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Art. 67 l.fall.

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Azione revocatoria fallimentare: banca perde contro il curatore
Il Fallimento di una società ha promosso un'azione revocatoria fallimentare contro la Banca per ottenere la restituzione di oltre 141.000 euro. Tali somme erano confluite sui conti correnti della società nell'anno precedente al fallimento. La Banca si è difesa sostenendo che i versamenti derivavano da cessioni di credito stipulate prima del periodo sospetto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della Banca. I giudici hanno chiarito che, per evitare l'azione revocatoria fallimentare, la cessione di credito deve avere una data certa anteriore al fallimento, dimostrata con elementi oggettivi e non con semplici indizi o verosimiglianze. Senza data certa, i pagamenti restano revocabili e la Banca deve restituire il denaro.
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Revocatoria fallimentare del mutuo: la banca perde l’ipoteca
Una banca ha impugnato l'esclusione dal passivo fallimentare di un credito garantito da ipoteca, derivante da un mutuo fondiario utilizzato per estinguere debiti precedenti della società poi fallita. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la revocatoria fallimentare del mutuo e della relativa ipoteca. I giudici hanno chiarito che l'operazione di concessione del mutuo, finalizzata esclusivamente a ripianare un'esposizione debitoria pregressa, costituisce un'operazione anomala e solutoria, soggetta a revocatoria. Inoltre, la Suprema Corte ha confermato l'inopponibilità delle garanzie pignoratizie prive di data certa, poiché il timbro postale era presente solo sulla prima pagina di un documento di tre fogli. Vince il Fallimento: la banca perde i privilegi ipotecari e pignoratizi, venendo ammessa solo come creditore chirografario.
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Revocatoria fallimentare: la banca perde l’incasso ma salva il pegno
Il Fallimento di una società ha promosso un'azione di revocatoria fallimentare contro la Banca per recuperare una somma incassata tramite la vendita di titoli in pegno regolare rotativo durante il periodo sospetto. La Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, ha stabilito che il pagamento è revocabile se la Banca conosceva lo stato di insolvenza del debitore. Tuttavia, le Sezioni Unite hanno sancito un principio fondamentale a favore dei creditori: una volta restituita la somma al fallimento a seguito della revocatoria fallimentare, la Banca ha il diritto di insinuarsi al passivo mantenendo lo stesso privilegio originario derivante dal pegno, senza essere degradata a creditore chirografario. La decisione bilancia la parità di trattamento dei creditori con la tutela delle garanzie reali legittimamente costituite prima del fallimento.
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Azione revocatoria fallimentare: paga la banca cedente
Una società in amministrazione straordinaria ha promosso un'azione revocatoria fallimentare contro una banca per recuperare oltre 568.000 euro di rimesse bancarie. La banca si è difesa sostenendo di aver ceduto il proprio ramo d'azienda a un altro istituto e di non essere quindi il soggetto corretto da citare in giudizio. La Corte di Cassazione ha invece confermato la responsabilità della banca cedente. Infatti, l'atto di cessione non indicava in modo specifico il trasferimento dei debiti futuri derivanti da revocatorie non ancora avviate. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso principale della banca e ha accolto il ricorso incidentale della procedura fallimentare, rinviando la causa alla Corte d'Appello solo per rideterminare le spese legali del primo grado di giudizio.
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Revocatoria fallimentare: prelievi scambiati per versamenti
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un istituto di credito contro la sentenza che lo condannava a restituire oltre centomila euro alla curatela di una società fallita. La Corte d'Appello aveva accolto l'azione di revocatoria fallimentare basandosi sui saldi per valuta e presumendo la conoscenza dello stato di insolvenza. La Cassazione ha accolto il ricorso della banca su due punti cruciali: in primo luogo, i giudici di appello hanno omesso di verificare se le somme richieste fossero effettivi versamenti del debitore o semplici prelievi; in secondo luogo, ha ribadito che l'obbligo di restituzione costituisce un debito di valuta e non di valore. Di conseguenza, gli interessi decorrono solo dalla domanda giudiziale e la rivalutazione non è automatica. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Revocatoria fallimentare: banca perde il privilegio sul passivo
Una banca chiedeva di essere ammessa al passivo di un fallimento in via privilegiata per oltre due milioni di euro. Il credito derivava dalla perdita di un immobile a seguito di una revocatoria fallimentare. La banca sosteneva di essersi surrogata nei diritti dei creditori ipotecari, avendo pagato direttamente i debiti della venditrice al momento dell'acquisto. La Corte d'Appello aveva invece ammesso il credito come chirografario, escludendo il pagamento diretto. La Cassazione ha rigettato il ricorso della banca. I giudici hanno chiarito che l'accertamento sulle modalità di pagamento compiuto nella precedente causa di revocatoria fallimentare non costituisce giudicato vincolante, poiché l'oggetto dei due giudizi è differente. Inoltre, le difese del curatore non equivalgono a una confessione, in quanto egli non può disporre dei diritti dei creditori.
