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Art. 85 TUIR

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Estinzione giudizio tributario: il caso di rinuncia
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del giudizio tributario a seguito della rinuncia al ricorso da parte di due contribuenti. Il caso riguardava un accertamento IVA sull'assegnazione di un immobile da una società cessata ai soci. La rinuncia è avvenuta dopo l'adesione dei ricorrenti a una procedura di "rottamazione", portando alla chiusura del contenzioso e alla compensazione delle spese legali.
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Estinzione giudizio tributario per rottamazione
Un ex socio di una società di persone aveva impugnato dinanzi alla Corte di Cassazione un avviso di accertamento relativo a plusvalenze non dichiarate. Durante il procedimento, il contribuente ha aderito a una procedura di "rottamazione" e ha rinunciato al ricorso. Di conseguenza, la Corte ha dichiarato l'estinzione del giudizio tributario, compensando integralmente le spese legali tra le parti, riconoscendo la rinuncia come motivata dall'adesione alla sanatoria.
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Estinzione giudizio tributario: il caso della rinuncia
Un ex socio di una società di persone impugnava un avviso di accertamento relativo a plusvalenze non dichiarate. Dopo aver perso nei primi due gradi di giudizio, ricorreva in Cassazione. Tuttavia, durante il procedimento, aderiva a una procedura di definizione agevolata ('rottamazione') e rinunciava al ricorso. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato l'estinzione giudizio tributario, compensando integralmente le spese legali tra le parti in virtù della motivazione della rinuncia.
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Finanziamento soci: la rinuncia non è un ricavo
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 23711/2024, ha chiarito la natura fiscale della rinuncia a un finanziamento soci. Il caso riguardava una società a cui l'Agenzia delle Entrate aveva contestato la classificazione di tale rinuncia come sopravvenienza non tassabile, riqualificandola come ricavo imponibile. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'Agenzia, ma per motivi diversi, stabilendo che la rinuncia al finanziamento soci non costituisce mai un ricavo ai sensi dell'art. 85 del TUIR, bensì un'operazione di natura patrimoniale, fiscalmente irrilevante secondo l'art. 88 del TUIR. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio per aver applicato erroneamente la normativa sui ricavi a un'operazione di rafforzamento patrimoniale.
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Ammortamento beni di terzi: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione si è pronunciata sul tema dell'ammortamento beni di terzi. Una società di trasporti aveva costruito la propria sede su un terreno comunale, tentando di ammortizzarne i costi. La Corte ha stabilito che tali costi non sono ammortizzabili perché, per il principio di accessione, l'immobile è di proprietà del Comune. L'ammortamento è possibile solo se il bene entra nel patrimonio dell'imprenditore tramite proprietà o altro diritto reale, come il diritto di superficie. La sentenza ha anche chiarito che i contributi pubblici a ripiano dei disavanzi non sono tassabili ai fini delle imposte dirette.
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Ammortamento beni di terzi: la Cassazione chiarisce
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 22106/2024, ha affrontato il caso di un'azienda di trasporti che aveva costruito la propria sede su un terreno comunale. La Corte ha stabilito un importante principio in materia di ammortamento beni di terzi: i costi di costruzione non sono ammortizzabili se l'impresa non ha la proprietà o un altro diritto reale sul bene. Inoltre, ha chiarito che i contributi pubblici a ripiano dei disavanzi non costituiscono reddito imponibile ai fini delle imposte dirette e ha rinviato alla corte di merito la valutazione sulla soggettività a IVA di tali contributi.
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Ammortamento beni di terzi: la Cassazione chiarisce
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 22096/2024, ha affrontato il caso di un'azienda di trasporti e l'Agenzia Fiscale. Ha stabilito che i contributi pubblici per coprire perdite di esercizio non sono reddito tassabile. Tuttavia, ha negato la possibilità di ammortamento per beni costruiti su terreni altrui, ribadendo il principio che l'ammortamento beni di terzi è escluso se non si ha la proprietà o un diritto reale sul bene. La questione IVA sui contributi è stata rinviata per un nuovo esame.
