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Art. 671 Codice di Procedura Penale — Anno 2026

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Altri anni per Art. 671 Codice di Procedura Penale

Continuazione tra reati: respinta subito ma vince il coimputato
Un condannato richiede al giudice dell'esecuzione il riconoscimento della continuazione tra reati per unificare le condanne definitive subite. La Corte di Appello dichiara la richiesta inammissibile senza udienza, qualificandola come semplice riproposizione di una domanda già respinta in passato. Il ricorrente impugna la decisione in Cassazione, evidenziando un fatto nuovo decisivo: alcuni coimputati hanno ottenuto un esito favorevole per gli stessi identici titoli esecutivi. La Suprema Corte accoglie il ricorso. La presenza di pronunce favorevoli per i complici costituisce una novità giuridica rilevante. Di conseguenza, il giudice non può liquidare l'istanza con un rigetto immediato, ma deve necessariamente fissare l'udienza e valutare il caso in pieno contraddittorio.
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Reato continuato e plurime condanne: il no della Cassazione
Un uomo condannato in via definitiva per stalking e lesioni verso l'ex compagna ha chiesto al giudice dell'esecuzione l'applicazione del beneficio del reato continuato per un'ulteriore condanna per lesioni aggravate commesse contro la propria sorella. I giudici di merito hanno respinto la domanda ravvisando l'estemporaneità dell'ultimo episodio e la diversità della vittima. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che la semplice vicinanza temporale e uno stato d'animo di generica frustrazione non dimostrano una pianificazione preventiva unitaria, ma configurano una mera propensione al crimine.
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Reato continuato e tossicodipendenza: no a sconti automatici
Un condannato per vari delitti patrimoniali ha chiesto di unificare le sanzioni derivanti da sentenze distinte. La difesa ha sostenuto il legame tra reato continuato e tossicodipendenza, invocando lo stato di dipendenza per dimostrare un unico progetto illecito. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta rilevando che i reati avvennero a distanza di mesi, in città distanti, con complici e metodi del tutto diversi. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dichiarando inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'assuefazione da sostanze non comporta automaticamente la continuazione in presenza di evidenti differenze operative.
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Vincolo della continuazione negato: pentirsi dopo non basta
Un uomo condannato per vari reati commessi tra il 1991 e il 2007 ha richiesto il riconoscimento del vincolo della continuazione per ottenere una riduzione di pena. Il richiedente affermava di aver agito secondo un medesimo piano criminale legato alla ricettazione di assegni e valorizzava la propria successiva collaborazione con la giustizia, avviata nel 2018. Il giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta perché le condanne riguardavano reati del tutto eterogenei, distanziati nel tempo e dimostrativi di una dedizione abituale al crimine. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che una condotta collaborativa successiva non può provare a posteriori l'esistenza di un programma criminoso unitario ideato all'origine. Il condannato deve scontare le pene separate e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato continuato in sede esecutiva tra speranza e rigetto
Un condannato chiedeva l'applicazione del reato continuato in sede esecutiva per unificare diverse condanne definitive. La Corte di Appello accoglieva parzialmente l'istanza per due sentenze, rideterminando la pena, ma la respingeva per gli altri reati a causa della distanza cronologica e di un precedente rigetto. La difesa ricorreva per Cassazione lamentando la mancata valorizzazione dello stato di tossicodipendenza e delle modalità delle condotte. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che il reato continuato in sede esecutiva richiede la prova rigorosa di una programmazione unitaria iniziale. La semplice tossicodipendenza e la reiterazione dei reati non bastano a dimostrare un identico disegno criminoso.
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Continuazione in sede esecutiva: vietati aumenti di pena
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato da un condannato contro l'ordinanza della Corte di appello che rideterminava il trattamento sanzionatorio per tre condanne definitive. Il magistrato territoriale aveva riconosciuto la continuazione in sede esecutiva, fissando la pena complessiva a tredici anni e undici mesi di reclusione. Nell'unificare le pene, il giudice aveva però applicato per i reati-satellite un aumento di due mesi per ciascun episodio. Questo incremento risultava superiore rispetto alla misura di un mese (o venti giorni al netto del rito abbreviato) stabilita originariamente nelle sentenze passate in giudicato. Gli Ermellini hanno ribadito che il giudice esecutivo non può quantificare gli aumenti di pena per i reati minori in misura più gravosa rispetto a quanto già deciso dal giudice di merito. La Suprema Corte ha pertanto annullato l'ordinanza con rinvio.
