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d.p.r. n. 115 del 2002, art. 13 comma 1quater

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Obbligo di repêchage: i limiti secondo la Cassazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 17036/2024, ha chiarito i limiti dell'obbligo di repêchage a carico del datore di lavoro. Nel caso esaminato, due autisti licenziati per giustificato motivo oggettivo a seguito della perdita di un appalto non sono stati ricollocati in mansioni inferiori (addetti mensa) perché privi del bagaglio professionale necessario. La Corte ha stabilito che l'obbligo di repêchage non si estende fino a imporre al datore di lavoro di fornire una specifica e nuova formazione per rendere il lavoratore idoneo a mansioni diverse e inferiori. Il licenziamento è stato quindi ritenuto legittimo, confermando che la ricollocazione è possibile solo per posizioni compatibili con le competenze già possedute dal dipendente al momento del recesso.
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Licenziamento disciplinare: Telepass come prova?
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di un licenziamento disciplinare inflitto a un dipendente di una società autostradale. La sua prolungata inattività durante un turno di lavoro è stata provata tramite i dati del Telepass installato sul veicolo aziendale. La Corte ha stabilito che l'uso di tali dati non viola le norme sul controllo a distanza dei lavoratori, poiché il Telepass è primariamente uno strumento per il pagamento del pedaggio e non un dispositivo installato per la sorveglianza.
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Demansionamento: il licenziamento è nullo
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento di un lavoratore, giustificato da un'azienda di vigilanza con la perdita di un appalto. La Corte ha stabilito che il licenziamento è nullo perché fondato su una precedente e continua condotta illecita del datore di lavoro: il demansionamento. Il lavoratore, infatti, era stato assegnato a mansioni inferiori presso quel cantiere in violazione di una precedente sentenza che gli riconosceva un inquadramento superiore. L'azienda non può, quindi, avvalersi delle conseguenze del proprio illecito per giustificare la fine del rapporto di lavoro.
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Estinzione processo per rinuncia: il caso in Cassazione
Un'ordinanza della Corte di Cassazione dichiara l'estinzione del processo per rinuncia da parte della società ricorrente. Il caso originava dal licenziamento di un dipendente per presunto abuso dei permessi Legge 104, annullato dalla Corte d'Appello che aveva disposto la reintegra. La rinuncia al ricorso in Cassazione rende definitiva la sentenza di secondo grado, chiudendo il contenzioso.
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Comporto part-time verticale: no alla riduzione
Un lavoratore con contratto part-time verticale è stato licenziato per superamento del periodo di comporto, calcolato dall'azienda in modo proporzionalmente ridotto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il licenziamento illegittimo. Ha statuito che, in assenza di una specifica previsione del contratto collettivo nazionale, il periodo di comporto per un lavoratore in part-time verticale non può essere ridotto e deve essere uguale a quello di un lavoratore a tempo pieno, in applicazione del principio di non discriminazione.
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Contratto lavoro sportivo: inefficacia e fallimento
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un dirigente sportivo contro il fallimento di una società calcistica. La Corte ha stabilito che il suo contratto lavoro sportivo è divenuto inefficace non a causa del fallimento, ma a seguito della mancata iscrizione della squadra al campionato, evento di cui il dirigente stesso era stato ritenuto responsabile. Di conseguenza, il suo credito per le retribuzioni non è stato ammesso allo stato passivo del fallimento.
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Dotazioni ecologiche e ambientali: chi paga le opere?
Una società fallita ha contestato l'obbligo di realizzare una cassa di espansione, sostenendo che fosse un'opera pubblica a carico della collettività. Le Sezioni Unite della Cassazione hanno respinto il ricorso, qualificando l'opera come una 'dotazione ecologica e ambientale', ovvero una precondizione necessaria per la trasformazione urbanistica voluta dalla stessa società. Di conseguenza, il costo della sua realizzazione spetta al soggetto che attua l'intervento edilizio e non può essere scomputato dai contributi di costruzione.
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Compenso amministratore società partecipata: è dovuto?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 5299/2024, ha stabilito che il compenso per l'incarico di amministratore in una società partecipata non è dovuto se il contratto di lavoro del dirigente con la società controllante prevede già un trattamento economico onnicomprensivo che include tali eventuali funzioni. La Corte ha rigettato il ricorso di un dirigente che richiedeva un compenso separato per il suo ruolo di Presidente in una società "in house", valorizzando la chiara previsione contrattuale che assorbiva tale attività nella retribuzione principale.
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Opposizione esecuzione: appello o ricorso? La Cassazione
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile un ricorso straordinario proposto da alcuni lavoratori. Il caso riguarda una opposizione esecuzione promossa da un'azienda contro la richiesta di pagamento di differenze retributive al lordo delle imposte. La Corte chiarisce che quando si contesta il diritto stesso di procedere all'esecuzione (an), e non le modalità (quomodo), il rimedio corretto è l'appello ordinario e non il ricorso straordinario in Cassazione, previsto solo per l'opposizione agli atti esecutivi.
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Retribuzione ferie: indennità incluse nel calcolo
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 281/2024, ha stabilito che la retribuzione ferie deve includere tutte le indennità accessorie strettamente connesse all'attività lavorativa. Un'azienda di trasporti ferroviari aveva escluso dal calcolo le indennità per attività di condotta e di riserva, ma la Corte ha respinto il ricorso, allineandosi alla giurisprudenza europea. Il principio è che una paga ridotta durante le ferie potrebbe disincentivare il lavoratore dal goderne. La Corte ha anche confermato che la prescrizione per i crediti retributivi decorre dalla cessazione del rapporto di lavoro.
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Licenziamento illegittimo e reintegro: la Cassazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 87/2024, ha stabilito un principio cruciale in materia di licenziamento illegittimo per giustificato motivo oggettivo. Il caso riguardava una socia lavoratrice di una cooperativa licenziata per una presunta riorganizzazione aziendale. I giudici di merito, pur riconoscendo l'insussistenza del motivo, avevano concesso solo una tutela risarcitoria. La Cassazione ha accolto il ricorso della lavoratrice, cassando la sentenza e rinviando il caso alla Corte d'Appello. Il punto chiave è che, a seguito di una sentenza della Corte Costituzionale, la semplice insussistenza del fatto posto a base del licenziamento è sufficiente per ordinare il reintegro nel posto di lavoro, senza che tale insussistenza debba essere 'manifesta'.
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Eccesso di potere giurisdizionale: limiti al ricorso
Una candidata a un concorso pubblico, non ammessa alla prova orale, si è rivolta alla Corte di Cassazione dopo il rigetto dei suoi appelli amministrativi, lamentando un eccesso di potere giurisdizionale. Le Sezioni Unite hanno dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che il loro sindacato sulle decisioni del Consiglio di Stato è limitato alle violazioni dei limiti esterni della giurisdizione e non può estendersi al riesame del merito o a presunti errori di giudizio.
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Proroga contratto a termine: quando scatta la conversione
Un lavoratore ottiene la conversione del suo contratto a tempo indeterminato dopo una serie di estensioni. La Corte di Cassazione conferma la decisione, chiarendo la distinzione cruciale tra proroga contratto a termine e rinnovo. La sentenza stabilisce che il termine per l'impugnazione decorre dalla cessazione finale del rapporto, considerando le proroghe come parte di un unico contratto. Inoltre, viene ribadita la necessità di una causale specifica per le proroghe successive ai primi 12 mesi, pena la conversione del rapporto.
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