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Ammortamento beni di terzi: la Cassazione chiarisce
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 22094/2024, ha stabilito un principio fondamentale in materia fiscale: i costi per la costruzione di un immobile su terreno altrui non sono ammortizzabili se l'impresa non ne acquisisce la proprietà o un altro diritto reale. Il caso riguardava una società di trasporti che aveva costruito la propria sede su un terreno comunale. La Corte ha negato l'ammortamento beni di terzi, applicando il principio civilistico dell'accessione. Ha inoltre chiarito che i contributi pubblici a ripiano delle perdite non costituiscono reddito imponibile, ma ha rinviato al giudice di merito la valutazione sulla loro soggezione a IVA, per difetto di motivazione.
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Frode IVA: onere della prova e conti dei soci
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 21303/2024, si è pronunciata su un caso di accertamento fiscale per presunta frode IVA e operazioni inesistenti. La Corte ha ribaltato la decisione di merito, chiarendo la ripartizione dell'onere della prova. In caso di sospetta frode IVA, spetta all'Amministrazione Finanziaria fornire indizi gravi, precisi e concordanti sulla consapevolezza del contribuente, il quale dovrà poi dimostrare di aver agito con la massima diligenza. Inoltre, per le società a ristretta base partecipativa, i prelevamenti dai conti personali dei soci si presumono ricavi non dichiarati della società, invertendo l'onere della prova a carico del contribuente.
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Motivazione apparente: Cassazione annulla sentenza
La Cassazione, con la sentenza 19214/2024, ha annullato parzialmente una decisione della Commissione Tributaria Regionale per motivazione apparente. La Corte ha stabilito che i giudici di merito devono spiegare in modo specifico perché le prove fornite dal contribuente, come quelle sui costi infragruppo, sono insufficienti. Ha invece confermato la legittimità della ripresa fiscale basata sulla presunzione di cessione per differenze inventariali.
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Corrispettivo integrale: tutto il prezzo è ricavo
Una società costruttrice ha venduto un immobile per 400.000 euro, registrando come ricavo solo 254.000 euro perché la restante parte è stata pagata dall'acquirente a un terzo per lavori di adeguamento. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'intero corrispettivo integrale di 400.000 euro costituisce ricavo imponibile per il venditore. La modalità di pagamento a un terzo è irrilevante e va considerata una semplice delegazione di pagamento, mentre i costi per i lavori andavano registrati separatamente come componente negativa del reddito.
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Avviso di accertamento: la motivazione per relationem
Una società ha impugnato un avviso di accertamento basato su un verbale della Guardia di Finanza che contestava ricavi non dichiarati, scoperti tramite dati informatici. La società lamentava la mancanza di motivazione e la violazione del contraddittorio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'avviso di accertamento è legittimo se fa riferimento a un verbale già noto al contribuente (motivazione per relationem), poiché tale modalità non lede il diritto di difesa. La Corte ha ritenuto la motivazione della sentenza impugnata sufficiente e non apparente, confermando la validità dell'atto fiscale.
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Sale and lease back plusvalenza: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 3884/2024, ha stabilito che la plusvalenza derivante da un'operazione di sale and lease back non va tassata interamente nell'anno della vendita dell'immobile. Al contrario, deve essere ripartita e imputata fiscalmente lungo tutta la durata del contratto di locazione finanziaria. La Corte ha rigettato il ricorso dell'Amministrazione Finanziaria, sottolineando la natura unitaria dell'operazione e il principio della prevalenza della sostanza economica sulla forma giuridica, in linea con i principi contabili nazionali e internazionali.
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Sale and lease back: la Cassazione sulla plusvalenza
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 3886/2024, ha stabilito che la plusvalenza generata da un'operazione di sale and lease back non va tassata interamente nell'anno della vendita, ma deve essere ripartita lungo tutta la durata del contratto di locazione finanziaria. La decisione si fonda sul principio della prevalenza della sostanza economica sulla forma giuridica, allineando il trattamento fiscale alla rappresentazione contabile dell'operazione come un unico finanziamento, e non come due negozi separati (vendita e leasing).