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Reato continuato e rapine a distanza di tempo: ricorso bocciato
Un condannato per rapine commesse a distanza di quasi un anno ha chiesto l'unificazione delle condanne tramite il reato continuato. Il Tribunale ha respinto la richiesta a causa del troppo tempo trascorso tra i fatti, escludendo un unico piano iniziale. La difesa ha presentato ricorso per Cassazione contestando il peso attribuito al lasso temporale e invocando lo stato di tossicodipendenza certificato tardivamente. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: la distanza cronologica rende inverosimile un preventivo programma delittuoso unitario e la dipendenza da sostanze non prova da sola l'esistenza del medesimo disegno criminoso. Il ricorrente deve pagare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato continuato e omicidi: la Cassazione nega gli sconti
Un uomo condannato in via definitiva per due distinti omicidi di camorra, commessi a due anni di distanza, ha chiesto il riconoscimento del reato continuato per ottenere una riduzione di pena. La difesa sosteneva che entrambi i delitti rispondessero al comune obiettivo di contrastare il clan rivale durante una faida. Il giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta, rilevando l'assenza di un progetto iniziale unitario. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la comune matrice criminale o l'appartenenza allo stesso sodalizio non bastano per configurare il reato continuato, servendo una previa pianificazione specifica di ciascun delitto.
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Continuazione tra reati negata: scatta la sanzione
L'Imputato ha chiesto il riconoscimento della continuazione tra reati per unire una nuova condanna a due precedenti sentenze irrevocabili. Il Giudice di merito ha negato il beneficio per la distanza temporale di quattro o cinque mesi tra gli episodi, le modalità esecutive differenti e la diversa composizione dei soggetti coinvolti. Inoltre, lo stato di tossicodipendenza non è risultato provato e non dimostra da solo un programma criminale unitario. La Corte di Cassazione ha confermato il diniego e ha dichiarato il ricorso inammissibile. L'Imputato ha riproposto le stesse argomentazioni già respinte senza evidenziare vizi logici nella decisione precedente. Di conseguenza, la Corte ha condannato il ricorrente alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Continuazione tra reati: reati simili non bastano per lo sconto
Un uomo condannato con tre diverse sentenze per truffa e sostituzione di persona ha chiesto l'unificazione delle pene. Il richiedente sosteneva la sussistenza del vincolo della continuazione tra reati, motivando l'istanza con la vicinanza temporale degli illeciti, la coincidenza territoriale e la comune tipologia di condotta. Il Giudice dell'esecuzione ha rigettato la richiesta per assenza di un piano delinquenziale unitario preordinato. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la sola somiglianza tra le condotte o la vicinanza nel tempo non dimostrano una deliberazione originaria comune, ma possono indicare una mera inclinazione a delinquere o scelte estemporanee. Il condannato perde il ricorso e subisce la condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro.
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Reato continuato: piano unitario contro abitualità criminale
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento del reato continuato per tre diverse sentenze irrevocabili legate allo spaccio di sostanze stupefacenti commesso tra il 2018 e il 2020 a Roma. La Corte di Appello ha rigettato la richiesta, rilevando l'assenza di un programma delittuoso unitario originario. I giudici hanno evidenziato la distanza temporale tra le condotte, la diversità delle droghe trattate e il coinvolgimento di complici differenti. L'uomo ha proposto ricorso per cassazione, sostenendo la sussistenza di un medesimo disegno criminoso basato su analogie operative e territoriali. La Corte di Cassazione ha respinto definitivamente il ricorso, confermando che la semplice abitualità criminale e una generica propensione a delinquere non integrano la continuazione. Il ricorrente perde la causa ed è condannato al pagamento delle spese legali.
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Reato continuato negato: esclusa l’abitualità criminale
Un condannato chiedeva il riconoscimento del reato continuato per cinque condanne definitive relative allo spaccio di stupefacenti e alla successiva associazione a delinquere tra il 2014 e il 2017. La Corte d'appello respingeva la domanda evidenziando l'ampio arco temporale e il salto di qualità criminale. L'interessato ricorreva in Cassazione sostenendo l'identità delle sostanze e la vicinanza dei luoghi. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. La scelta di vita criminale e la reiterazione abituale dei reati per trarre guadagno non integrano la pianificazione unitaria preventiva. Senza una specifica richiesta per singoli gruppi di reati, la continuazione non può operare e il condannato deve scontare le pene separatamente.
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Trasporto di sostanze stupefacenti: stop a sconti e continuazione
Un uomo subisce una condanna per il trasporto di sostanze stupefacenti dopo essere stato fermato con cinquanta grammi di cocaina, dai quali era possibile ricavare oltre duecento dosi. L'imputato presenta ricorso per ottenere la continuazione con un reato precedente, una riduzione della pena base e l'esclusione della recidiva specifica. La Corte di Cassazione respinge ogni richiesta e dichiara inammissibile il ricorso. I giudici rilevano che è trascorso più di un anno tra i due fatti illeciti e manca qualsiasi prova di un piano criminoso unitario. La notevole quantità di droga trasportata giustifica la gravità del fatto e la piena applicazione della recidiva a causa della pericolosità del soggetto. Il ricorrente perde definitivamente il giudizio e deve versare le spese di giustizia, oltre a tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Reato continuato in sede esecutiva: ricorso inammissibile
Il Giudice dell'Esecuzione ha accolto l'istanza del Condannato per il riconoscimento della disciplina del reato continuato in sede esecutiva, rideterminando la pena complessiva. Il Procuratore Generale ha proposto ricorso per Cassazione sostenendo l'incompetenza del giudice che si era pronunciato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per due ragioni. In primo luogo, il Procuratore Generale presso la Corte d'Appello non ha la legittimazione ad impugnare le ordinanze del Giudice dell'Esecuzione, potere che spetta solo al Pubblico Ministero che ha partecipato al procedimento di esecuzione. In secondo luogo, essendosi il giudice pronunciato in seguito a un precedente annullamento con rinvio ad opera della Cassazione, la sua competenza era diventata vincolante e non più contestabile.
