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Art. 629 Codice Penale — Anno 2026

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Altri anni per Art. 629 Codice Penale

Tentata estorsione pluriaggravata: confermato il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un individuo indagato del reato di tentata estorsione pluriaggravata con l'aggravante del metodo mafioso. Il fatto trae origine da pressanti pretese di denaro rivolte alla persona offesa, colpevole di essere receduta da un precedente incarico illecito. L'indagato ha fornito un contributo determinante suggerendo il testo di messaggi intimidatori e coordinando contatti all'estero per sorvegliare la vittima. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso difensivo, giudicando i motivi aspecifici e infondati. I giudici hanno sottolineato l'elevato e attuale pericolo di reiterazione criminosa, dimostrato dalla disponibilità di armi clandestine e dalla fitta rete di contatti criminali. L'indagato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Estorsione e metodo mafioso: la sottile linea tra debito e reato
La Corte di Cassazione ha esaminato la posizione di diversi imputati accusati di estorsione e metodo mafioso. Alcuni esponenti criminali avevano costretto un lavoratore dipendente a cedere un immobile di famiglia per compensare il mancato avvio di un cantiere da parte del suo datore di lavoro. Per i membri del clan la condanna è diventata definitiva. Diversa è la sorte del lavoratore dipendente, accusato a sua volta di aver preteso denaro dal datore di lavoro per recuperare il bene perduto. I giudici di legittimità hanno annullato con rinvio la condanna del lavoratore dipendente. L'uomo era infatti in possesso di un decreto ingiuntivo del giudice del lavoro per stipendi arretrati non pagati. La Corte territoriale dovrà riesaminare se la somma ricevuta costituisca un ingiusto profitto o il semplice incasso di crediti retributivi legittimi.
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Concordato in appello: vietato il ricorso sui motivi rinunciati
Due imputati, condannati per tentata estorsione e falsità in atti, hanno stipulato un concordato in appello per rideterminare la sanzione detentiva e pecuniaria. Successivamente, entrambi hanno proposto ricorso in Cassazione contestando la mancata valutazione del proscioglimento immediato, la riqualificazione dei reati e l'applicazione di un'aggravante. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno ricordato che il concordato in appello comporta la rinuncia contestuale ai motivi di merito. Il ricorso davanti alla Corte di legittimità rimane consentito esclusivamente per vizi relativi alla formazione della volontà, al consenso delle parti o all'illegalità della sanzione. La decisione ha confermato integralmente le condanne e ha disposto la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
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Estorsione ai danni dei genitori: la patologia non salva la pena
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per i reati di maltrattamenti e estorsione ai danni dei genitori nei confronti di un uomo affetto da una patologia psichiatrica. La difesa richiedeva l'assoluzione per vizio totale di mente o la derubricazione nel reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, invocando il dovere di mantenimento. I giudici hanno stabilito che la capacità mentale dell'imputato era soltanto scemata e non abolita. Inoltre, le somme pretese con minacce non servivano per bisogni primari, ma per acquisti personali voluttuari, escludendo qualsiasi pretesa tutelabile davanti al giudice. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, ritenendo sussistente anche l'aggravante del fatto commesso nella casa familiare.
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Tentata estorsione: annullata l’aggravante non contestata
Due familiari sono stati accusati di tentata estorsione per aver rivolto minacce ad un parente. In sede di rinvio, la Corte d'Appello ha escluso il metodo mafioso ma ha applicato d'ufficio un'altra aggravante speciale, ritenendo gli accusati appartenenti a un sodalizio criminale. Gli imputati hanno impugnato la decisione lamentando la violazione del principio di contestazione del fatto e del diritto di difesa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il giudice non può introdurre autonomamente un'aggravante fondata su presupposti di fatto mai contestati dall'accusa. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza senza rinvio relativamente all'aggravante e ha disposto la trasmissione degli atti per la ricalibrazione della pena al ribasso.
