La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per circonvenzione di persone incapaci a carico di un uomo che ha approfittato della grave schizofrenia paranoide di una donna. L'imputato ha illuso la vittima promettendole il matrimonio per ottenere il controllo esclusivo del suo patrimonio. L'uomo ha trattenuto il denaro per sé, lasciando la donna senza cibo e con le bollette non pagate tra il 2017 e il 2018. La difesa ha invocato una precedente assoluzione per fatti del 2010 e la particolare tenuità del danno. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: le condotte riguardavano un periodo storico diverso e l'approfittamento sistematico impedisce ogni sconto di pena o applicazione di attenuanti.
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Un Lavoratore ricorreva contro la misura della custodia cautelare in carcere per il reato di estorsione ai danni della madre. Il Lavoratore sosteneva l'applicazione della causa di non punibilità (art. 649 cod. pen.) perché aveva usato solo minacce, non violenza fisica. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che l'estorsione è sempre esclusa dalla causa di non punibilità, anche se commessa con la sola minaccia. La Corte ha anche ritenuto infondato il motivo sulla mancata trasmissione della fonoregistrazione dell'interrogatorio.
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Un Imputato, già condannato per minaccia aggravata, ha fatto ricorso contro una successiva condanna per tentata estorsione e minaccia aggravata, invocando il principio del `ne bis in idem`. Sosteneva che i fatti fossero i medesimi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha chiarito che la minaccia precedente era un episodio singolo, mentre la tentata estorsione era una serie di minacce diverse, finalizzate a ottenere denaro. La minaccia con l'arma è stata considerata l'ultimo atto di una condotta estorsiva più ampia, quindi assorbita nel reato più grave. Non c'è stata violazione del `ne bis in idem`.
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La Corte di Cassazione ha confermato la penale responsabilità di un uomo per il reato di tentato omicidio, aggravato dall'uso delle armi, e per estorsione. L'imputato aveva sparato colpi di pistola contro l'auto di una famiglia rivale dopo un diverbio per un alloggio popolare e aveva poi costretto, con un complice, l'ex compagna di quest'ultimo a cedere uno scooter. I giudici hanno chiarito che sparare contro un'auto occupata dimostra chiaramente l'intento lesivo della vita. L'estorsione commessa con minacce contro la convivente non gode dell'esimente dei reati patrimoniali in famiglia. La Corte ha reso definitive le condanne, eliminando unicamente per il complice la sospensione della responsabilità genitoriale poiché la pena inflitta era inferiore a cinque anni.
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Una Lavoratrice era stata accusata di truffa aggravata, con contestazione di minorata difesa della vittima e recidiva qualificata. Il Tribunale aveva dichiarato il reato estinto per remissione tacita della querela. Il Pubblico Ministero ha impugnato la decisione, sostenendo che il reato fosse procedibile d'ufficio a causa delle aggravanti contestate. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la presenza di aggravanti come la minorata difesa o la recidiva qualificata rende il reato di truffa procedibile d'ufficio, anche dopo le modifiche legislative. Pertanto, la remissione della querela non estingue il reato in questi casi. La sentenza del Tribunale è stata annullata per un nuovo esame, ribadendo l'importanza della **Procedibilità d'ufficio per truffa aggravata**.
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L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per il reato di estorsione continuata ai danni dei propri familiari. La difesa sosteneva la non punibilità dei fatti commessi senza violenza fisica diretta e contestava gli aumenti di pena applicati per la recidiva in aggiunta alla continuazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il reato di estorsione consumata non beneficia della causa di non punibilità prevista per i reati patrimoniali tra congiunti, anche se realizzato mediante sole minacce. Inoltre, la Corte ha confermato la piena compatibilità tra la recidiva e la continuazione. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali insieme a tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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L'Imputato ha sottratto gioielli ed oggetti preziosi dalla cassaforte dell'ex compagna, scoprendone la combinazione. La difesa ha chiesto l'esclusione della punibilità per il reato di furto tra conviventi, sostenendo l'esistenza di un rapporto di convivenza di fatto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso e confermato la condanna dell'uomo. I giudici hanno chiarito che una coabitazione breve e saltuaria di soli quattro o cinque mesi, priva di una stabile comunione materiale e spirituale, non giustifica la non punibilità. Di conseguenza, l'Imputato deve scontare la sanzione e pagare le spese processuali.
