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Legge 604/1966

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NASpI e risoluzione consensuale: limiti e regole
La Corte di Cassazione ha stabilito che la NASpI non spetta in caso di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro avvenuta in sede sindacale con incentivo all'esodo, a meno che non rientri nelle specifiche procedure previste dalla legge. Nel caso esaminato, un'azienda e una dipendente avevano concordato la fine del rapporto per evitare una lite giudiziaria. L'ente previdenziale ha richiesto la restituzione delle somme erogate, sostenendo l'assenza del requisito della disoccupazione involontaria. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'ente, negando la possibilità di applicare l'analogia per estendere il beneficio a fattispecie non espressamente previste dal legislatore.
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Impugnazione licenziamento: i termini di decadenza
La Corte di Cassazione ha confermato la decadenza dall'azione giudiziaria per una lavoratrice che aveva contestato il proprio licenziamento oltre i termini legali. Il cuore della controversia riguarda l'impugnazione licenziamento e il calcolo dei 180 giorni per il deposito del ricorso o del tentativo di conciliazione. La Suprema Corte ha ribadito che tale termine decorre dalla data di spedizione dell'impugnazione stragiudiziale e non dalla sua ricezione da parte del datore di lavoro. Nel caso di specie, la comunicazione era stata inviata al 183° giorno, rendendo l'azione tardiva e inammissibile.
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Rito Fornero e inammissibilità del ricorso ordinario
La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità di un ricorso contro un licenziamento per giusta causa poiché proposto erroneamente con rito ordinario anziché tramite il Rito Fornero. La decisione chiarisce che un'ordinanza che dichiara l'inammissibilità del ricorso e liquida le spese ha natura sostanziale di sentenza. Tale provvedimento produce un giudicato formale che impedisce al giudice di primo grado di revocarlo successivamente. Il mancato rispetto della procedura speciale prevista dalla Legge 92/2012 comporta la definitività della prima decisione negativa, rendendo tardivi e inutilizzabili i tentativi successivi di sanare l'errore procedurale.
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Contratti a termine: abuso e risarcimento enti locali
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un Ente locale contro la condanna al risarcimento del danno in favore di una lavoratrice impiegata con ripetuti contratti a termine per oltre dodici anni. La sentenza conferma che l'utilizzo di personale esterno per uffici di diretta collaborazione, ai sensi dell'art. 90 TUEL, deve essere residuale rispetto al personale interno. La Corte ha stabilito che i contratti a termine stipulati in violazione di tali criteri sono illegittimi e che il risarcimento, calcolato come indennità onnicomprensiva, non può essere ridotto deducendo i guadagni ottenuti dalla lavoratrice presso altri datori di lavoro.
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Demansionamento e licenziamento del dirigente
Un dirigente di una nota società editoriale ha impugnato il proprio licenziamento, sostenendo di aver subito un preventivo **Demansionamento** e che la riorganizzazione aziendale fosse pretestuosa. La Corte d'Appello ha respinto le richieste, accertando che il manager aveva mantenuto i suoi poteri apicali nonostante la conflittualità interna e che la soppressione della sua posizione era effettiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che non è possibile richiedere un nuovo esame dei fatti in sede di legittimità se la motivazione del giudice di merito è coerente.
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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: guida
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del Licenziamento per giustificato motivo oggettivo intimato a un lavoratore impiegato presso un ente religioso. Il recesso è stato causato da una comprovata crisi economica che rendeva insostenibile il costo dell'unico dipendente. I giudici di merito avevano già accertato l'impossibilità di ricollocamento (repêchage), dato che le mansioni di pulizia erano state affidate a volontari e successivamente a una ditta esterna con frequenza ridotta. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché le doglianze erano generiche e miravano a una nuova valutazione dei fatti, preclusa in sede di legittimità.
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Licenziamento per falso diploma: guida alla sentenza
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento irrogato a un collaboratore scolastico per aver dichiarato il possesso di un titolo di studio mai conseguito. Il licenziamento per falso diploma è stato ritenuto valido poiché la dichiarazione mendace è stata determinante per l'inserimento nelle graduatorie e la successiva assunzione. La Corte ha chiarito che, una volta provata la falsità materiale del documento, spetta al lavoratore fornire la prova contraria dell'effettivo svolgimento del percorso di studi.
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Obbligo di repechage nel licenziamento per mancato albo
La Corte d'Appello di L'Aquila ha annullato il licenziamento di un tecnico della prevenzione privo dell'iscrizione obbligatoria all'albo. La decisione si fonda sul mancato assolvimento dell'obbligo di repechage da parte del datore di lavoro, che non ha dimostrato l'impossibilità di adibire il dipendente a mansioni alternative, come compiti amministrativi o strumentali già svolti in precedenza.
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Patto di prova: quando è valido nel pubblico impiego
Il Tribunale ha rigettato il ricorso di una lavoratrice che contestava il licenziamento per mancato superamento del patto di prova. La sentenza chiarisce che nel pubblico impiego il periodo di prova è obbligatorio per legge anche se il dipendente ha già lavorato per l'ente con contratti a termine, e la sua durata va calcolata sui giorni di lavoro effettivo.
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Sanzione conservativa: CCNL blocca il licenziamento
La Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento di un licenziamento disciplinare, stabilendo un principio chiave: se la contrattazione collettiva (CCNL) qualifica una specifica infrazione come meritevole di una sanzione conservativa (non espulsiva), il giudice non può considerare legittimo il licenziamento. In questi casi, il lavoratore ha diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro. La Corte ha inoltre respinto le censure procedurali del datore di lavoro relative all'ammissione di nuove prove in appello, specificando che l'appellante deve dimostrare il pregiudizio concreto derivante dall'errore processuale.