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Estorsione ai genitori: la violenza cancella ogni esenzione
Un uomo chiedeva continuamente denaro ai propri genitori ricorrendo a minacce e violenze fisiche, configurando la tentata estorsione ai genitori. La difesa dell'imputato sosteneva l'applicabilità dell'esenzione prevista per i delitti contro il patrimonio commessi ai danni dei familiari, affermando che la violenza fisica fosse separata dalle pretese economiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'impiego di violenza fisica diretta verso i familiari esclude qualsiasi causa di non punibilità. Di conseguenza, l'imputato ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Tentata estorsione: condanna definitiva e ricorso rigettato
L'Imputato è stato condannato per i reati di calunnia e tentata estorsione. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo di riqualificare il fatto in esercizio arbitrario delle proprie ragioni e sostenendo l'intervenuta prescrizione per la calunnia. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il giudizio di legittimità non permette di riesaminare il merito delle prove o la loro persuasività. Inoltre la prescrizione del reato non si è verificata a causa della sospensione prevista dalla legge durante i termini di deposito della sentenza. L'Imputato perde il ricorso ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Concorso in estorsione: la condanna resta anche senza incasso
L'Imputato è stato condannato per il reato di concorso in estorsione continuata. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo l'assenza di prove sul passaggio effettivo del denaro estorto nelle sue mani, poiché la riscossione e i messaggi intimidatori erano gestiti da un altro intermediario. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la Cassazione non può riesaminare la valutazione delle prove fatta nei gradi precedenti. Inoltre, le intercettazioni telefoniche confermano il pieno coinvolgimento dell'Imputato. Anche se non avesse incassato direttamente la somma, l'Imputato risponde comunque di concorso in estorsione per aver contribuito a far ottenere l'illecito profitto ai complici. Di conseguenza, l'Imputato deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricatto online e desistenza volontaria: condannata l’imputata
L'Imputata inviava messaggi ricattatori alla Vittima attraverso profili su una piattaforma online. Le indagini collegavano le utenze telematiche alla rete fissa dell'Imputata. Di fronte alla ferma resistenza della Vittima, l'Imputata interrompeva l'invio dei messaggi. La difesa sosteneva l'esistenza della desistenza volontaria per aver fermato l'azione prima del compimento del reato. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dell'Imputata, escludendo la desistenza volontaria. I giudici hanno chiarito che l'interruzione non è stata spontanea, ma causata dal rifiuto della Vittima di cedere al ricatto. L'Imputata deve pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no a nuove prove
L'Imputato è stato condannato per concorso in spaccio di sostanze stupefacenti di lieve entità e tentata estorsione. La difesa ha proposto impugnazione lamentando vizi di motivazione, contestando la credibilità della persona offesa e la valutazione delle prove eseguita nei giudizi precedenti. La Corte di Cassazione ha stabilito l'Inammissibilità del ricorso per cassazione. I giudici hanno chiarito che il controllo di legittimità non consente di riesaminare i fatti o di valutare diversamente l'attendibilità dei testimoni. Verificata la piena tenuta logica della sentenza d'appello, la Suprema Corte ha confermato la condanna penale e sanzionato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle Ammende.
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Estorsione e truffa online: condanna ferma in Cassazione
Un uomo ha organizzato condotte illecite integrate nei reati di estorsione e truffa online inserendo un falso annuncio di vendita sul web e incassando il denaro su una carta prepagata. Inoltre, l'imputato ha costretto la vittima a compiere operazioni bancarie su un conto bloccato ricorrendo a pesanti minacce di morte. I giudici di merito hanno condannato il responsabile. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato perché la difesa si è limitata a riprodurre i medesimi argomenti già respinti in appello. I giudici supremi hanno confermato l'attendibilità della persona offesa e negato le attenuanti generiche a causa dei precedenti penali dell'uomo. L'imputato deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Reato di estorsione: la Cassazione su minacce e false quietanze
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di due imputati condannati per estorsione e corruzione nella compravendita di loculi e cappelle cimiteriali comunali. Un referente della criminalità organizzata ha costretto con minacce un imprenditore a rilasciare false quietanze retrodatate per pagamenti mai avvenuti, favorendo terzi assegnatari. La Suprema Corte ha confermato la condanna e chiarito che il reato di estorsione sussiste pienamente anche quando il danno patrimoniale consiste nella perdita di una concreta possibilità economica (perdita di chance) e nell'esposizione a rischi fiscali e giudiziari derivanti dal falso riconoscimento di debito. I giudici hanno inoltre confermato la natura pubblica dell'attività di custodia cimiteriale, annullando tuttavia il risarcimento a favore del Comune per uno degli imputati a causa di vizi formali nell'atto di costituzione di parte civile.
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Estorsione aggravata al bar: no al ricorso per conto non pagato
Un cliente partecipava con altri soggetti a un'azione violenta all'interno di un locale, consumando bevande senza saldare il conto, danneggiando gli arredi e ferendo il personale. I giudici condannavano l'uomo per estorsione aggravata al bar in concorso. Il condannato proponeva ricorso straordinario in Cassazione, lamentando un presunto errore di fatto nella valutazione del suo ruolo e dei video di sorveglianza. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che costringere un commerciante a offrire consumazioni con minacce integra estorsione, anche se il valore economico è esiguo. La mancata dissociazione dalla violenza configura pieno concorso, mentre le contestazioni sulle prove rappresentano errori di giudizio non deducibili tramite ricorso straordinario.
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Revoca dell’indulto: nuovo reato cancella lo sconto
Un soggetto condannato aveva beneficiato dello sconto di pena per reati legati agli stupefacenti grazie all'indulto concesso con legge nel 2006. Tuttavia, entro il quinquennio previsto dalla norma, l'interessato ha commesso un nuovo delitto doloso di estorsione, riportando una condanna a cinque anni di reclusione. Il Giudice dell'esecuzione ha disposto la revoca dell'indulto, poiché la legge impone la perdita del beneficio a chi commette un delitto non colposo con pena detentiva pari o superiore a due anni entro cinque anni. La difesa ha presentato ricorso per Cassazione, sostenendo il calcolo errato del quinquennio e contestando la mancata scorporazione della pena base dai relativi aumenti per la continuazione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che la commissione del delitto rientrava pienamente nel termine temporale stabilito e che la pena inflitta superava ampiamente la soglia di legge.