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Continuazione tra reati: no per mafia e bancarotta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per associazione mafiosa e bancarotta fraudolenta. Il condannato richiedeva la continuazione tra reati in fase di esecuzione per unificare le pene di due distinte sentenze. La Suprema Corte ha confermato il no del giudice di merito. Lo svuotamento della società fallita era stato compiuto per un interesse personale e familiare dell'imputato e non per agevolare l'associazione criminale. I giudici hanno chiarito che la semplice abitualità nel delinquere o la scelta di uno stile di vita illecito non bastano a dimostrare la continuazione tra reati, la quale esige una preventiva programmazione unitaria delle condotte.
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Continuazione in sede esecutiva: serve una doppia condanna
Un cittadino ha richiesto la continuazione in sede esecutiva tra due distinte decisioni giudiziarie per reati in materia di assegni. La prima decisione consisteva in un proscioglimento per particolare tenuità del fatto. La seconda era una condanna a quattro mesi di reclusione. Il condannato ha chiesto la continuazione in sede esecutiva per ottenere anche la sospensione condizionale della pena. Il Giudice dell'esecuzione ha respinto l'istanza. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto e dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'istituto della continuazione richiede necessariamente la presenza di almeno due sentenze di condanna con pene inflitte. In assenza di un ricalcolo delle pene tramite cumulo giuridico, non è possibile concedere benefici sanzionatori dopo il giudicato.
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Continuazione in sede esecutiva e reati d’impulso: la Cassazione
Un uomo condannato per vari reati ha chiesto l'unificazione delle pene mediante la continuazione in sede esecutiva per quindici sentenze irrevocabili. Il Giudice dell'esecuzione ha escluso dal beneficio un'estorsione commessa nel 2009. Tale condotta nasceva dalla reazione improvvisa della vittima di una truffa, la quale aveva minacciato di denunciare i fatti ai Carabinieri. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo l'esistenza di un unico disegno criminoso. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'estorsione estemporanea e reattiva non rientra nella preventiva programmazione dei reati. Il giudice dell'esecuzione non è vincolato dalle pronunce precedenti su fatti diversi e deve solo motivare in modo adeguato il proprio diniego.
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Reato continuato: la Cassazione annulla il rifiuto del giudice
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento del reato continuato per unificare due condanne derivanti da episodi di evasione dagli arresti domiciliari. I fatti si erano verificati nella medesima giornata a distanza di sole due ore, alle 19:00 e alle 21:00, orario in cui l'uomo si era presentato in commissariato. Il Giudice dell'esecuzione aveva respinto l'istanza, considerando ogni allontanamento un'azione autonoma e occasionale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il giudice non può ignorare una precedente valutazione favorevole su reati vicini nel tempo e nello spazio. L'ordinanza impugnata è stata annullata con rinvio per una nuova e adeguata motivazione.
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Calcolo pena reato continuato: la Cassazione annulla gli aumenti
Un cittadino condannato irrevocabilmente per reato associativo ed estorsione ha chiesto al giudice dell'esecuzione l'unificazione delle pene. Il magistrato ha riconosciuto il vincolo della continuazione tra diverse sentenze, ma ha calcolato la pena finale sommando una quota globale per la seconda estorsione senza chiarire i criteri dell'aumento. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione denunciando la mancanza di motivazione e la sproporzione della sanzione applicata. La Suprema Corte ha accolto la doglianza e annullato la decisione impugnata. La sentenza ha ribadito un principio fondamentale sul Calcolo pena reato continuato: il giudice deve sempre specificare e motivare in modo distinto l'incremento di sanzione stabilito per ciascun reato satellite. Gli atti tornano ora al tribunale territoriale per la corretta rideterminazione della pena.
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Continuazione dei reati e alcolismo: la Cassazione nega lo sconto
Un uomo condannato con tre distinte sentenze per lesioni, evasione e truffa sul reddito di cittadinanza ha chiesto il riconoscimento della continuazione dei reati in fase esecutiva. Il condannato sosteneva l'esistenza di un unico disegno criminoso guidato dalla propria alcoldipendenza, chiedendo di equiparare tale condizione alla tossicodipendenza. Il giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta e la Corte di Cassazione ha confermato la decisione dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'alcoldipendenza non giustifica l'unicità del disegno criminoso, in quanto non genera la necessità frequente e impellente di commettere illeciti tipica della tossicodipendenza. Inoltre mancava la prova documentale della patologia. Il ricorrente deve pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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