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Incentivo COVID: illegittima la decurtazione IRAP dalla busta paga

La Corte di Cassazione ha stabilito che è illegittima la decurtazione IRAP incentivo COVID dalla busta paga di una lavoratrice del settore sanitario. Un’Azienda Sanitaria aveva ridotto il premio economico riconosciuto al personale per l’emergenza, trattenendo l’importo relativo all’IRAP, un’imposta a carico dell’azienda stessa. Secondo i giudici, i costi fiscali del datore di lavoro non possono essere scaricati sui dipendenti. L’Azienda Sanitaria ha quindi perso la causa e ha dovuto riconoscere alla lavoratrice l’intero importo del bonus, oltre al pagamento delle spese legali.

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Pubblicato il 17 maggio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Riferimento Ordinanza di Cassazione Civile Sez. Lavoro Num. 12502 Anno 2026 (Cass. civ. sez. lavoro n. 12502/2026)

Incentivo COVID e trattenute: quando la busta paga nasconde una sorpresa

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha affrontato un tema di grande importanza per i lavoratori del settore sanitario, stabilendo un principio chiaro sulla decurtazione IRAP incentivo COVID. La vicenda riguarda un’operatrice sanitaria che, dopo aver lavorato in prima linea durante l’emergenza pandemica, si è vista ridurre il premio economico promesso. L’Azienda Sanitaria per cui lavorava aveva infatti deciso di trattenere dal bonus non solo le imposte e i contributi a carico della dipendente, ma anche una quota per coprire l’IRAP, un’imposta che per legge grava esclusivamente sull’azienda. Questo caso solleva una questione fondamentale: può un datore di lavoro scaricare i propri oneri fiscali sul dipendente?

La posizione dell’Azienda Sanitaria

L’Azienda Sanitaria ha difeso la propria scelta sostenendo che i fondi stanziati a livello nazionale e regionale per gli incentivi COVID erano stati calcolati ‘al lordo dei contributi e degli oneri a carico dell’amministrazione’. Secondo questa interpretazione, il budget totale a disposizione doveva coprire sia la retribuzione netta per il lavoratore sia tutti i costi accessori, inclusa l’IRAP. Di conseguenza, per rispettare i vincoli di spesa pubblica, l’azienda riteneva necessario e legittimo ridurre l’importo erogato a ciascun dipendente per far rientrare nel calcolo anche il proprio carico fiscale. In pratica, l’azienda affermava di dover pagare l’IRAP con gli stessi soldi destinati ai premi dei lavoratori.

Illegittima la decurtazione IRAP incentivo COVID: il diritto del lavoratore

La lavoratrice, dal canto suo, ha contestato questa impostazione. Il suo ragionamento era semplice e diretto: il premio COVID, come ogni altra voce della retribuzione, è un suo diritto. Su tale importo devono essere applicate solo le trattenute previste per legge a carico del lavoratore, come l’IRPEF e i contributi previdenziali. L’IRAP, invece, è un’imposta sulle attività produttive che riguarda esclusivamente l’azienda. Farla pagare, anche indirettamente, al dipendente attraverso una riduzione del bonus costituiva una violazione dei suoi diritti retributivi, stabiliti peraltro da un accordo sindacale regionale che non prevedeva alcuna decurtazione di questo tipo.

Le motivazioni: perché la decurtazione IRAP incentivo COVID è illegittima

La Corte di Cassazione ha dato piena ragione alla lavoratrice, rigettando il ricorso dell’Azienda Sanitaria. I giudici hanno chiarito un punto cruciale: una cosa è lo stanziamento del budget a disposizione dell’ente, un’altra è il diritto del singolo lavoratore. La legge (D.L. n. 18/2020) specificava che la spesa complessiva autorizzata era ‘al lordo degli oneri a carico dell’amministrazione’. Questo, però, è un criterio di contabilità pubblica per definire il tetto di spesa, non un’autorizzazione a ridurre gli emolumenti dei dipendenti. La Corte ha ribadito un principio consolidato: l’IRAP non può essere ‘traslata’ sul dipendente. La somma spettante al lavoratore, definita dalla contrattazione, non può essere ridotta per coprire un maggiore onere fiscale del datore di lavoro. In altre parole, le tasse dell’azienda le paga l’azienda, non il lavoratore.

Le conclusioni: l’IRAP non si tocca dalla busta paga

L’esito della vicenda è una vittoria per la lavoratrice e per tutti i dipendenti. L’Azienda Sanitaria è stata condannata a pagare alla dipendente la differenza non corrisposta sull’incentivo COVID, oltre a tutte le spese legali del giudizio. Questa sentenza rafforza un principio fondamentale del diritto del lavoro: il compenso pattuito non può essere arbitrariamente ridotto dal datore di lavoro per far fronte ai propri obblighi fiscali. La busta paga deve essere trasparente e le uniche trattenute legittime sono quelle previste dalla legge a carico del dipendente. Ogni altro tentativo di ‘scaricare’ costi aziendali sulla retribuzione del lavoratore è da considerarsi illegittimo.

L’azienda può trattenere le sue tasse dal mio stipendio o da un bonus?
No, la Cassazione ha stabilito che le imposte a carico dell’azienda, come l’IRAP, non possono essere scaricate sul dipendente riducendo il suo compenso.

Cosa era l’incentivo COVID per il personale sanitario?
Era un premio economico speciale previsto dalla legge per remunerare il personale sanitario per il lavoro svolto durante l’emergenza epidemiologica.

Chi paga l’IRAP?
L’IRAP è un’imposta regionale sulle attività produttive. È un costo a carico esclusivo dell’azienda o del datore di lavoro, non del lavoratore dipendente.

Termini giuridici

IRAP
Imposta Regionale sulle Attività Produttive. È una tassa che le aziende pagano alla Regione, calcolata sul valore della produzione. È un costo a carico dell'impresa, non del lavoratore.
Soccombenza
Principio secondo cui la parte che perde la causa deve pagare le spese legali della parte vincitrice.
Base imponibile
L'importo netto su cui viene calcolata un'imposta. Ad esempio, la base imponibile dell'IRAP è il valore della produzione di un'azienda.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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