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Scarcerazione e sopravvenuta carenza di interesse
Un indagato per estorsione richiede la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. I giudici territoriali respingono la richiesta difensiva. Il difensore propone quindi ricorso davanti alla Corte di Cassazione, contestando la validità delle perquisizioni, i gravi indizi e le esigenze cautelari. Durante l'attesa dell'udienza di legittimità interviene la scarcerazione dell'indagato. Di conseguenza, la difesa formalizza la rinuncia all'impugnazione. La Suprema Corte dichiara l'inammissibilità dell'impugnazione per sopravvenuta carenza di interesse. Tale evento esclude l'addebito delle spese di giudizio e la sanzione pecuniaria verso la Cassa delle ammende.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per estorsione
Un uomo ha subito accuse per cessione di stupefacenti ed estorsione continuata con uso di armi per riscuotere debiti di droga. Nonostante le denunce e l'intervento della polizia, le minacce contro la vittima sono proseguite. Inizialmente arrestato, il giudice di primo grado aveva concesso gli arresti domiciliari ritenendo credibile il pentimento dell'indagato. Il Tribunale ha invece accolto il ricorso dell'accusa, ripristinando la custodia cautelare in carcere a causa della spiccata pericolosità sociale e dei legami criminali sul territorio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della difesa. I giudici hanno confermato che il semplice rispetto formale dei domiciliari non attenua il pericolo di nuove intimidazioni e hanno condannato l'indagato al pagamento delle spese.
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Tentata estorsione: da credito d’affari a minaccia mafiosa
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato del reato di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso e partecipazione a un'associazione a delinquere per furti e rapine di orologi di pregio. L'indagato pretendeva la restituzione di ingenti somme da un socio d'affari dopo il fallimento di un'attività commerciale condivisa, oltre a rimborsi per lavori edilizi. Di fronte al rifiuto del socio, l'indagato ha rivolto pesanti minacce di morte e ritorsioni patrimoniali a lui e ai suoi familiari, evocando legami con clan criminali. La difesa chiedeva di derubricare il fatto in esercizio arbitrario delle proprie ragioni, ma i giudici hanno respinto il ricorso: chi minaccia terzi estranei ed esige somme non dovute commette estorsione.
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Riparazione per ingiusta detenzione: nesso causale e colpa grave
Un cittadino ha trascorso 706 giorni tra carcere e arresti domiciliari prima di essere assolto con formula piena perché il fatto non sussiste. L'interessato ha quindi richiesto l'indennizzo statale. La Corte di Appello ha respinto la richiesta per colpa grave, individuando imprudenze e contatti opachi nelle conversazioni commerciali intercettate. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'imputato e ha annullato il diniego. I giudici hanno chiarito che, ai fini della riparazione per ingiusta detenzione, il giudice di merito non può limitarsi a segnalare condotte equivoche o imprudenti. Il tribunale deve spiegare con precisione il legame causale tra quelle condotte e l'errore del giudice che dispose la misura cautelare.
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Attenuante lieve entità estorsione: ricorso accolto
L'Imputato subiva una condanna per il reato di estorsione di duecentocinquanta euro. Il suo difensore chiedeva la riduzione della pena invocando l'attenuante lieve entità estorsione, introdotta da una pronuncia della Corte Costituzionale. La Corte d'Appello dichiarava la richiesta tardiva e infondata, limitandosi a considerare la somma estorta. L'Imputato ricorreva quindi in Cassazione. I giudici di legittimità hanno accolto il ricorso, chiarificando due elementi fondamentali: la richiesta tramite motivi aggiunti era tempestiva poiché presentata alla prima occasione utile dopo la sentenza costituzionale; inoltre, la valutazione della lieve entità non deve limitarsi al solo danno economico, ma deve analizzare l'intero contesto dell'azione, l'assenza di organizzazione e la modesta entità della minaccia. La Cassazione ha annullato la sentenza limitatamente all'attenuante, rinviando il caso per un nuovo giudizio.
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Spese processuali parte civile: l’assenza incolpevole va pagata
Nel corso di un processo penale di appello, L'Imputato ha richiesto il concordato sulla pena e la discussione in pubblica udienza. Il Giudice d'Appello ha modificato la modalità di svolgimento del giudizio, passando dalla trattazione scritta a quella orale. Tuttavia, la cancelleria non ha notificato questa variazione alle Parti Civili. Queste ultime avevano depositato nei termini le proprie conclusioni scritte e la nota spese per il giudizio non partecipato. Il Giudice d'Appello ha ridotto la pena all'Imputato e ha negato il rimborso delle spese processuali parte civile, motivando la decisione con la loro assenza in aula. La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza sul punto delle spese, stabilendo che la mancata notifica del mutamento di rito impedisce di sanzionare l'assenza della parte offesa.
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