Arbitrato di lavoro: chi paga il conto finale?
Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha chiarito un dubbio frequente nelle controversie di lavoro: chi deve pagare il compenso dell’arbitro? La risposta dei giudici è stata netta e si basa su un principio chiave: il compenso arbitro e solidarietà delle parti. Questo significa che, di norma, sia il lavoratore che l’azienda sono responsabili insieme per il pagamento degli onorari, anche per l’arbitro nominato dalla controparte. Vediamo insieme i dettagli di questa importante decisione.
La vicenda: un arbitro senza compenso
La storia inizia in modo semplice. Un lavoratore impugna una sanzione disciplinare inflitta dalla sua Azienda. Per risolvere la questione, le parti scelgono la via dell’arbitrato, come previsto dallo Statuto dei Lavoratori (legge n. 300/1970). Il lavoratore nomina il proprio arbitro di fiducia, un avvocato, per rappresentare le sue ragioni nel collegio arbitrale. La procedura si svolge e si conclude, ma sorge un problema: l’arbitro non viene pagato per il suo lavoro. Di conseguenza, il professionista decide di agire in tribunale per recuperare il suo onorario, citando in giudizio sia il lavoratore che lo aveva nominato, sia l’Azienda.
La difesa dell’Azienda e la regola generale
L’Azienda si difende sostenendo di non avere alcun obbligo di pagare l’arbitro scelto dal lavoratore. Secondo la sua tesi, ogni parte dovrebbe pagare il proprio arbitro. Questa posizione si basa su una norma specifica del codice di procedura civile (l’art. 412-quater), che in certi tipi di arbitrato prevede proprio questa regola. Tuttavia, la questione portata davanti alla Cassazione era se questa regola speciale potesse essere applicata a tutti gli arbitrati di lavoro, o se invece dovesse prevalere un altro principio.
Il principio del compenso arbitro e solidarietà delle parti
La Corte di Cassazione ha dato torto all’Azienda, affermando un principio di portata generale. L’incarico conferito al collegio arbitrale, anche se composto da membri scelti dalle singole parti, costituisce un ‘mandato collettivo’. In parole semplici, è come se lavoratore e azienda avessero assunto insieme gli arbitri per risolvere un problema comune. Di conseguenza, si applica la regola generale della solidarietà passiva, prevista dall’articolo 814 del codice di procedura civile. Questa norma stabilisce che le parti sono tenute ‘in solido’ al pagamento delle spese e degli onorari degli arbitri. ‘In solido’ significa che l’arbitro può chiedere l’intero importo a una qualsiasi delle parti, la quale poi potrà eventualmente chiedere all’altra il rimborso della sua quota.
Le motivazioni: la regola generale sulla solidarietà per il compenso dell’arbitro
I giudici hanno spiegato che la regola ‘ciascuno paga il suo’, prevista dall’art. 412-quater c.p.c., è un’eccezione. Si applica solo quando le parti scelgono di seguire quella specifica e strutturata procedura arbitrale, che prevede passaggi formali ben precisi. Nel caso in esame, invece, le parti avevano seguito la procedura più generica prevista dall’art. 7 dello Statuto dei Lavoratori. In assenza di un accordo diverso o della scelta di una procedura speciale, torna in vigore la regola principale della solidarietà. Questa tutela garantisce all’arbitro di essere pagato per il suo lavoro, poiché può contare sulla solvibilità di entrambe le parti coinvolte nella controversia.
Le conclusioni: l’Azienda paga insieme al Lavoratore
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell’arbitro. Ha annullato la precedente sentenza e ha rinviato la causa alla Corte d’Appello per una nuova decisione basata sul principio affermato. In conclusione, l’Azienda è stata ritenuta obbligata, insieme al lavoratore, a pagare il compenso dell’arbitro. Questa decisione rafforza la tutela dei professionisti che svolgono la funzione di arbitri e chiarisce che il compenso arbitro e la solidarietà delle parti rappresentano la norma fondamentale negli arbitrati di lavoro, salvo espresse deroghe.
In un arbitrato di lavoro, chi paga l’arbitro che ho nominato?
In base alla regola generale stabilita dalla Cassazione, sia tu che il tuo datore di lavoro siete obbligati ‘in solido’ a pagare il compenso di tutti gli arbitri, a meno che non si segua una procedura speciale che preveda diversamente.
L’azienda può rifiutarsi di pagare l’arbitro scelto dal lavoratore?
No, di norma non può. Secondo la Cassazione, la regola è la responsabilità solidale. L’azienda è tenuta a contribuire al pagamento del compenso anche dell’arbitro di parte del lavoratore, salvo rari casi specifici previsti dalla legge.
Cosa significa ‘responsabilità solidale’ per il compenso dell’arbitro?
Significa che l’arbitro può chiedere l’intero pagamento del suo onorario indifferentemente al lavoratore o all’azienda. La parte che paga per intero ha poi il diritto di chiedere all’altra il rimborso della quota di sua competenza.