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Azione revocatoria fallimentare: cambiali salve se normali
L'Azienda Fornitrice riceveva pagamenti tramite cambiali tratte da un'impresa di ingegneria poi ammessa all'amministrazione straordinaria. I commissari proponevano un'azione revocatoria fallimentare, sostenendo che il mutamento delle modalità di pagamento originarie (da rimessa diretta a cambiali) rendesse i pagamenti anomali. La Corte d'Appello accoglieva la domanda. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato la decisione, stabilendo che la normalità del mezzo di pagamento è un dato oggettivo. Le cambiali tratte sono strumenti ordinari nella prassi commerciale. Il semplice mutamento delle condizioni contrattuali non trasforma un mezzo normale in anomalo. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato definitivamente la domanda revocatoria, accogliendo il ricorso dell'Azienda Fornitrice.
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Revocatoria fallimentare: consulenza esclusa dalle esenzioni
Il Fallimento di un'azienda di calzature ha promosso un'azione di revocatoria fallimentare per ottenere la restituzione di circa 11.500 euro pagati a una Società di Consulenza poco prima del fallimento. La Società di Consulenza ha invocato l'esenzione per i pagamenti di beni e servizi nei termini d'uso. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della Società di Consulenza, confermando la revoca del pagamento. I giudici hanno stabilito che l'analisi dei conti bancari finalizzata alla liquidazione non rientra nel ciclo produttivo tipico dell'impresa e non gode di esenzioni. Inoltre, la conoscenza dello stato di insolvenza è stata pienamente provata tramite indizi precisi emersi durante i colloqui tra le parti.
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Revocatoria fallimentare: i pagamenti anomali vanno restituiti
La Corte di Cassazione ha confermato la revocatoria fallimentare dei pagamenti eseguiti da un'azienda, poi fallita, a favore del suo fornitore nei sei mesi precedenti il fallimento. Il fornitore invocava l'esenzione per i pagamenti effettuati nei "termini d'uso", sostenendo che i continui ritardi e l'uso di cambiali rinegoziate fossero ormai una prassi consolidata. I giudici hanno invece stabilito che i continui differimenti e le anomalie nei pagamenti non costituivano una prassi ordinaria, ma evidenziavano la conoscenza dello stato di insolvenza del debitore. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del fornitore, confermando l'obbligo di restituire le somme riscosse alla procedura fallimentare.
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Revocatoria fallimentare: il creditore perde e paga le sanzioni
Un'azienda produttrice di salumi ha ricevuto pagamenti per oltre 272.000 euro da un cliente poi fallito. Il curatore ha promosso un'azione di revocatoria fallimentare per recuperare queste somme. La Corte d'Appello ha confermato la revoca dei pagamenti, ritenendo che il creditore conoscesse lo stato di crisi del debitore, data la sua qualifica professionale e i gravi ritardi nei pagamenti. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del creditore. La Corte ha chiarito che l'esenzione per i pagamenti eseguiti nei termini d'uso è un'eccezione in senso stretto, che va sollevata subito nel primo grado di giudizio. Inoltre, la valutazione degli indizi sulla conoscenza della crisi spetta solo ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in Cassazione. Il creditore perde la causa e viene condannato a pesanti sanzioni pecuniarie.
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Revocatoria fallimentare: quando il piano di rientro costa caro
Un ente debitore in amministrazione straordinaria ha promosso un'azione di revocatoria fallimentare contro una società fornitrice per recuperare un pagamento di 50.000 euro effettuato poco prima della dichiarazione di insolvenza. La società fornitrice si è difesa sostenendo che il pagamento rientrasse nei termini d'uso commerciali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società fornitrice. I giudici hanno chiarito che i pagamenti in ritardo non sono esenti da revocatoria fallimentare, a meno che non esista una prassi consolidata che li renda la normalità del rapporto. Inoltre, l'accettazione di un piano di rientro con forte sconto (saldo e stralcio) dimostra che la creditrice conosceva lo stato di insolvenza del debitore. La società fornitrice deve quindi restituire la somma ricevuta.
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Revocatoria fallimentare: la fornitrice perde e paga le sanzioni
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una società fornitrice contro la sentenza che aveva accolto l'azione revocatoria fallimentare promossa dal fallimento di un cliente. La ricorrente contestava la validità della notifica dell'appello e l'uso delle presunzioni per dimostrare la sua conoscenza dello stato di insolvenza del debitore. La Suprema Corte ha chiarito che la notifica presso il domicilio digitale del domiciliatario è valida o al massimo nulla (quindi sanabile) e che le presunzioni semplici sono pienamente legittime per provare la consapevolezza del dissesto. Per aver insistito nel ricorso nonostante la proposta di definizione agevolata, la fornitrice è stata condannata anche per abuso del processo.
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Revocatoria fallimentare: quando scatta l’obbligo di restituzione
Il Fallimento di una ditta di ceramiche ha promosso un'azione di revocatoria fallimentare contro una società di trasporti per recuperare i pagamenti ricevuti nell'anno precedente all'ammissione al concordato preventivo. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, confermando la sussistenza della conoscenza dello stato di insolvenza. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società di trasporti. I giudici hanno chiarito che la valutazione della consapevolezza dell'insolvenza è un giudizio di fatto insindacabile in sede di legittimità. Inoltre, in virtù del principio di consecuzione delle procedure, il periodo sospetto di un anno deve essere calcolato a ritroso dalla data di ammissione al concordato preventivo, applicando la legge vigente all'epoca dei fatti prima della riforma del 2005.
