Un cittadino rischiava la consegna alle autorità albanesi per scontare una condanna per corruzione, dopo che la precedente accusa per guida in stato di ebbrezza era stata annullata. La Corte di appello aveva fissato la pena residua in quattro mesi di reclusione, autorizzando il trasferimento all'estero. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'interessato. I giudici hanno chiarito che il ricalcolo della pena residua deve rispettare rigorosamente le proporzioni stabilite dal giudice straniero d'origine. Secondo il calcolo corretto, la pena residua ammonta a soli tre mesi di reclusione. Di conseguenza, mancano le condizioni per l'estradizione stabilite dalla Convenzione europea, la quale richiede una pena residua da espiare superiore a quattro mesi. La Suprema Corte ha annullato la decisione senza rinvio, negando definitivamente la consegna allo Stato richiedente.
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Una cittadina dominicana, soggetta a una richiesta di estradizione dagli Stati Uniti, si trovava in Italia in custodia cautelare in carcere. Ha chiesto di sostituire questa misura con una meno restrittiva, come gli arresti domiciliari. La sua difesa ha invocato il principio del "ne bis in idem", sostenendo che una precedente richiesta di estradizione per gli stessi fatti era già stata respinta in Spagna. La Corte d'Appello ha negato la sostituzione delle misure cautelari estradizionali. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, chiarendo che il principio del "ne bis in idem" non si applica se la precedente decisione è stata presa da un'autorità giudiziaria di un altro Stato e che le norme europee sul coordinamento non incidono sulle misure cautelari provvisorie, mantenendo il rischio di fuga come elemento centrale.
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Un individuo ha chiesto di sostituire la sua custodia in carcere con una misura meno restrittiva durante una procedura di estradizione richiesta dagli Stati Uniti. Ha sostenuto che l'Italia non avesse giurisdizione, poiché l'Ungheria aveva già negato la sua estradizione per gli stessi fatti, invocando il principio del *ne bis in idem*. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto infondate le argomentazioni sulla giurisdizione, poiché nessuna decisione italiana precedente esisteva. Ha confermato l'esistenza di un concreto pericolo di fuga, giustificando le *misure cautelari estradizionali* più severe a causa della mancanza di legami dell'individuo con l'Italia e la gravità del reato.
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La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza che negava la cessazione della custodia cautelare in estradizione per un cittadino straniero. Le autorità richiedenti avevano avanzato una nuova domanda di estradizione per gli stessi fatti di omicidio per i quali l'individuo era già stato detenuto in passato. La Suprema Corte ha stabilito che i termini massimi di custodia cautelare erano già scaduti, applicando il principio del divieto di plurime contestazioni cautelari per lo stesso fatto. Il cittadino è stato quindi rimesso in libertà, se non detenuto per altre cause.
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La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza che concedeva l'estradizione di un cittadino armeno verso l'Ucraina. La decisione si fonda sul principio che lo stato di guerra in corso costituisce un 'fatto notorio' che impedisce allo Stato richiedente di garantire l'incolumità della persona da estradare, rendendo inefficaci le rassicurazioni fornite. La Corte ha quindi bloccato la procedura di estradizione in Ucraina, ordinando l'immediata scarcerazione del ricorrente.
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La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza che autorizzava la consegna di una persona all'Austria in base a un secondo Mandato di Arresto Europeo (MAE). Il principio del ne bis in idem impedisce una nuova richiesta per gli stessi fatti dopo la revoca della prima, a meno che non si fondi su elementi sostanziali nuovi e non su mere modifiche procedurali.
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La Corte di Cassazione dichiara un ricorso inammissibile presentato da due imputati contro una sentenza della Corte d'Appello. La decisione si fonda sulla natura ripetitiva dei motivi di ricorso, già adeguatamente valutati e respinti nel grado precedente. La Suprema Corte ha confermato la congruità della pena inflitta, motivata dalla biografia criminale degli imputati e dall'assenza di circostanze attenuanti generiche, condannando i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di un'ammenda.
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Un imputato ha contestato la sua condanna sostenendo l'applicazione di nuove norme procedurali (Riforma Cartabia) in base al principio del tempus regit actum. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la legge applicabile a un'impugnazione è quella in vigore al momento della pronuncia della sentenza impugnata, non quella dei successivi atti procedurali. La Corte ha inoltre ritenuto legittimo il rigetto implicito della richiesta di pene sostitutive, a causa del corposo casellario giudiziale del ricorrente e della genericità dell'istanza.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro la concessione della sua estradizione USA. L'uomo, già condannato in Italia per riciclaggio, era richiesto per il reato di 'conspiracy'. La Corte ha stabilito che il principio del 'ne bis in idem' non si applica, poiché il reato associativo americano è più ampio dei singoli episodi di riciclaggio giudicati in Italia. Inoltre, il precedente rifiuto di estradizione da parte di un altro Stato UE non è vincolante, in quanto non costituisce una sentenza penale definitiva sul merito del reato.
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La Corte di Cassazione ha annullato un'ordinanza che dichiarava inammissibile l'appello di un imputato detenuto per mancata elezione di domicilio. La Suprema Corte ha ribadito che, per l'imputato detenuto, le notifiche devono essere eseguite presso il luogo di detenzione, rendendo inapplicabile l'obbligo di dichiarare o eleggere un domicilio ai fini dell'impugnazione, come previsto dalla riforma Cartabia.
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