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Art. 629 Codice Penale — Sezione Terza Penale

Altri anni per Art. 629 Codice Penale

Reddito di cittadinanza: la condanna posteriore non è reato
La Cittadina presentava domanda per il reddito di cittadinanza nel 2021. La Procura le contestava di aver taciuto una condanna per estorsione al momento della richiesta, accusandola del reato di indebita percezione. I giudici di primo e secondo grado la condannavano a un anno di reclusione. La Suprema Corte di Cassazione ribalta il verdetto. Gli Ermellini rilevano che, alla data della domanda, il reato di estorsione non figurava tra le cause ostative previste dalla legge. Inoltre, la condanna penale della donna è divenuta definitiva soltanto nel giugno 2022. I giudici non potevano nemmeno trasformare l'accusa iniziale in un'omessa comunicazione sopravvenuta. La Cassazione annulla senza rinvio la condanna perché il fatto non sussiste.
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Estorsione e spaccio di droga: la Cassazione condanna il figlio
Due soggetti, padre e figlio, gestivano un'attività illecita coordinata legata ai reati di estorsione e spaccio di droga. I due vendevano cocaina a un cliente e pretendevano somme non dovute tramite violenze e minacce. Nelle more del ricorso in Cassazione, il padre è deceduto. La Corte ha quindi preso atto della morte dell'imputato, dichiarando l'estinzione del reato e annullando la sentenza nei suoi confronti senza rinvio. La Corte ha invece dichiarato inammissibile il ricorso del figlio. I giudici hanno confermato la sua piena responsabilità per la partecipazione attiva all'attività familiare illecita, rilevando la genericità e l'infondatezza dei motivi di gravame. Il figlio deve pagare le spese processuali e versare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e le prove
Un cittadino indagato è stato sottoposto alla custodia cautelare in carcere con l'accusa di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e per singoli reati di spaccio ed estorsione. Il Tribunale del Riesame ha confermato la misura, ma la Corte di Cassazione ha accolto in parte il ricorso dell'indagato. La Suprema Corte ha stabilito che i contrasti economici o semplici acquisti di droga non bastano a dimostrare l'adesione al programma criminoso comune. Inoltre, i giudici devono valutare se il tempo trascorso dai fatti renda ancora attuali le esigenze cautelari. La Cassazione ha quindi annullato l'ordinanza limitatamente all'accusa associativa e alle esigenze cautelari, disponendo un nuovo esame davanti al Tribunale di Catanzaro.
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Ricorso per cassazione cautelare: l’errore sulla sede costa caro
L'Indagato ha proposto un ricorso per cassazione cautelare contro la decisione del Tribunale del riesame che manteneva la misura della custodia cautelare. Il difensore ha però depositato l'atto presso la cancelleria di un Tribunale diverso da quello che aveva emesso l'ordinanza. L'impugnazione è arrivata al giudice competente dopo la scadenza del termine di dieci giorni previsti dalla legge. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per tardività. Chi presenta l'atto si assume infatti il rischio del ritardo se sbaglia l'ufficio destinatario. Di conseguenza, i giudici hanno condannato l'Indagato al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: esito e sanzioni
L'Indagato, sottoposto alla misura della custodia cautelare in carcere per reati in materia di stupefacenti ed estorsione, chiedeva la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari mediante l'adozione del braccialetto elettronico. A fronte del rigetto dell'istanza da parte del Tribunale del riesame, il difensore proponeva impugnazione davanti alla Suprema Corte. Successivamente, la difesa presentava formale dichiarazione di rinuncia al ricorso per cassazione a causa del venir meno dell'interesse alla decisione. La Corte di Cassazione prendeva atto dell'atto di rinuncia e dichiarava l'inammissibilità del ricorso, condannando L'Indagato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di cinquecento euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Presunzione di pericolosità cautelare e mafia: resta il carcere
L'Indagato ha subito la misura della custodia cautelare in carcere per estorsione aggravata dal metodo mafioso. Gli inquirenti hanno accertato il recupero forzoso di un debito di droga con minacce e l'uso di un'arma per conto di una cosca, ritrovando poi la somma nell'auto dell'uomo. Il Ricorrente ha impugnato l'ordinanza contestando l'attendibilità delle intercettazioni e sostenendo che il tempo trascorso avesse affievolito le esigenze di prevenzione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che per i reati aggravati dal contesto mafioso opera la presunzione di pericolosità cautelare. Il semplice decorso del tempo non basta a superare questa presunzione senza elementi concreti di un effettivo cambiamento. Di conseguenza la misura del carcere resta confermata.