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Un Lavoratore era stato accusato di truffa, ma il Tribunale lo aveva prosciolto perché la vittima aveva ritirato la querela. Il Pubblico Ministero ha contestato questa decisione, sostenendo che il reato di truffa era procedibile d'ufficio a causa della recidiva qualificata del Lavoratore. La Cassazione ha stabilito che la recidiva qualificata rende la truffa procedibile d'ufficio, anche per fatti commessi prima delle recenti riforme legislative, poiché tale aggravante era già considerata "ad effetto speciale". La sentenza del Tribunale è stata annullata, e il caso è tornato alla Corte d'Appello per una nuova valutazione sulla procedibilità del reato.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una badante condannata per il **furto di assegni** ai danni dell'anziano che assisteva. La donna aveva incassato gli assegni, sostenendo l'esistenza di una relazione sentimentale e il consenso della vittima. I giudici di merito, confermati dalla Cassazione, hanno ritenuto non credibile questa versione, basandosi sulle dichiarazioni dell'anziano e su una perizia grafica che ha dimostrato la falsità delle firme sugli assegni. La difesa sulla convivenza "more uxorio" e la conseguente non punibilità è stata ritenuta infondata e inammissibile. La condanna per furto è stata quindi confermata.
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L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata applicazione della causa di non punibilità per congiunti prevista per i reati patrimoniali e la mancata concessione delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la causa di non punibilità per congiunti riguarda solo i delitti contro il patrimonio e non si applica al reato di possesso di documenti falsi ex art. 497-ter c.p., il quale tutela la fede pubblica. Le attenuanti generiche risultavano inoltre già concesse nei precedenti gradi di giudizio. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Un uomo chiedeva continuamente denaro ai propri genitori ricorrendo a minacce e violenze fisiche, configurando la tentata estorsione ai genitori. La difesa dell'imputato sosteneva l'applicabilità dell'esenzione prevista per i delitti contro il patrimonio commessi ai danni dei familiari, affermando che la violenza fisica fosse separata dalle pretese economiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'impiego di violenza fisica diretta verso i familiari esclude qualsiasi causa di non punibilità. Di conseguenza, l'imputato ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un imputato per il reato di estorsione e per un secondo delitto contro il patrimonio. La difesa chiedeva di derubricare i fatti contestati in tentativo di estorsione o in truffa, invocando anche una causa di non punibilità e criticando l'attendibilità della persona offesa. I giudici supremi hanno dichiarato inammissibile il ricorso perché l'imputato ha riproposto censure generiche già respinte nei precedenti gradi di giudizio, pretendendo un riesame delle prove precluso in sede di legittimità. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva con sanzione pecuniaria aggiuntiva a carico del ricorrente.
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Un uomo ha aggredito fisicamente la madre per costringerla a consegnargli del denaro. La difesa ha sostenuto l'impunità del soggetto invocando la tutela prevista per i fatti commessi contro congiunti e l'attenuante economica della speciale tenuità del danno. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentata estorsione in famiglia. I giudici hanno chiarito che l'uso della violenza fisica esclude qualsiasi causa di non punibilità verso i parenti, anche per i soli delitti tentati. Inoltre, la richiesta di cifre modeste non costituisce danno lieve quando colpisce una persona in condizioni economiche disagiate.
