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Art. 73, comma 5, d.P.R. n. 309 del 1990 — Anno 2023

Altri anni per Art. 73, comma 5, d.P.R. n. 309 del 1990

Lieve entità nel reato di spaccio: la Cassazione nega lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione di 500 grammi di hashish e 35 grammi di marijuana. L'imputato richiedeva la riqualificazione del fatto nella fattispecie di lieve entità nel reato di spaccio. I giudici hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, escludendo l'ipotesi attenuata. La decisione si fonda sul considerevole dato ponderale della droga, idonea a produrre oltre 700 dosi singole, sul possesso di un bilancino di precisione e sulla mancata prova dell'uso personale. Tali elementi dimostrano un'attività di spaccio organizzata e sistematica, incompatibile con il concetto di piccolo spaccio. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Lieve entità del fatto: quando il peso della droga nega lo sconto
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per reati in materia di stupefacenti, contestando il mancato riconoscimento della lieve entità del fatto e il diniego delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulla lieve entità del fatto spetta al giudice di merito, il quale ha legittimamente negato il beneficio basandosi sul peso netto della droga e sul numero elevato di dosi ricavabili. Anche il diniego delle attenuanti generiche è stato ritenuto corretto, essendo sufficiente che il giudice indichi gli elementi decisivi che giustificano la scelta. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Linguaggio cifrato spaccio: condanna valida anche senza droga?
Due persone sono state condannate per spaccio di cocaina. Le prove principali erano intercettazioni telefoniche in cui usavano un linguaggio cifrato per spaccio, parlando di 'carne', 'scarpe' o 'magliette' per riferirsi alla droga. La difesa sosteneva che queste conversazioni, senza il sequestro fisico della droga per ogni episodio, non fossero una prova sufficiente. La Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi. Ha stabilito che l'interpretazione del linguaggio in codice da parte del giudice è legittima se logica e coerente con il contesto generale, che includeva altri sequestri e le dichiarazioni di altri soggetti coinvolti. La condanna è stata quindi confermata.
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Fatto di lieve entità: ricorso generico, condanna confermata
Un imputato, condannato per un reato legato agli stupefacenti, ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione. La sua difesa chiedeva di riconoscere il reato come un 'fatto di lieve entità', con una conseguente riduzione della pena. La Suprema Corte ha però dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno ritenuto i motivi dell'appello troppo generici e non specificamente critici verso le argomentazioni della sentenza precedente. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e il ricorrente è stato condannato a pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende.
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Concordato in Appello: Accordo Fatto ma Impugnato, Cassazione dice No
Due imputati, dopo aver raggiunto un accordo sulla pena con la Procura in secondo grado tramite il cosiddetto 'concordato in appello' per reati di corruzione, hanno tentato di impugnare la sentenza davanti alla Corte di Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il principio sancito è chiaro: il concordato in appello è un patto processuale che, una volta validato dal giudice, non può essere rimesso in discussione. L'accordo chiude la partita e non si può tornare indietro. Gli imputati sono stati condannati al pagamento delle spese e di una sanzione.
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Fatto di lieve entità negato: corriere con 1000 dosi condannato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un corriere trovato in possesso di cocaina per oltre mille dosi. I giudici hanno respinto la sua difesa, basata su un presunto 'trasporto di cortesia' inconsapevole. La Corte ha inoltre escluso l'applicazione del 'fatto di lieve entità', stabilendo un principio importante: la notevole quantità di droga agisce come un 'indice negativamente assorbente'. Questo significa che un quantitativo così elevato è sufficiente, da solo, a qualificare il reato come grave, rendendo irrilevante ogni altra circostanza potenzialmente attenuante. L'imputato perde quindi il ricorso e la sua condanna diventa definitiva.
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Lieve entità: quando è esclusa nel traffico di droga
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato che richiedeva la riqualificazione del reato di detenzione di stupefacenti nella fattispecie di **lieve entità**. I giudici hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, basandosi sulla purezza della cocaina sequestrata e sulle modalità del trasporto, avvenuto in auto con altre tre persone. La sentenza ribadisce che, in presenza di una motivazione logica e completa basata su dati ponderali e qualitativi, la valutazione del giudice di merito non può essere messa in discussione in sede di legittimità.
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Inammissibilità ricorso Cassazione: i limiti
La Corte di Cassazione ha sancito l'inammissibilità ricorso Cassazione presentato da un imputato condannato per reati sugli stupefacenti. Il ricorrente aveva contestato la responsabilità penale e il diniego di un'attenuante solo in sede di legittimità, omettendo tali doglianze nell'atto di appello originario, dove si era limitato a criticare l'entità della pena.
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Droga parlata: Cassazione su prova e lieve entità
Due individui sono stati condannati per spaccio di stupefacenti basandosi principalmente su intercettazioni telefoniche, un caso di cosiddetta 'droga parlata', senza che la sostanza fosse mai stata sequestrata. Gli imputati hanno presentato ricorso in Cassazione, sostenendo l'insufficienza delle prove per determinare la quantità e la natura della droga e chiedendo la riqualificazione del reato come fatto di lieve entità. La Corte Suprema ha dichiarato i ricorsi inammissibili, confermando che l'interpretazione logica delle conversazioni intercettate da parte dei giudici di merito costituisce prova sufficiente. Ha inoltre stabilito che un'attività di spaccio continuativa e organizzata non può essere considerata di lieve entità, anche in assenza di sequestri.