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Revocatoria fallimentare: la difesa tardiva costa caro
Una società creditrice ha impugnato la decisione che qualificava come eccezione in senso stretto l'esenzione da revocatoria fallimentare per i pagamenti effettuati nei termini d'uso. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che spetta esclusivamente al creditore convenuto allegare e dimostrare tempestivamente la prassi commerciale derogatoria rispetto agli accordi scritti. Trattandosi di circostanze note solo alle parti, il giudice non può rilevarle d'ufficio. Di conseguenza, la società creditrice ha perso la causa ed è stata condannata al pagamento delle spese di giudizio e a pesanti sanzioni pecuniarie per aver insistito in un ricorso palesemente infondato.
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Revocatoria fallimentare e pagamenti tramite banche
La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto del ricorso presentato da una curatela in merito a una complessa operazione di revocatoria fallimentare. Il caso riguardava cessioni di credito e mandati all'incasso utilizzati da una società, poi fallita, per estinguere debiti verso diversi istituti bancari attraverso un'unica banca delegata. La Suprema Corte ha stabilito che, sebbene la delegazione di pagamento costituisca un mezzo anormale di pagamento, l'azione di revocatoria fallimentare deve colpire specificamente tale negozio giuridico. Poiché la curatela non aveva impugnato correttamente la delegazione, ma solo gli atti di cessione, la richiesta di restituzione delle somme percepite dalle banche terze è stata considerata inammissibile.
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Prededuzione nel fallimento: stop ai canoni dopo il concordato
La Corte di Cassazione ha chiarito i limiti della prededuzione nel fallimento per i crediti sorti durante l'esecuzione di un concordato preventivo. Una società immobiliare chiedeva il pagamento prioritario di canoni di locazione maturati dopo l'omologazione del concordato di una catena commerciale, poi fallita. Il Tribunale aveva inizialmente concesso la prededuzione, ritenendo i crediti funzionali alla procedura. Tuttavia, la Suprema Corte ha ribaltato la decisione, stabilendo che i crediti sorti dopo l'omologazione non godono di priorità automatica. Poiché con l'omologazione la procedura si chiude e il debitore torna a gestire l'impresa autonomamente, i nuovi debiti non sono imputabili agli organi concorsuali. La prededuzione nel fallimento spetta solo se prevista espressamente dalla legge o se il credito è sorto in pendenza della procedura sotto il controllo diretto degli organi giudiziari.
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Revocatoria fallimentare: cessione crediti anomala
La Corte di Cassazione ha confermato l'inefficacia di una cessione di credito effettuata da una società di costruzioni poco prima del suo fallimento. L'operazione, qualificata come revocatoria fallimentare, è stata considerata un mezzo anomalo di pagamento per estinguere debiti derivanti da contratti preliminari risolti. Il creditore non è riuscito a fornire la prova della propria ignoranza circa lo stato di crisi della società, portando i giudici a dichiarare l'atto inefficace verso la massa dei creditori. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile poiché mirava a una revisione dei fatti già accertati nei gradi precedenti.
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Concordato preventivo: validità dei pagamenti ordinari
La Corte di Cassazione ha confermato la validità dei pagamenti effettuati da una società in concordato preventivo per forniture necessarie alla prosecuzione dell'attività d'impresa. Tali atti sono stati qualificati come di ordinaria amministrazione, escludendo la necessità di autorizzazione del Giudice Delegato. La Corte ha chiarito che, anche in una procedura con finalità liquidatoria, la gestione corrente funzionale all'impresa non è soggetta a inefficacia, purché non sia diretta a frodare i creditori e rispetti il piano di concordato preventivo approvato.
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Revocatoria fallimentare e cessione crediti: la guida
La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto dell'opposizione allo stato passivo proposta da una società che intendeva compensare i propri debiti con crediti derivanti da cessioni di veicoli e di portafoglio crediti. La decisione ribadisce che la revocatoria fallimentare colpisce le cessioni di credito utilizzate come mezzo di pagamento anomalo se non pattuite originariamente. Inoltre, le vendite di autoveicoli non trascritte al PRA prima della dichiarazione di fallimento risultano inopponibili alla massa dei creditori, rendendo vana la pretesa di compensazione.
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Revocatoria fallimentare: guida su termini e prove
La Suprema Corte ha confermato l'inammissibilità del ricorso relativo a una azione di revocatoria fallimentare promossa da una società in amministrazione straordinaria. La decisione chiarisce che il termine di prescrizione quinquennale decorre dall'autorizzazione del programma di liquidazione e non dalla dichiarazione di insolvenza. Inoltre, è stata ribadita la validità della retrodatazione del periodo sospetto in caso di consecuzione tra amministrazione controllata e straordinaria. La prova della conoscenza dello stato di insolvenza è stata legittimamente desunta dall'esistenza di un piano di rientro per debiti pregressi.
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