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Art. 94 Codice di Procedura Penale — Sezione Terza Penale

Altri anni per Art. 94 Codice di Procedura Penale

Spaccio in casa: legittima la custodia cautelare in carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Le forze dell'ordine avevano rinvenuto nella sua abitazione oltre un chilo e mezzo di droga tra hashish e marijuana, bilancini e una serra per la coltivazione. La difesa chiedeva la concessione degli arresti domiciliari, valorizzando la confessione, l'assenza di precedenti specifici e l'attività di bracciante agricolo. I giudici hanno stabilito che la misura domiciliare, anche con braccialetto elettronico, risulta del tutto inidonea a frenare il pericolo di recidiva quando la base operativa dello spaccio coincide con la dimora dell'indagato.
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Detenuto Dirige Traffico: Il Pericolo di Recidiva in Carcere è Reale
Un Indagato, già detenuto per reati legati alla droga, è stato accusato di dirigere un'organizzazione criminale di traffico di stupefacenti anche dall'interno del carcere. Il Tribunale ha confermato la misura cautelare della custodia in carcere, ritenendo sussistente il **pericolo di recidiva in carcere** nonostante la sua detenzione. L'Indagato ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la mancanza di prove e l'adeguatezza della misura. La Corte Suprema ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha confermato che la detenzione non ha impedito all'Indagato di proseguire le attività criminali, evidenziando la sua "estrema spregiudicatezza" e la costante disponibilità a infrangere la legge. La Corte ha ritenuto validi gli indizi di colpevolezza e la sussistenza del pericolo di reiterazione dei reati, anche in virtù della presunzione relativa.
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Traffico di droga: Gravi indizi di colpevolezza bastano per la custodia cautelare
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di una donna sottoposta a custodia cautelare in carcere, accusata di far parte di un'organizzazione familiare dedita al traffico di cocaina. La difesa contestava l'insufficienza dei gravi indizi di colpevolezza e l'assenza di esigenze cautelari. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la decisione del Tribunale del Riesame. Ha ribadito che per l'applicazione di misure cautelari, i gravi indizi di colpevolezza richiedono una qualificata probabilità di responsabilità, diversa dallo standard per una condanna definitiva. La Corte ha ritenuto adeguatamente motivate sia la sussistenza degli indizi, basati su intercettazioni e controlli, sia le esigenze cautelari, data la professionalità e la durata dell'associazione criminale.
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Doppia Accusa per Droga: Negata la Retrodatazione dei Termini di Custodia Cautelare
Un Indagato, già agli arresti domiciliari e condannato per detenzione di cocaina, ha ricevuto una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere per ulteriori fatti di droga. Ha chiesto la retrodatazione dei termini di custodia cautelare della seconda misura alla data della prima, sostenendo l'inefficacia della misura per scadenza dei termini. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che la retrodatazione dei termini di custodia cautelare tra procedimenti diversi opera solo se i fatti della seconda ordinanza erano già desumibili dagli atti della prima. Nel caso specifico, questa condizione non era soddisfatta, negando l'automaticità della retrodatazione.
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Dichiarazioni Acquirenti Stupefacenti: Utilizzabili o Inutilizzabili?
Un Lavoratore, accusato di traffico di stupefacenti e partecipazione a un'associazione criminale, ha contestato la conferma della misura cautelare in carcere. Il suo ricorso si basava sull'asserita inutilizzabilità delle dichiarazioni degli acquirenti di droga, sentiti come persone informate sui fatti, e sulla mancata qualificazione del reato come "lieve entità". La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha stabilito che le dichiarazioni degli acquirenti di modiche quantità di stupefacenti sono utilizzabili, anche se soggetti a sanzioni amministrative. Ha inoltre confermato che la fattispecie non rientra nella "lieve entità" per la frequenza degli scambi e l'organizzazione stabile.
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Spaccio in Carcere: Cassazione Conferma Indizi di Colpevolezza
La Corte di Cassazione ha confermato la decisione del Tribunale di Salerno, che aveva respinto l'istanza di riesame per un indagato accusato di concorso nell'acquisto, trasporto e detenzione di hashish per spaccio all'interno di un carcere. Il ricorrente contestava la mancanza di motivazione e l'errata valutazione degli indizi di colpevolezza per spaccio di droga. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice del rinvio può giungere alla stessa conclusione precedente, purché con una motivazione rinnovata e arricchita. Ha ritenuto che la motivazione dell'ordinanza impugnata fosse adeguata, basata su intercettazioni e precedenti condotte, e che l'interpretazione dei dialoghi intercettati rientri nella valutazione di merito. Il ricorso è stato rigettato, confermando la presenza di gravi indizi di colpevolezza.
