Corte ha cassato la decisione della Corte d’Appello che aveva negato l’assegno a una ex moglie, offrendo chiarimenti cruciali sulla funzione compensativa di questo istituto.

I Fatti del Caso: una Vita per la Famiglia

Il caso riguarda una donna che, dopo un matrimonio durato oltre trent’anni, si è vista negare l’assegno di divorzio. Durante la vita matrimoniale, aveva rinunciato al suo ruolo di amministratrice nell’azienda di famiglia e ad altre opportunità professionali per dedicarsi alla cura dei figli e della casa, consentendo così al marito di concentrarsi sulla sua duplice e redditizia carriera di medico e politico. Nonostante la palese disparità economica tra i due ex coniugi al momento del divorzio, sia il Tribunale che la Corte d’Appello avevano rigettato la sua richiesta, ritenendo non provato che la sua scelta fosse stata ‘forzata’ o che il suo contributo fosse stato ‘esclusivo’ per l’incremento del patrimonio del marito.

La Decisione della Corte di Cassazione sull’Assegno Divorzile

La Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della donna, ribaltando la precedente decisione. I giudici hanno ritenuto che la Corte d’Appello avesse applicato in modo errato i principi che regolano l’assegno divorzile. La sentenza impugnata è stata quindi cassata con rinvio, il che significa che un’altra sezione della Corte d’Appello di Perugia dovrà riesaminare il caso attenendosi ai principi di diritto enunciati dalla Cassazione.

Le Motivazioni: la Funzione Compensativa dell’Assegno Divorzile

Il cuore della decisione risiede nella riaffermazione della natura composita dell’assegno di divorzio, che non ha solo una funzione assistenziale, ma anche e soprattutto una funzione perequativo-compensativa. Questo significa che l’assegno serve a riequilibrare la disparità economica derivante dalle scelte condivise durante il matrimonio e a compensare il coniuge economicamente più debole per i sacrifici professionali compiuti.

La Corte ha chiarito diversi punti fondamentali:

1. Irrilevanza dei Motivi della Scelta: È irrilevante indagare sulle ragioni personali, intime o emotive che hanno portato un coniuge a dedicarsi prevalentemente alla famiglia. Ciò che conta è il fatto oggettivo che vi sia stato un sacrificio di opportunità lavorative, accettato e condiviso dall’altro coniuge.

2. Il Sacrificio non deve essere ‘Totale’: La legge non richiede una ‘dedizione esclusiva’ alla famiglia. Per avere diritto all’assegno è sufficiente dimostrare di aver sacrificato l’attività lavorativa o occasioni di carriera per dedicarsi ‘di più’ alla famiglia. Questo può includere scelte come lavorare part-time, rifiutare promozioni o incarichi più remunerativi ma più impegnativi.

3. Il Contributo non deve essere ‘Esclusivo’: Non è necessario provare che il proprio contributo familiare sia stata la causa ‘esclusiva’ della formazione del patrimonio dell’altro coniuge. È sufficiente dimostrare di aver fornito un contributo significativo alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune, a scapito delle proprie prospettive professionali.

In sostanza, il giudice deve valutare se il coniuge richiedente abbia rinunciato a realistiche occasioni professionali-reddituali in seguito a scelte concordate durante il matrimonio, che hanno favorito l’altro coniuge.

Conclusioni: Cosa Cambia in Pratica

Questa ordinanza consolida un orientamento giurisprudenziale che tutela maggiormente il coniuge che, nel corso del matrimonio, ha investito le proprie energie nella cura della famiglia piuttosto che nella propria carriera. La decisione sposta il focus dall’indagine sulle motivazioni soggettive alla prova oggettiva del sacrificio e del contributo dato. Per chi richiede l’assegno divorzile, diventa cruciale dimostrare non tanto di essere economicamente non autosufficiente in astratto, ma di aver subito un pregiudizio professionale a causa di scelte condivise che hanno arricchito la famiglia e l’altro coniuge. Il semplice fatto di aver potuto continuare a svolgere un’attività lavorativa non esclude il diritto all’assegno, se si prova che, senza quelle scelte, la propria posizione economica e professionale sarebbe stata significativamente migliore.

È necessario aver abbandonato completamente il lavoro per ottenere l’assegno divorzile?
No. La Corte di Cassazione ha chiarito che non è richiesto il sacrificio totale di ogni attività lavorativa. È sufficiente dimostrare di aver sacrificato l’attività lavorativa o occasioni di carriera professionale (es. scegliendo un part-time o rinunciando a promozioni) per dedicarsi maggiormente alla famiglia.

Il giudice deve indagare sul motivo per cui un coniuge ha scelto di dedicarsi alla famiglia anziché alla carriera?
No. Secondo la Corte, le ragioni personali e intime della scelta sono irrilevanti. Ciò che conta è il fatto oggettivo del sacrificio dell’attività lavorativa e che tale scelta sia stata accettata e condivisa dall’altro coniuge.

Per avere diritto all’assegno, si deve dimostrare che il proprio contributo è stata la causa ‘esclusiva’ dell’arricchimento dell’altro coniuge?
No. Non è necessario che il contributo del coniuge richiedente sia stata la causa ‘esclusiva’ dell’incremento patrimoniale dell’altro. È sufficiente che vi sia stato un contributo alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio comune, a scapito delle proprie occupazioni lavorative e avanzamenti di carriera.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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