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Utili extracontabili socio: onere della prova
La Corte di Cassazione si è pronunciata su un complesso caso riguardante la tassazione di utili extracontabili presuntivamente distribuiti al socio di una S.r.l. a ristretta base. La vicenda processuale ha visto un appello dell'Agenzia delle Entrate prima dichiarato inammissibile per un presunto ritardo e poi riammesso tramite revocazione per un palese errore di fatto del giudice. La Corte ha rigettato il ricorso del contribuente contro la revocazione, confermando che l'errore percettivo del giudice è un valido motivo per questo rimedio. Di conseguenza, il ricorso originario dell'Agenzia è stato dichiarato inammissibile, poiché la sentenza impugnata era stata legalmente rimossa.
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Indennizzo sostitutivo e plusvalenza: il Fisco vince
Un contribuente ha ceduto un contratto di locazione commerciale ricevendo una somma. Dichiarata come plusvalenza, il Fisco l'ha riqualificata come indennizzo sostitutivo di ricavi futuri, tassandola integralmente. Il contenzioso, giunto in Cassazione, si è estinto per definizione agevolata della lite, confermando di fatto la pretesa fiscale originaria.
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Deducibilità sconti commerciali: la prova documentale
Un'azienda fornitrice di elettronica si è vista negare la deducibilità di sconti commerciali concessi a un cliente della grande distribuzione. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 781/2024, ha respinto il ricorso dell'azienda, confermando l'accertamento fiscale. La decisione sottolinea che, per la deducibilità sconti commerciali, è indispensabile una documentazione chiara e completa che ne provi i criteri e le condizioni, altrimenti vengono considerati liberalità non deducibili. La Corte ha inoltre affrontato la questione della deducibilità di alcuni costi ai fini IRAP.
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Autoconsumo cessazione attività: tassabile bene grezzo
Un imprenditore edile ha cessato la propria attività, trasferendo un immobile incompiuto al suo patrimonio personale. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità dell'avviso di accertamento per autoconsumo a seguito di cessazione attività, stabilendo che tale trasferimento costituisce un'operazione fiscalmente rilevante ai fini IVA e delle imposte dirette. La Corte ha chiarito che l'imponibilità sussiste indipendentemente dal fatto che il bene sia un 'bene merce' e che si trovi in uno stato grezzo, quindi non immediatamente utilizzabile. La base imponibile è stata correttamente identificata nel valore venale del bene.
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Socio s.r.l. ristretta base: l’accertamento fiscale
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 32002/2024, ha esaminato il caso di un avviso di accertamento IRPEF notificato a un socio quasi totalitario (99%) di una S.r.l. a ristretta base. La Corte ha confermato la legittimità del 'raddoppio dei termini' per l'accertamento in presenza di obbligo di denuncia penale, applicabile ratione temporis. Ha inoltre ribadito il principio consolidato secondo cui, per un socio s.r.l. ristretta base, vige la presunzione di distribuzione dei maggiori utili accertati in capo alla società, rigettando il ricorso del contribuente su tutti i fronti, inclusa l'eccezione di giudicato interno e le censure sulle sanzioni.
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Deducibilità costi familiari: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione si è pronunciata sul caso di un imprenditore edile a cui l'Agenzia delle Entrate contestava la deduzione di costi per la partecipazione agli utili del figlio non convivente. La Corte ha stabilito che la deducibilità costi familiari è in linea di principio ammissibile se il parente non rientra nell'elenco tassativo dell'art. 60 del TUIR. Tuttavia, ha cassato la decisione del giudice di merito perché il contribuente non aveva fornito prova certa e precisa del costo, ribadendo che l'onere della prova grava su chi intende dedurre il costo.
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