La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a trent'anni di reclusione per il vertice di un clan camorristico e un complice per un omicidio aggravato da metodo mafioso avvenuto nel 2002. La vittima, appartenente alla stessa organizzazione criminale, è stata uccisa per contrasti economici interni e furti non autorizzati. I giudici hanno ritenuto pienamente attendibili le dichiarazioni incrociate dei collaboratori di giustizia, riscontrate dalle lettere inviate dal capo clan dal carcere. La Suprema Corte ha respinto i ricorsi difensivi, evidenziando che le conoscenze condivise dai vertici mafiosi costituiscono prova valida. Inoltre, i giudici hanno negato le attenuanti generiche sia per la gravità del fatto sia per la natura tardiva e strumentale della confessione del complice.
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