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Custodia cautelare in carcere: quando il tempo annulla la misura
La Corte di Cassazione si è espressa sul caso di un indagato sottoposto alla custodia cautelare in carcere per presunta partecipazione ad un'associazione per il traffico di sostanze stupefacenti ed estorsione. La Suprema Corte ha annullato la misura relativamente al reato associativo e alla sussistenza delle esigenze cautelari. I giudici hanno chiarito che il semplice ruolo di intermediario d'affari o di recupero crediti non dimostra l'appartenenza a un sodalizio criminale se mancano scopi e profitti condivisi. Inoltre, quando trascorre un lasso di tempo considerevole dai fatti senza ulteriori condotte illecite, il giudice deve motivare in modo approfondito la reale ed attuale pericolosità del soggetto. Il caso torna al Tribunale del Riesame per una nuova decisione.
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Recupero crediti e minacce: scatta la tentata estorsione
Alcuni individui hanno minacciato pesantemente un imprenditore per costringerlo a saldare presunti debiti commerciali pregressi, ricorrendo alla forza intimidatrice di legami criminali. Nel medesimo contesto, un complice figurava come amministratore fittizio di una società coinvolta nell'emissione di fatture false e nell'omessa dichiarazione fiscale. La Corte di Cassazione ha confermato le condanne per il delitto di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso e per i reati tributari. I giudici hanno chiarito che il recupero forzoso di somme attuato tramite terzi minacciosi esorbita dalla tutela di un legittimo diritto e integra pienamente la tentata estorsione, rigettando la tesi del semplice esercizio arbitrario delle proprie ragioni.
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Revoca della custodia cautelare: il tempo in carcere non basta
L'Indagato, accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti ed estorsione, ha chiesto la revoca della custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva che il semplice scorrere del tempo trascorso in detenzione costituisse un elemento nuovo utile per rivalutare le esigenze di cautela. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che il solo decorso del tempo non giustifica la revoca della custodia cautelare, se non accompagnato da fatti nuovi e concreti che dimostrino un definitivo allontanamento dall'ambiente criminale. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Impugnazioni cautelari: l’errore di deposito che conferma l’arresto
L'Indagato ha proposto ricorso per cassazione contro la decisione del Tribunale del Riesame che confermava la misura degli arresti domiciliari per il reato di estorsione. Tuttavia, la difesa ha depositato l'atto presso la cancelleria del Tribunale di Catania invece che presso quella del Tribunale di Caltanissetta, che aveva emesso il provvedimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per tardività. In tema di impugnazioni cautelari, infatti, la presentazione del ricorso presso un ufficio diverso da quello competente comporta il rischio di inammissibilità se l'atto non perviene alla cancelleria corretta entro il termine perentorio di dieci giorni. Poiché il ricorso è giunto al tribunale competente oltre la scadenza, l'impugnazione è stata respinta con condanna del ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Misure cautelari personali: il lavoro stabile non evita gli arresti
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso contro la conferma degli arresti domiciliari. L'indagato contestava la sussistenza dei gravi indizi e l'attualità del pericolo di recidiva, evidenziando di essersi trasferito in un'altra regione e di aver trovato un lavoro stabile, oltre al decorso di oltre tre anni dai fatti. La Suprema Corte ha stabilito che le misure cautelari personali possono essere legittimamente mantenute se persistono legami con contesti criminali. Il trasferimento e il "tempo silente" non bastano a superare la presunzione di pericolosità sociale. Di conseguenza, l'indagato perde il ricorso e resta sottoposto alla misura cautelare, oltre a dover pagare le spese processuali.
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Riparazione per ingiusta detenzione: assolto ma con colpa grave
Un commerciante, inizialmente arrestato per concorso in estorsione aggravata e successivamente assolto, ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione per i 270 giorni trascorsi in custodia cautelare. La Corte d'appello ha rigettato la domanda, ritenendo che la condotta dell'uomo avesse concorso a causare la misura cautelare per colpa grave. Il commerciante si era infatti avvalso del supporto di soggetti legati alla criminalità organizzata per estromettere un concorrente dal mercato locale, accettando i loro metodi illeciti in cambio di una percentuale sui ricavi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del commerciante, confermando che la sua condotta spregiudicata e la consapevolezza dei metodi violenti dei suoi intermediari integrano la colpa grave, escludendo così qualsiasi diritto all'indennizzo.
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Patteggiamento e reati: quando scatta l’espulsione dello straniero
Un cittadino straniero ha concordato una pena di due anni e dieci mesi di reclusione per reati di estorsione e spaccio di stupefacenti. Il Procuratore Generale ha impugnato la sentenza lamentando l'omessa valutazione sulla misura di sicurezza dell'espulsione dello straniero dal territorio dello Stato. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso, stabilendo che anche in caso di patteggiamento il giudice ha l'obbligo di valutare espressamente la pericolosità sociale del condannato per decidere sull'espulsione dello straniero. Di conseguenza, la sentenza è stata annullata limitatamente a questo punto, con rinvio al Giudice per le indagini preliminari per una nuova valutazione.
