Quando un ordine di demolizione è contenuto in una sentenza penale divenuta irrevocabile, le possibilità di bloccarne l’esecuzione si riducono drasticamente. Anche un successivo atto amministrativo del Comune, come una determina che riconosce la natura manutentiva di alcuni interventi, non può vanificare quanto stabilito in via definitiva dal giudice. Lo ha chiarito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 28534 del 2024, respingendo il ricorso di un cittadino condannato per una serie di abusi edilizi.
I Fatti del Caso: Abusi Edilizi Stratificati nel Tempo
La vicenda giudiziaria trae origine da due distinte sentenze penali di condanna per violazioni edilizie e paesaggistiche a carico del proprietario di un immobile. Gli interventi abusivi, realizzati nel corso degli anni, includevano la creazione di un ‘ponte’ in cemento armato e l’ampliamento di un corpo di fabbrica per un totale di 97 mq. Nonostante le condanne, che contenevano entrambe l’ordine di ripristino dello stato dei luoghi, il condannato presentava al Comune una SCIA e una richiesta di permesso di costruire in sanatoria. Il Comune, con una determina, riconosceva la natura ‘manutentiva’ di parte degli interventi e la scarsa rilevanza urbanistica del ‘ponte’. Forte di questo atto, il cittadino chiedeva al Tribunale la revoca o la sospensione dell’ordine di demolizione, ma la sua istanza veniva rigettata. Contro questa decisione, proponeva ricorso in Cassazione.
La Decisione della Corte di Cassazione e l’Ordine di Demolizione
La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ritenendolo manifestamente infondato su tutta la linea. I giudici hanno smontato punto per punto le argomentazioni difensive, ribadendo la solidità dei principi che governano l’esecuzione delle sentenze penali in materia edilizia.
Competenza del Pubblico Ministero: Un Motivo Infondato
Il ricorrente sosteneva che il Pubblico Ministero non fosse competente a eseguire la demolizione per abusi commessi prima del 28 novembre 1997. La Cassazione ha respinto questa tesi, chiarendo che la competenza si determina in base al principio tempus regit actum, ovvero con la legge in vigore al momento dell’esecuzione. Poiché sia il titolo esecutivo (la sentenza del 1999) sia la fase esecutiva erano successivi a tale data, la competenza del PM era indiscussa. Inoltre, le circolari ministeriali o le direttive di altre procure, invocate dal ricorrente, non hanno alcun effetto vincolante per il giudice o per il PM procedente.
L’Impossibilità di Frazionare gli Abusi e l’Irrilevanza della Sanatoria
Il cuore della decisione riguarda il merito degli abusi. Il Tribunale prima, e la Cassazione poi, hanno stabilito che gli interventi non potevano essere considerati separatamente (‘parcellizzati’). Non si trattava di semplici opere di manutenzione, ma di un’attività illecita continuata che aveva portato alla realizzazione di un manufatto completamente diverso dall’originale per volume, aspetto e sagoma. La presunta natura manutentiva di una parte dei lavori era smentita già dai verbali di accertamento dell’epoca, che parlavano di ‘prolungamento’ di un corpo di fabbrica abusivo. Tutti gli interventi, quindi, costituivano un’unica opera illegittima.
Le Motivazioni della Sentenza
Le motivazioni della Corte si fondano su un principio cardine: la preminenza del giudicato penale. Una volta che una sentenza ha accertato in via definitiva l’abusività di un’opera, compresa la violazione dei vincoli paesaggistici, un successivo atto amministrativo, come la determina comunale, non può retroattivamente ‘sanare’ l’illecito e invalidare l’ordine di demolizione. Tale atto comunale è inefficace di fronte al giudicato, che ha una forza vincolante superiore. La Corte ha sottolineato come la valutazione del Comune, che aveva escluso la necessità dell’autorizzazione paesaggistica, si ponesse in insanabile contrasto con quanto accertato nelle sentenze di condanna. Analogamente, la pendenza di una richiesta di permesso di costruire non è motivo sufficiente per sospendere la demolizione, a meno che non vi sia una prova concreta della sua imminente e prevedibile approvazione, prova che nel caso di specie mancava del tutto.
Conclusioni: L’Intangibilità dell’Ordine di Demolizione Penale
La sentenza ribadisce con fermezza che l’ordine di demolizione emesso in sede penale è un provvedimento con una solida base giuridica, finalizzato a ripristinare la legalità violata. Tentare di aggirarlo tramite procedimenti amministrativi postumi, che mirano a frammentare l’abuso o a ridefinirne la natura, si rivela una strategia inefficace. Il giudicato penale cristallizza l’accertamento dell’illecito, e l’esecuzione della demolizione diventa la conseguenza ineludibile per ristabilire l’ordine urbanistico e paesaggistico compromesso.
Chi è competente a eseguire un ordine di demolizione derivante da una sentenza penale?
La competenza a eseguire l’ordine di demolizione spetta al pubblico ministero. La disciplina applicabile si individua sulla base del principio ‘tempus regit actum’, cioè quella in vigore al momento in cui l’atto di esecuzione deve essere compiuto, e non al momento della commissione dell’abuso.
Un’autorizzazione in sanatoria rilasciata dal Comune può bloccare un ordine di demolizione disposto da un giudice penale?
No. Secondo la sentenza, un atto amministrativo successivo, come una determina comunale che riconosce la natura manutentiva di un intervento, non può avere alcun effetto di fronte a un giudicato penale che ha già accertato in via definitiva l’abusività dell’opera e la necessità della demolizione.
È possibile considerare separatamente diversi interventi abusivi realizzati sullo stesso immobile per ottenerne una sanatoria parziale?
No, la Corte ha stabilito che la ‘parcellizzazione’ illegittima degli interventi non è ammissibile. Se gli abusi fanno parte di un unico progetto illecito che ha portato alla creazione di un manufatto unitario e diverso dall’originale, devono essere valutati nel loro complesso e non possono essere frammentati per tentare di sanarne singole parti.