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Contratti a termine: limiti della deroga stagionale
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 31755/2023, ha chiarito i limiti della contrattazione collettiva nel definire le attività stagionali per la stipula di contratti a termine. Il caso riguardava una lavoratrice di un call center di una compagnia aerea, il cui rapporto di lavoro a tempo determinato era stato prorogato oltre il limite massimo legale. La Corte ha stabilito che la qualifica di 'stagionale' non può essere un'etichetta generica usata per eludere la legge, ma deve corrispondere a esigenze oggettive e temporanee. Di conseguenza, ha confermato la conversione del rapporto in un contratto a tempo indeterminato e il diritto della lavoratrice al risarcimento.
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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: il nesso
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un musicista licenziato due volte da una fondazione per ragioni economiche. Con l'ordinanza n. 31660/2023, la Corte ha stabilito che non basta invocare una generica necessità di riduzione dei costi. Il datore di lavoro deve provare il nesso di causalità, ovvero dimostrare perché ha scelto di sopprimere proprio quel posto di lavoro e non altri, anche più costosi. La Corte ha cassato la sentenza precedente, affermando che il controllo giudiziale deve verificare l'effettività della ragione economica addotta, senza che ciò costituisca un'indebita interferenza nelle scelte aziendali. Il caso è stato rinviato alla Corte d'Appello per una nuova valutazione.
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Risarcimento contratto a termine: la Cassazione decide
Un lavoratore pubblico con una serie di contratti a termine illegittimi chiede il risarcimento del danno. La Cassazione, con Ordinanza n. 31652/2023, dichiara inammissibile il ricorso, confermando che il giudice ha discrezionalità nel quantificare il risarcimento contratto a termine tra un minimo e un massimo, potendo considerare anche il reperimento di una nuova occupazione non come detrazione, ma come criterio per la liquidazione.
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Licenziamento motivo oggettivo: prova e reintegra
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 31645/2023, ha rigettato il ricorso di una fondazione contro la sentenza che annullava il licenziamento di un dipendente. Il caso verteva su un licenziamento per motivo oggettivo basato su una riorganizzazione aziendale. La Corte ha confermato che spetta al datore di lavoro dimostrare il nesso causale tra la riorganizzazione e la soppressione del posto di lavoro. In assenza di tale prova, il licenziamento è illegittimo e, alla luce delle recenti sentenze della Corte Costituzionale, si applica la tutela reintegratoria.
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Licenziamento cessazione attività: conta la domanda
Una lavoratrice è stata licenziata per cessazione dell'attività aziendale. Ha impugnato il licenziamento sostenendo sia un trasferimento d'azienda nascosto, sia l'insussistenza della cessazione stessa. I tribunali di merito hanno respinto la richiesta, analizzando solo la questione del trasferimento. La Cassazione ha annullato la decisione, stabilendo che i giudici avrebbero dovuto valutare anche l'effettiva cessazione dell'attività come motivo autonomo, ordinando un nuovo processo d'appello sul licenziamento cessazione attività.
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Unico centro di imputazione: la guida completa
Una lavoratrice, licenziata per giustificato motivo oggettivo da una società, ha ottenuto la reintegrazione dimostrando che l'azienda faceva parte di un gruppo societario qualificabile come 'unico centro di imputazione'. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che la presenza di una struttura organizzativa e produttiva unificata, un interesse comune e un coordinamento tra le diverse società le rendono, di fatto, un singolo datore di lavoro. Questo ha permesso di superare i requisiti dimensionali della singola azienda e applicare la tutela reintegratoria. La Corte ha inoltre chiarito che i limiti al risarcimento del danno previsti dalla legge si applicano anche se non esplicitamente menzionati nel dispositivo della sentenza.
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Licenziamento oggettivo: onere della prova e repechage
Una società di cosmetici licenzia una dipendente per giustificato motivo oggettivo 18 mesi dopo la chiusura del suo punto vendita. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento, ribadendo che spetta al datore di lavoro l'onere di provare l'impossibilità di ricollocare la lavoratrice (obbligo di repechage). La decisione applica inoltre i nuovi criteri, meno stringenti, per la tutela reintegratoria, a seguito di una sentenza della Corte Costituzionale.
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Inidoneità e repechage: licenziamento illegittimo
Un operatore ecologico, dichiarato inidoneo alla mansione, viene licenziato per impossibilità di ricollocamento. La Cassazione annulla la decisione, stabilendo che il licenziamento è illegittimo se l'azienda omette la procedura di confronto sindacale prevista dal CCNL per la verifica del possibile repechage, anche in assenza di sanzioni esplicite.
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Obbligo di repêchage: quando spetta il reintegro
Un lavoratore è stato licenziato per giustificato motivo oggettivo. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 31451/2023, ha stabilito che la violazione dell'obbligo di repêchage da parte del datore di lavoro equivale a un'insussistenza del fatto posto a base del licenziamento. Di conseguenza, al lavoratore spetta la tutela reintegratoria, ovvero il reintegro nel posto di lavoro, e non un semplice risarcimento economico. La Corte ha chiarito che il datore deve provare di aver cercato di ricollocare il dipendente anche in mansioni inferiori.
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Licenziamento guardia giurata: la Cassazione decide
Una società di vigilanza licenzia una dipendente dopo la revoca del suo porto d'armi. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento della guardia giurata, ritenendo che il datore di lavoro avesse correttamente adempiuto all'obbligo di repêchage offrendo un'altra posizione, rifiutata dalla lavoratrice. Il ricorso è stato respinto perché contestava la valutazione dei fatti, non di competenza della Cassazione.
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