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Gravi indizi di colpevolezza: dai domiciliari al vero carcere
Il Tribunale ha confermato la custodia in carcere per un uomo accusato di associazione finalizzata allo spaccio e tentata estorsione. L'indagato, fornitore di droga del gruppo, avrebbe ordinato il pestaggio del capo dell'organizzazione per recuperare un debito di 3.500 euro. La difesa ha contestato la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e l'adeguatezza della misura carceraria, evidenziando che l'uomo era già agli arresti domiciliari per un altro procedimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che i gravi indizi di colpevolezza non richiedono la certezza della prova, ma una qualificata probabilità di colpevolezza. Inoltre, per i reati associativi legati agli stupefacenti opera una presunzione di adeguatezza della custodia in carcere, superabile solo da prove contrarie specifiche e non da semplici contestazioni generiche. Di conseguenza, l'indagato resta in carcere.
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Droga in casa: quando la convivenza è connivenza non punibile
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di tre soggetti condannati per spaccio di stupefacenti, tentata estorsione e detenzione di armi rubate. Mentre i ricorsi del primo imputato e di uno dei fratelli sono stati dichiarati inammissibili, la Corte ha accolto il ricorso del secondo fratello convivente. I giudici di merito avevano ritenuto quest'ultimo responsabile in concorso solo perché conviveva con il fratello e le sostanze erano in aree comuni. La Cassazione ha invece chiarito che la semplice coabitazione e la conoscenza della presenza di droga integrano una connivenza non punibile se manca un contributo attivo, materiale o morale, all'attività criminosa. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio per una nuova valutazione della sua posizione.
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Arresti domiciliari per estorsione: ricorso nullo senza atti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame, che confermava gli arresti domiciliari per estorsione aggravata dal metodo mafioso. La difesa lamentava la mancanza di un'autonoma valutazione del giudice e il travisamento delle prove, in particolare delle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia e di alcune intercettazioni. I giudici di legittimità hanno chiarito che, per contestare la mancanza di motivazione autonoma, il ricorrente deve allegare tutti gli atti originari. Inoltre, la Cassazione ha confermato la solidità del quadro indiziario, evidenziando come i dialoghi intercettati e i movimenti sul territorio dimostrino il ruolo attivo dell'indagato nell'attività estorsiva per conto del clan. L'indagato perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Tentata estorsione: il dubbio sul debito esclude il carcere
Il Tribunale applicava la custodia in carcere a un uomo per il reato di tentata estorsione, ritenendo che avesse minacciato la vittima via SMS per recuperare un credito di droga di 700 euro. L'indagato ricorreva in Cassazione, sostenendo che si trattasse di un legittimo recupero crediti, configurabile al massimo come esercizio arbitrario delle proprie ragioni, reato che non consente il carcere. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, evidenziando che non vi erano prove certe sull'origine illecita del debito e che, nel dubbio, si applica il principio del favor rei. Inoltre, i fatti risalivano a cinque anni prima, escludendo l'attualità del pericolo. L'ordinanza di custodia è stata annullata con rinvio.
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Gravi indizi di colpevolezza: solo foto ma scatta il carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto sottoposto a custodia cautelare in carcere per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'indagato, agendo come basista per conto di un boss locale, monitorava la vittima e individuava i beni da colpire, inviando poi le foto dell'auto incendiata. La difesa contestava la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, sostenendo la marginalità del ruolo dell'indagato e l'assenza di legami mafiosi. La Suprema Corte ha chiarito che, nella fase cautelare, i gravi indizi di colpevolezza richiedono solo una qualificata probabilità di colpevolezza e non la certezza del giudizio finale. Di conseguenza, l'indagato resta in carcere e dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Sentenza di patteggiamento: l’accordo non si può contestare
Un uomo, condannato dal Tribunale di Pavia per estorsione aggravata e altri reati, ha proposto ricorso contro la sentenza di patteggiamento. La difesa contestava la sussistenza delle aggravanti dell'uso di armi e delle persone riunite, oltre alla durata quinquennale della pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la sentenza di patteggiamento può essere impugnata per erronea qualificazione giuridica solo in presenza di un errore manifesto. Nel caso specifico, l'aggressione di gruppo con armi era evidente dai verbali. Inoltre, la durata della pena accessoria è stabilita direttamente dalla legge e non dal principio di equivalenza, rendendo corretta la decisione del primo giudice.
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Intercettazioni per droga usate per estorsione? No della Cassazione
Un indagato, sottoposto ad arresti domiciliari per spaccio di stupefacenti e altri reati come l'estorsione, ha contestato l'uso delle prove. La Corte di Cassazione ha parzialmente accolto il suo ricorso, chiarendo i limiti sulla utilizzabilità intercettazioni in un procedimento diverso. I giudici hanno stabilito che le registrazioni, autorizzate per indagare sul traffico di droga, non potevano essere usate per provare altri reati (come l'estorsione) emersi casualmente, poiché non esisteva una connessione sostanziale tra i crimini. Di conseguenza, la misura cautelare per questi specifici reati è stata annullata con rinvio a un nuovo giudice per una nuova valutazione senza le prove inutilizzabili.
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