La recente sentenza della Corte di Cassazione, n. 13347 del 2024, offre un’importante chiave di lettura sul reato di trasferimento fraudolento di valori (art. 512-bis c.p.), specialmente quando commesso nel contesto di associazioni di stampo mafioso. La Corte ha chiarito che una serie di intestazioni fittizie, pur riguardando le medesime attività commerciali, non costituisce necessariamente un unico reato, ma può integrare una pluralità di delitti autonomi, fornendo così un robusto indizio della partecipazione al sodalizio criminale.
I fatti del caso: plurime intestazioni fittizie
Il caso esaminato riguarda un soggetto accusato di far parte di una cosca di ‘ndrangheta operante a Roma e di aver realizzato plurime condotte di intestazione fittizia. Nello specifico, l’indagato avrebbe agito come prestanome per i vertici del clan, schermando la reale proprietà di due importanti attività commerciali, un bar-tabaccheria e un altro esercizio. Le contestazioni riguardavano diversi episodi, avvenuti in un arco temporale di più anni, attraverso i quali la titolarità delle quote societarie e delle ditte individuali veniva modificata per rendere più complesso il collegamento con i reali proprietari.
L’iter processuale e i motivi del ricorso
Il percorso giudiziario è stato complesso. Inizialmente, il Tribunale del riesame aveva escluso la gravità indiziaria per il reato di associazione mafiosa, confermando però le misure cautelari per i reati di trasferimento fraudolento. Successivamente, la Corte di Cassazione aveva annullato tale decisione, rinviando gli atti per un nuovo esame. Il Tribunale, in sede di rinvio, ha confermato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere per tutti i reati contestati, compreso quello associativo.
L’indagato ha quindi presentato un nuovo ricorso in Cassazione, sostenendo principalmente due punti:
- Unicità del reato: Le diverse operazioni di intestazione fittizia sarebbero state semplici segmenti di un’unica attività criminosa finalizzata a schermare le due aziende, e non reati autonomi. Si sarebbe quindi violato il principio che vieta di essere processati più volte per lo stesso fatto (ne bis in idem).
- Carenza di prove: Mancanza di gravi indizi di colpevolezza sia per il trasferimento fraudolento (in particolare sulla provenienza illecita dei capitali) sia per la partecipazione all’associazione mafiosa.
La decisione della Cassazione sul trasferimento fraudolento di valori
La Suprema Corte ha rigettato integralmente il ricorso, ritenendo i motivi inammissibili e infondati. La decisione si fonda su un’analisi rigorosa della distinzione tra unicità e pluralità di reati.
La distinzione tra reato unico e reati plurimi
I giudici di legittimità hanno confermato la valutazione del Tribunale del riesame, secondo cui le diverse condotte di intestazione fittizia non potevano essere unificate. La Corte ha sottolineato che, per considerare le diverse operazioni come reati autonomi, sono rilevanti elementi quali:
- La distanza temporale: Gli episodi erano avvenuti a distanza di anni.
- La diversità dei soggetti coinvolti: In alcune operazioni erano intervenuti soggetti diversi.
- La differente struttura societaria: Le operazioni riguardavano società e ditte diverse.
- La finalità immediata: Ogni operazione era volta a risolvere specifiche esigenze gestionali o a perfezionare lo schermo patrimoniale, non a modificare una condotta pregressa.
Questi elementi dimostravano che ogni fatto aveva una sua autonomia e un proprio disvalore giuridico, perfezionandosi in modo indipendente dagli altri.
Il ruolo della reiterazione come indizio di mafiosità
Un aspetto cruciale della sentenza è il collegamento tra la pluralità dei reati-fine e la sussistenza del reato associativo. La Cassazione ha evidenziato come la reiterazione di condotte di trasferimento fraudolento di valori, con modalità ricorrenti e a beneficio dei vertici del clan, non sia un evento isolato, ma costituisca un “significativo elemento probatorio” da cui desumere l’esistenza del sodalizio criminoso e la stabile partecipazione dell’indagato ad esso.
Le motivazioni della Corte
La Corte ha motivato l’inammissibilità degli altri motivi di ricorso spiegando che l’appellante non denunciava una violazione di legge o una manifesta illogicità della motivazione, ma proponeva una diversa ricostruzione dei fatti. Tale operazione è preclusa nel giudizio di Cassazione, che non può sostituire la propria valutazione a quella del giudice di merito. Il Tribunale del riesame, secondo la Corte, aveva congruamente motivato su tutti i punti: dalla provenienza dei capitali (riconducibili ai vertici del clan), alla consapevolezza dell’indagato di agire per eludere le misure di prevenzione (dolo specifico), fino alla sua intraneità al sodalizio, dimostrata dalla costante messa a disposizione e dal ruolo fiduciario ricoperto.
Le conclusioni
La sentenza n. 13347/2024 consolida un importante principio: nel contrasto alla criminalità economica di stampo mafioso, la valutazione di una serie di operazioni illecite deve essere attenta e analitica. Più atti di intestazione fittizia non sono automaticamente un unico reato continuato, ma possono configurare delitti distinti se presentano elementi di autonomia. Questa pluralità, a sua volta, non solo aggrava la posizione del singolo, ma rafforza il quadro probatorio a sostegno dell’accusa più grave di associazione mafiosa, dimostrando la continuità e la stabilità del contributo offerto al clan.
Più operazioni di intestazione fittizia relative allo stesso bene costituiscono sempre un unico reato?
No. Secondo la Corte, non costituiscono un unico reato se le singole condotte sono state commesse da soggetti diversi, a notevole distanza di tempo e con modalità differenti. In questi casi, si tratta di reati autonomi e distinti, ciascuno con un proprio disvalore.
Perché la Cassazione ha ritenuto inammissibili i motivi di ricorso sulla prova dei reati?
La Corte ha ritenuto i motivi inammissibili perché non contestavano una violazione di legge o un’illogicità manifesta della motivazione, ma si limitavano a proporre una diversa ricostruzione dei fatti e una differente valutazione delle prove. Questo tipo di riesame del merito è precluso nel giudizio di legittimità.
La reiterazione di reati come il trasferimento fraudolento di valori può essere un indizio di partecipazione a un’associazione mafiosa?
Sì. La sentenza afferma che la reiterazione di reati-fine, come il trasferimento fraudolento di valori, con modalità ricorrenti e al fine di eludere misure di prevenzione, costituisce un “significativo elemento probatorio” dal quale desumere l’esistenza del sodalizio criminale e la partecipazione stabile dell’autore dei reati.