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Prescrizione reato stupefacenti: la Cassazione annulla
Due soggetti, condannati in appello per detenzione di circa 458 grammi di marijuana, hanno ottenuto l'annullamento della sentenza dalla Corte di Cassazione. Il motivo risiede nella intervenuta prescrizione del reato stupefacenti, ricalcolata a seguito di una sentenza della Corte Costituzionale che ha modificato retroattivamente il trattamento sanzionatorio per le droghe leggere, rendendolo più favorevole e accorciando di conseguenza i termini per l'estinzione del reato.
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Detenzione stupefacenti: quando è reato e quando no?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una donna condannata per detenzione stupefacenti. La difesa sosteneva l'uso personale, ma per la Corte l'ingente quantitativo, il basso reddito e le menzogne dell'imputata costituivano indizi sufficienti per configurare il reato di spaccio, escludendo l'illecito amministrativo. La pronuncia ribadisce che la valutazione complessiva degli indizi è cruciale per distinguere le due fattispecie.
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Dichiarazioni non verbalizzate: utilizzabili per misure
La Corte di Cassazione ha stabilito che le dichiarazioni non verbalizzate, rese alla polizia da soggetti trovati in possesso di modiche quantità di stupefacenti per uso personale, sono pienamente utilizzabili come fonte di prova per l'autorizzazione di intercettazioni e l'applicazione di misure cautelari. La Corte ha rigettato il ricorso di un imputato che ne contestava l'inutilizzabilità, chiarendo che tali soggetti non assumono la qualità di indagati e le loro dichiarazioni, anche se non formalmente registrate, costituiscono un valido atto atipico di indagine.
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Ricorso per Cassazione: quando è inammissibile?
Un individuo, condannato in primo e secondo grado per reati legati agli stupefacenti, presenta un Ricorso per Cassazione. La Suprema Corte lo dichiara inammissibile, stabilendo che un ricorso non può limitarsi a riproporre le stesse argomentazioni dell'appello. Deve invece contenere una critica specifica e puntuale alla motivazione della sentenza impugnata. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso inammissibile: motivi generici e ripetitivi
La Corte di Cassazione dichiara un ricorso inammissibile presentato da due imputati contro una condanna per reati legati agli stupefacenti. La Corte ha stabilito che i motivi del ricorso erano generici, ripetitivi di questioni già decise in appello e miravano impropriamente a una nuova valutazione dei fatti. Di conseguenza, gli imputati sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso inammissibile in Cassazione: analisi di un caso
La Corte di Cassazione ha dichiarato un ricorso inammissibile avverso una condanna per violazione della legge sugli stupefacenti. La Corte ha ritenuto che i motivi del ricorso fossero meramente reiterativi di argomentazioni già respinte dalla Corte d'Appello, configurandosi come una richiesta di riesame dei fatti non consentita in sede di legittimità. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso inammissibile: quando è solo una ripetizione
La Corte di Cassazione dichiara un ricorso inammissibile contro una condanna per violazione della legge sugli stupefacenti (art. 73 d.P.R. 309/90). L'inammissibilità deriva dal fatto che i motivi del ricorso erano in parte nuovi e in parte una semplice ripetizione di argomentazioni già respinte dalla Corte d'Appello, configurandosi come una richiesta di riesame dei fatti non consentita in sede di legittimità.
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Concordato in appello: limiti del ricorso in Cassazione
La Corte di Cassazione chiarisce i limiti di impugnazione di una sentenza emessa a seguito di concordato in appello. Un ricorso è stato accolto per l'omessa declaratoria di prescrizione di alcuni reati, mentre gli altri sono stati dichiarati inammissibili perché vertevano su motivi non consentiti, come la valutazione delle prove o la determinazione della pena, ribadendo la natura limitata di tale forma di ricorso.
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Conflitto competenza: reato più grave decide il foro
La Corte di Cassazione risolve un conflitto di competenza territoriale tra il GIP di Treviso e quello di Pordenone in materia di reati connessi legati agli stupefacenti. La Suprema Corte stabilisce che, per determinare il giudice competente, prevale il criterio del reato più grave. In questo caso, la detenzione di un ingente quantitativo di droga è stata considerata più grave rispetto a plurime cessioni di lieve entità, radicando così la competenza presso il tribunale del luogo dove è avvenuta la detenzione.
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Onere della prova: Cassazione annulla condanna per droga
La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza di condanna per detenzione di stupefacenti a causa di un grave vizio di motivazione. La corte inferiore non aveva adeguatamente spiegato perché l'hashish, trovato in un giubbotto all'interno di un armadio condiviso in un centro di accoglienza, dovesse essere attribuito all'imputato. Questa decisione ribadisce l'importanza dell'onere della prova a carico dell'accusa e la necessità di una motivazione logica e completa per fondare un giudizio di colpevolezza.
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Impugnazione patteggiamento: limiti e inammissibilità
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 46668/2023, ha dichiarato inammissibile un ricorso contro una sentenza di patteggiamento. La Corte ha ribadito che, a seguito della Riforma Orlando (legge n. 103/2017), l'impugnazione patteggiamento è consentita solo per motivi tassativamente previsti dall'art. 448, comma 2-bis, c.p.p. La contestazione sulla mancata declaratoria di cause di proscioglimento (ex art. 129 c.p.p.) non rientra tra questi motivi, rendendo il ricorso non valido.
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