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Custodia cautelare in carcere: quando non è l’unica via possibile
Un Individuo è stato arrestato per detenzione di sostanza stupefacente a fini di spaccio. Il Tribunale aveva confermato la `custodia cautelare in carcere`. L'Individuo ha contestato la decisione, sostenendo l'assenza di un concreto pericolo di reiterazione del reato e la sproporzione della misura. La Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso. Ha ritenuto che il Tribunale non avesse adeguatamente motivato l'esclusiva idoneità della `custodia cautelare in carcere`, non provando l'inserimento dell'Individuo in ampi circuiti criminali né che la sua abitazione fosse una base logistica per lo spaccio. La Corte ha annullato l'ordinanza, rinviando per un nuovo esame.
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Spaccio e custodia cautelare in carcere: no alla comunità
Un indagato ha contestato la misura della custodia cautelare in carcere applicata per una vasta attività di spaccio continuato di stupefacenti e gravi condotte violente. La difesa ha sostenuto l'assenza di esigenze cautelari attuali, evidenziando la confessione, la collaborazione con gli inquirenti e la richiesta di avviare un percorso di disintossicazione in comunità tramite il SERT. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno stabilito che l'intensa e collaudata frequenza criminale, unita alla forte pericolosità sociale, giustifica pienamente il carcere preventivo. L'atteggiamento collaborativo e la domanda terapeutica non cancellano il concreto e persistente pericolo di reiterazione del reato.
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Modifica della custodia cautelare in carcere: il tempo non basta
L'Imputato, condannato a dieci anni di reclusione per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti ed estorsione, ha chiesto la modifica della custodia cautelare in carcere. A supporto dell'istanza ha invocato sia il lungo periodo sofferto in detenzione sia presunte esigenze familiari. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il solo decorso del tempo non riduce la pericolosità sociale e non attenua le esigenze cautelari, rilevando unicamente per i limiti massimi della carcerazione preventiva, specie quando rimangono vivi i legami con l'organizzazione criminale. Inoltre, la doglianza sulle condizioni del nucleo familiare è risultata del tutto generica e priva di idonea dimostrazione. Di conseguenza, l'istanza di modifica della custodia cautelare in carcere è stata respinta, confermando la misura detentiva e la condanna al pagamento delle spese.
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Sostituzione della custodia in carcere: no ai domiciliari
Un uomo condannato in primo grado a oltre undici anni di reclusione per associazione finalizzata al narcotraffico ha chiesto la sostituzione della custodia in carcere con gli arresti domiciliari muniti di braccialetto elettronico. La difesa ha sostenuto che l'abitazione indicata si trovasse lontano dai luoghi dei delitti e che la condotta carceraria fosse stata corretta. I giudici hanno respinto l'istanza evidenziando la gravità del ruolo ricoperto come fornitore abituale di cocaina e il persistente rischio di riallacciare contatti criminali. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, dichiarando il ricorso inammissibile e condannando il ricorrente al pagamento delle spese.
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Custodia cautelare in carcere confermata per narcotraffico
Un imputato condannato in primo grado a dieci anni di reclusione per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti ha richiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. Il ricorrente ha invocato il tempo trascorso, il distacco dalle dinamiche delittuose, lo svolgimento di attività lavorativa e l'esigenza di assistere la moglie. Il Tribunale del riesame e la Corte di Cassazione hanno respinto l'istanza. La Suprema Corte ha confermato la custodia cautelare in carcere, rilevando l'assenza di fatti nuovi sopravvenuti idonei a superare la presunzione di pericolosità e il rischio di reiterazione, aggravato dalla vicinanza territoriale dell'abitazione proposta al contesto criminale originario.
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Custodia cautelare in carcere confermata per narcotraffico
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al narcotraffico e trasporto di droga. La difesa contestava l'identificazione della voce nelle intercettazioni, l'assenza di sequestri materiali e la mancata concessione dei domiciliari con braccialetto elettronico. I giudici hanno stabilito che le intercettazioni e i riconoscimenti fotografici forniscono gravi indizi non sindacabili in sede di legittimità. Inoltre, per i reati associativi opera la presunzione di pericolosità sociale. L'attività lavorativa regolare e l'incensuratezza non bastano a superare il pericolo di recidiva, rendendo la misura carceraria l'unico presidio adeguato.
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Spaccio di lieve entità e carcere: la droga minima non basta
I giudici hanno confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo sorpreso a cedere una modica dose di cocaina, pari a 0,80 grammi. Le forze dell'ordine hanno rinvenuto nella sua abitazione oltre 8.600 euro in contanti, privi di giustificazione reddituale. La difesa ha invocato lo spaccio di lieve entità basandosi esclusivamente sul ridotto peso della dose ceduta, richiedendo in subordine gli arresti domiciliari anche presso terzi. La Suprema Corte ha respinto la tesi: la valutazione della lieve entità richiede un esame complessivo dei fatti e non un mero calcolo quantitativo. Il possesso dell'ingente somma ingiustificata e l'uso dell'abitazione come base logistica provano un'attività strutturata e continuativa. I giudici hanno escluso i domiciliari per l'alto rischio di reiterazione, confermando la massima misura carceraria.
