Mancata tempestiva richiesta di fallimento, bancarotta semplice

Nel reato di bancarotta semplice per mancata tempestiva richiesta di fallimento, di cui alla L. Fall. , 5 del 10 dicembre 1999), essendo palese, nel caso di esaminato, e quindi conclamata, la irreversibilità della decozione, rispetto alla quale peraltro la richiesta di concordato che non approdava ad un esito positivo non costituì evidentemente un rimedio.


Nel reato di bancarotta semplice per mancata tempestiva richiesta di fallimento, di cui alla L.Fall., articolo 217, comma 4, oggetto di punizione è l’aggravamento del dissesto dipendente dal semplice ritardo nell’instaurare la concorsualità, non essendo richiesti ulteriori comportamenti concorrenti (Sez. 5, Sentenza n. 28609 del 21/04/2017).

Nondimeno, la scelta di ritardare la dichiarazione di fallimento deve essere, in se stessa, determinata da un atteggiamento gravemente colposo (nel reato di bancarotta semplice, la mancata tempestiva richiesta di dichiarazione di fallimento da parte dell’amministratore (anche di fatto) della società è punibile se dovuta a colpa grave che può essere desunta, non sulla base del mero ritardo nella richiesta di fallimento, ma, in concreto, da una provata e consapevole omissione, cfr. Sez. 5, n. 18108 del 12/03/2018 – dep. 24/04/2018).

Nel caso esaminato, la Corte territoriale, lungi dal far discendere la sussistenza di colpa grave a carico degli imputati dalla mera circostanza del mancato deposito tempestivo della domanda di fallimento, ha piuttosto dato compiuta prova degli elementi da cui desumere, da un lato, la piena conoscenza da parte degli stessi dello stato di decozione in cui versava già da tempo la società di cui erano amministratori, dall’altro, la natura gravemente colposa dell’omissione ascritta.

Elementi da cui si evince come i predetti abbiano potuto adeguatamente rappresentarsi, preventivamente, che la loro scelta di ritardare ben poteva determinare un aggravamento del dissesto (essendo notorio che una esposizione debitoria, più passa il tempo, più aumenta per effetto della produzione degli interessi che continuano a maturare; in tal senso si è, ad esempio, affermato che l’obbligo del liquidatore della società di chiedere tempestivamente il fallimento della stessa non viene meno quando egli possa comunque rendersi consapevole dell’irreversibile condizione di dissesto e non eserciti il potere di iniziativa fallimentare, prescegliendo, in presenza dell’inevitabile aggravamento della situazione debitoria – per l’aumento degli interessi passivi e la crescente confusione patrimoniale o anche solo, ad esempio, attraverso l’ulteriore accumulo dei costi ordinari di gestione – improbabili vie di recupero o anche la semplice attesa, cfr. Sez. 5, n. 28609 del 21/04/2017 – 01; Sez. 5 del 10 dicembre 1999), essendo palese, nel caso di esaminato, e quindi conclamata, la irreversibilità della decozione, rispetto alla quale peraltro la richiesta di concordato che non approdava ad un esito positivo non costituì evidentemente un rimedio.

Corte di Cassazione, Sezione Quinta, Sentenza n. 32422 del 18 novembre 2020

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