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La Corte di Cassazione affronta un caso relativo a un reato di furto in abitazione commesso da un soggetto insieme alla compagna, figlia della proprietaria di casa. La difesa sosteneva la riqualificazione in furto semplice, affermando che la donna aveva libero accesso all'immobile e mancava la querela. I giudici supremi confermano la condanna. L'art. 624-bis c.p. tutela l'inviolabilità del domicilio in senso oggettivo: l'ingresso agevolato o autorizzato di un complice non elimina la natura strumentale dell'intrusione finalizzata alla sottrazione. I ricorsi dei coimputati per ulteriori reati contro il patrimonio sono stati dichiarati inammissibili per aspecificità e carenza di vizi deducibili in sede di legittimità, mentre per un imputato deceduto il reato è stato dichiarato estinto.
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Un uomo denunciava la nuora per il reato di appropriazione indebita relativo a un prezioso orologio di lusso, concesso in precedenza in comodato al proprio figlio. Il Pubblico Ministero disponeva il sequestro del bene, ma il Tribunale del Riesame annullava la misura per via dei vincoli familiari esistenti tra le parti. L'accusa ricorreva in Cassazione sostenendo la piena legittimità delle indagini e del vincolo reale. La Corte Suprema ha rigettato il ricorso dichiarandolo inammissibile: la presenza di una specifica causa di non punibilità esclude la configurabilità del reato e preclude sin dall'inizio l'avvio delle indagini preliminari e l'adozione di sequestri.
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Il Tribunale aveva dichiarato prescritto il reato di appropriazione indebita contestato a un uomo per essersi impossessato di beni della moglie durante la crisi matrimoniale. L'uomo ha fatto ricorso in Cassazione, chiedendo l'applicazione della causa di non punibilità prevista per i reati patrimoniali commessi a danno del coniuge non legalmente separato. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che l'esimente si applica finché non interviene la sentenza definitiva di separazione legale, rendendo irrilevante la semplice separazione di fatto. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la decisione precedente, assolvendo l'imputato per non punibilità. Il caso chiarisce i limiti dell'appropriazione indebita tra coniugi prima della formale separazione.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di estorsione continuata ai danni di alcuni parenti. L'imputato invocava l'applicazione dell'esimente per i reati contro il patrimonio commessi in ambito familiare. I giudici hanno chiarito che l'esimente per l'estorsione in famiglia non può essere applicata, poiché il reato di estorsione comporta l'uso di violenza o minaccia contro le persone, elemento che esclude espressamente la causa di non punibilità prevista dal codice penale. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha inflitto al ricorrente anche il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di danneggiamento. L'imputato invocava l'applicazione della causa di non punibilità prevista per i reati patrimoniali commessi contro i familiari. Tuttavia, i giudici hanno confermato che l'esimente non si applica in caso di danneggiamento con violenza alla persona. Le prove raccolte, tra cui testimonianze e certificati medici, hanno dimostrato che gli atti di danneggiamento erano accompagnati da condotte violente. Di conseguenza, la Cassazione ha respinto il ricorso e condannato il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di estorsione consumata ai danni di un familiare. L'imputato chiedeva l'applicazione dell'esclusione di punibilità prevista per i rapporti di parentela. I giudici hanno però confermato che il denaro era stato ottenuto attraverso condotte violente, elemento che esclude qualsiasi beneficio di legge. Inoltre, la Suprema Corte ha ritenuto corretta la decisione della Corte d'Appello che, basandosi su una perizia medica, ha riconosciuto una parziale capacità di intendere e di volere dovuta a un grave stato di psicosi, senza che ciò escludesse la responsabilità penale del soggetto. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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La Corte di Cassazione affronta il ricorso di un soggetto condannato in appello al risarcimento dei danni per i reati di danneggiamento e turbata libertà dell'industria. L'imputato propone ricorso limitatamente agli effetti civili. La Suprema Corte analizza l'applicabilità immediata della riforma Cartabia, che prevede il trasferimento al giudice civile del processo in caso di impugnazione per i soli interessi civili. Risolvendo un contrasto interno, la Corte stabilisce che la nuova norma si applica subito ai procedimenti pendenti. Di conseguenza, accertata la non inammissibilità del ricorso, dispone la trasmissione degli atti al Primo Presidente per l'assegnazione alle sezioni civili.
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