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Acqua non potabile: è inadempimento, non un vizio

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 33688/2025, ha stabilito che la fornitura di acqua non potabile in luogo di quella potabile pattuita in un contratto di somministrazione non costituisce un semplice vizio della cosa venduta, ma un vero e proprio inadempimento contrattuale per consegna di “aliud pro alio” (una cosa per un’altra). Di conseguenza, l’azione del consumatore non è soggetta al breve termine di prescrizione annuale previsto per i vizi, ma al termine ordinario di dieci anni. Il caso riguardava due consumatori che avevano citato in giudizio la società di gestione idrica per aver ricevuto acqua non potabile per anni, chiedendo un rimborso parziale. La Corte ha cassato la decisione del Tribunale, che aveva erroneamente applicato la prescrizione breve, e ha rinviato la causa per un nuovo esame.

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Pubblicato il 24 gennaio 2026 in Diritto Civile, Giurisprudenza Civile

Acqua non potabile dal rubinetto? Hai 10 anni per agire

Ricevere acqua non potabile dalla propria utenza domestica non è solo un grave disagio, ma un vero e proprio inadempimento contrattuale. Con una recente ordinanza, la Corte di Cassazione ha chiarito un principio fondamentale a tutela dei consumatori: la fornitura di acqua non idonea al consumo umano non è un semplice difetto, ma la consegna di un bene totalmente diverso da quello promesso. Questo sposta i termini per far valere i propri diritti da uno a dieci anni.

I Fatti di Causa

Il caso nasce dall’azione legale di due eredi contro la società che gestiva la rete idrica comunale. Gli eredi lamentavano che la loro dante causa, titolare dell’utenza, aveva ricevuto per anni, dal 2003 al 2010, acqua non potabile, come confermato anche da un’ordinanza sindacale. Per questo motivo, avevano richiesto in giudizio il rimborso del 50% delle somme pagate dal 2006 al 2020, oltre al risarcimento dei danni.

La Decisione dei Giudici di Merito

Sia il Giudice di Pace in primo grado che il Tribunale in appello avevano respinto la domanda. Entrambi avevano qualificato il problema come un vizio della fornitura, applicando di conseguenza il termine di prescrizione molto breve, di un solo anno, previsto dall’art. 1495 del codice civile per la garanzia per vizi nella vendita. Secondo il Tribunale, non si trattava di una cosa completamente diversa (aliud pro alio) perché l’acqua, sebbene non potabile, poteva comunque essere usata per altri scopi domestici, come l’igiene personale.

L’Inadempimento per Fornitura di Acqua non Potabile: la visione della Cassazione

La Corte di Cassazione ha ribaltato completamente questa interpretazione, accogliendo il ricorso dei consumatori. La Suprema Corte ha affermato un principio consolidato: la somministrazione di acqua non potabile al posto di quella potabile, oggetto del contratto, non è una consegna di cosa viziata, ma di aliud pro alio.

Le Motivazioni

Il ragionamento della Corte è chiaro e lineare. Quando un contratto ha per oggetto la fornitura di ‘acqua potabile’, la ‘potabilità’ non è una semplice qualità accessoria, ma un elemento essenziale che definisce la natura stessa del bene. L’acqua non potabile è una cosa del tutto diversa (aliud) da quella potabile, poiché le manca la caratteristica fondamentale che la rende idonea alla sua funzione principale e contrattualmente definita: essere compatibile con l’organismo umano.

Il fatto che l’acqua potesse essere utilizzata per altri scopi è irrilevante. L’oggetto del contratto era specifico – acqua potabile – e la società fornitrice non ha adempiuto a tale obbligazione. Si tratta quindi di un inadempimento contrattuale ordinario, regolato dall’art. 1453 del codice civile, e non dalle norme speciali sulla garanzia per vizi. Di conseguenza, l’azione per ottenere il rimborso o il risarcimento non si prescrive in un anno, ma nel termine ordinario di dieci anni previsto dall’art. 2946 del codice civile.

Le Conclusioni

Questa ordinanza rafforza in modo significativo la tutela dei consumatori nei confronti delle società di gestione idrica. Stabilisce che gli utenti hanno a disposizione dieci anni per contestare la fornitura di acqua non potabile e chiedere la riduzione del prezzo pagato o il risarcimento del danno. La decisione sottolinea che l’obbligo contrattuale non è semplicemente fornire ‘acqua’, ma fornire ‘acqua potabile’, un bene con caratteristiche essenziali e non negoziabili per la salute e la sicurezza umana.

Cosa succede se la società idrica fornisce acqua non potabile invece di quella pattuita?
Secondo la Cassazione, si tratta di un grave inadempimento contrattuale per consegna di “aliud pro alio” (una cosa per un’altra), e non di un semplice vizio della fornitura.

Qual è il termine di prescrizione per agire contro la società idrica in questo caso?
L’azione del consumatore non è soggetta al termine breve di un anno previsto per i vizi, ma al termine di prescrizione ordinario di dieci anni, che decorre dal momento dell’inadempimento.

Perché la fornitura di acqua non potabile è considerata ‘aliud pro alio’ e non un vizio?
Perché la ‘potabilità’ è una qualità essenziale che definisce la natura stessa del bene oggetto del contratto. L’acqua non potabile è considerata un bene appartenente a un genere del tutto diverso da quello pattuito, poiché le manca la caratteristica fondamentale della compatibilità con il consumo umano.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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