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Impugnazione misura cautelare: quando il ricorso non serve
Un indagato per reati ambientali ha subito la custodia in carcere. Il Pubblico Ministero ha ottenuto dal Tribunale del riesame il riconoscimento dell'aggravante dell'agevolazione mafiosa, precedentemente esclusa dal Giudice per le indagini preliminari. La difesa dell'indagato ha presentato ricorso per Cassazione contestando tale circostanza. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in tema di impugnazione misura cautelare, manca l'interesse ad agire se l'esclusione di un'aggravante non produce effetti concreti e immediati sulla libertà personale o sulla tipologia di restrizione applicata. La misura detentiva era infatti rimasta invariata. Il ricorrente deve quindi pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Rinuncia al ricorso per cassazione e spese di giustizia
Un indagato ha subito la misura della custodia in carcere per presunti reati ambientali legati alla gestione di rifiuti ferrosi. Il Tribunale del Riesame ha confermato il provvedimento cautelare. L'indagato ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione lamentando vizi di motivazione. Nelle more del procedimento, il giudice ha sostituito la custodia in carcere con gli arresti domiciliari. A seguito del beneficio ottenuto, la difesa ha depositato un formale atto di rinuncia al ricorso per cassazione. I Supremi Giudici hanno preso atto della dichiarazione e hanno dichiarato inammissibile l'impugnazione. La Suprema Corte ha condannato il ricorrente alle spese processuali e al pagamento di cinquecento euro alla Cassa delle Ammende, poiché la rinuncia non derivava dal pieno accoglimento giurisdizionale della richiesta originaria.
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Fuga e cellulare nel tombino: gravi indizi di colpevolezza
Il Tribunale di Torino confermava la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di detenzione di cocaina e crack a fini di spaccio. Durante una perquisizione nell'appartamento condiviso, l'indagato era fuggito, distruggendo il cellulare e gettando un involucro in un tombino. La difesa sosteneva l'assenza di gravi indizi di colpevolezza, attribuendo la droga al coinquilino. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, nella fase cautelare, non serve la prova certa della colpevolezza, ma bastano gravi indizi di colpevolezza desunti da comportamenti logici e coerenti, come la fuga e il tentativo di distruggere le prove. Il ricorrente e stato condannato anche al pagamento delle spese.
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Nullità della misura cautelare: se il PM omette le memorie
Il caso riguarda un indagato sottoposto a custodia in carcere per reati di droga. A seguito del trasferimento del procedimento per incompetenza territoriale, il nuovo Giudice per le indagini preliminari ha confermato la misura cautelare. Tuttavia, il Pubblico Ministero non ha trasmesso al nuovo giudice le memorie difensive precedentemente depositate dall'indagato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della difesa, stabilendo che l'omessa trasmissione degli atti difensivi determina la nullità della misura cautelare. La Suprema Corte ha chiarito che il Pubblico Ministero ha l'obbligo assoluto di trasmettere tutta la documentazione a favore dell'indagato, comprese le memorie scritte, senza poterne valutare autonomamente l'irrilevanza. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato l'ordinanza con rinvio al Tribunale per un nuovo esame.
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Custodia cautelare: quando la riforma non salva dal carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto che chiedeva la scarcerazione per decorrenza dei termini della custodia cautelare. Il ricorrente, condannato a dodici anni per reati di droga, sosteneva che i termini massimi fossero scaduti e che si dovesse applicare la nuova disciplina sulla improcedibilità dei giudizi di impugnazione. I giudici hanno chiarito che il calcolo dei termini deve includere i periodi di sospensione regolarmente comunicati. Inoltre, la riforma Cartabia sulla improcedibilità si applica esclusivamente ai reati commessi a partire dal primo gennaio 2020. Di conseguenza, la richiesta di scarcerazione è stata respinta e il detenuto resta in carcere.
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Associazione finalizzata al narcotraffico: da cliente a complice
Il Tribunale di Napoli confermava la custodia cautelare in carcere per Il Ricorrente, accusato di far parte di un'organizzazione dedita allo spaccio. L'indagato proponeva ricorso sostenendo che i suoi contatti fossero sporadici e che mancasse la prova della sua partecipazione stabile. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che anche l'acquirente sistematico di droga può rispondere del reato di associazione finalizzata al narcotraffico. Questo accade quando i continui acquisti creano un vincolo di fiducia reciproca e un affidamento stabile con il gruppo criminale, superando il semplice rapporto di compravendita. Nel caso specifico, i crediti concessi e la continuità dei contatti dimostrano il ruolo attivo dell'indagato nel sodalizio.
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Custodia cautelare in carcere: anche il silenzio è complicità
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere a carico di un indagato accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva l'assenza di prove di una sua reale partecipazione, evidenziando che l'indagato era rimasto in silenzio durante le riunioni del gruppo criminale. I giudici hanno invece stabilito che la semplice presenza silenziosa ("convitato di pietra") alle riunioni operative tenutesi a casa del capo del sodalizio dimostra la piena condivisione del programma criminoso. Inoltre, l'indagato avrebbe dovuto maneggiare armi da fuoco. Di conseguenza, opera la presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere prevista dalla legge, non superata dalle argomentazioni difensive. Il ricorso è stato rigettato.
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