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Art. 391-ter Codice Penale

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Patteggia reato informatico ma fa ricorso: la Cassazione lo condanna
Un imputato, dopo aver concordato una pena tramite patteggiamento per il reato di accesso abusivo a sistema informatico, ha tentato di impugnare la decisione davanti alla Corte di Cassazione chiedendo il proscioglimento. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il principio sancito è che il ricorso per cassazione patteggiamento è consentito solo per un numero chiuso di motivi, come l'errata qualificazione giuridica del fatto o l'illegalità della pena. Le censure dell'imputato non rientravano in queste categorie, rendendo l'appello impossibile. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione economica.
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Telefoni in carcere: non è amore, è aggravante mafiosa
Una donna viene messa agli arresti domiciliari per aver introdotto telefoni cellulari nel carcere dove era detenuto il compagno, affiliato alla 'ndrangheta. La difesa sosteneva che i telefoni servissero solo per mantenere i contatti personali, escludendo la finalità di agevolare il clan. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando la misura cautelare. Secondo i giudici, la consapevolezza della caratura criminale del compagno e il numero di telefoni forniti erano elementi sufficienti per ritenere sussistente l'aggravante mafiosa per introduzione di telefoni in carcere. L'appello è stato quindi dichiarato inammissibile.
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Detenuto con cellulare senza SIM: per la Cassazione è reato
La Corte di Cassazione ha stabilito che il reato di accesso indebito a dispositivi di comunicazione sussiste anche per un detenuto con cellulare senza SIM. Un carcerato era stato assolto in primo grado perché i suoi smartphone non avevano una scheda telefonica. La Procura ha fatto ricorso e la Cassazione le ha dato ragione. I giudici hanno chiarito che un moderno smartphone è intrinsecamente un apparecchio di comunicazione, capace di connettersi via Wi-Fi o e-SIM. La legge punisce la semplice ricezione del dispositivo in carcere, poiché già questo mette in pericolo la sicurezza. La sentenza di assoluzione è stata quindi annullata e il caso dovrà essere giudicato di nuovo.
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Possesso telefono in carcere: condanna confermata, non è reato lieve
Un detenuto, condannato per aver nascosto un cellulare in cella, ha presentato ricorso in Cassazione chiedendo di riconoscere la lieve entità del fatto. La Corte ha respinto la richiesta, stabilendo un principio fondamentale: il possesso telefono in carcere non è mai un reato di 'particolare tenuità'. La ragione risiede nell'elevata pericolosità di tale condotta, che permette comunicazioni non controllate con l'esterno, minando la sicurezza dell'istituto penitenziario. Di conseguenza, la condanna è stata confermata in via definitiva. L'imputato ha perso la causa e deve pagare le spese processuali.
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Drone con droga: gravi indizi di colpevolezza anche se si schianta
La Cassazione ha analizzato il caso di un tentativo di introdurre droga e telefoni in un carcere tramite un drone, che però è caduto prima di arrivare. L'indagato sosteneva che il fallimento dell'operazione escludesse la sua responsabilità. La Corte ha invece stabilito un principio chiaro: i **gravi indizi di colpevolezza** non derivano dal successo dell'azione, ma dall'accordo criminale per compierla. Le intercettazioni che provavano il patto tra i complici sono state ritenute sufficienti per confermare la misura cautelare in carcere. Il ricorso è stato quindi dichiarato inammissibile, confermando che la pianificazione del reato è di per sé rilevante.
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Ricorso in Cassazione dopo patteggiamento: quando è inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile l'appello di un imputato contro una sentenza di patteggiamento. L'imputato aveva lamentato una motivazione insufficiente, ma la legge stabilisce regole molto rigide per il ricorso in Cassazione dopo patteggiamento. Questo tipo di ricorso è consentito solo per specifici vizi, come l'errata qualificazione giuridica del reato o l'illegalità della pena, tra i quali non rientra la generica critica alla motivazione. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto e l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di 3.000 euro.
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Ricorso Inammissibile: Appello Copia-Incolla, Condanna Definitiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato un ricorso inammissibile presentato da un imputato condannato per il reato previsto dall'art. 391-ter del codice penale. I giudici hanno stabilito che i motivi dell'appello erano una semplice riproposizione di argomenti già valutati e respinti nei precedenti gradi di giudizio. Non essendo state sollevate valide questioni di diritto, la Corte ha confermato la condanna, rendendola definitiva, e ha condannato l'imputato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria. La decisione sottolinea che un appello in Cassazione deve basarsi su vizi di legge e non sulla riesposizione dei fatti.
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Introduzione telefoni in carcere: condanna definitiva, ricorso K.O.
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di due persone per l'introduzione illecita di telefoni in carcere. I giudici hanno dichiarato inammissibile il loro ricorso, stabilendo che le loro argomentazioni miravano a una nuova valutazione dei fatti, attività non permessa in sede di legittimità. La Corte ha ritenuto che i motivi del ricorso fossero già stati correttamente esaminati e respinti nei gradi di giudizio precedenti. La condanna è quindi diventata definitiva e i ricorrenti sono stati obbligati a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Possesso telefono in carcere: niente sconti per abusi edilizi
Un detenuto, già condannato per evasione a seguito di precedenti abusi edilizi, viene trovato con un cellulare in cella. La Cassazione ha confermato la sua condanna per il reato di possesso telefono in carcere. I giudici hanno respinto la sua richiesta di collegare tutti i reati in un unico 'disegno criminoso' e di concedergli sconti di pena. La Corte ha stabilito che una semplice successione di illeciti non è sufficiente a dimostrare un piano unitario. La personalità negativa del soggetto e i suoi precedenti penali hanno inoltre giustificato il diniego delle attenuanti generiche, rendendo il ricorso inammissibile.
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Possesso di cellulare in carcere: inutile gettarlo nel water
Un detenuto viene condannato per possesso di cellulare in carcere dopo aver tentato di nasconderlo gettandolo nel water durante una perquisizione. L'uomo presenta ricorso in Cassazione, sostenendo che la sua colpevolezza non fosse provata oltre ogni ragionevole dubbio. La Corte Suprema dichiara il ricorso inammissibile perché troppo generico. La motivazione della condanna, basata sul verbale di perquisizione e sull'ammissione iniziale del detenuto, è ritenuta logica e completa. La condanna diventa definitiva e l'uomo deve pagare le spese processuali e una multa di 3.000 euro.
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Uso illecito di cellulari in carcere: la passività diventa reato
Una donna viene accusata di associazione mafiosa, estorsione e concorso nell'uso illecito di cellulari in carcere per aver risposto alle continue chiamate del compagno detenuto. Mentre il Tribunale annulla il carcere ritenendo la sua condotta meramente passiva, la Cassazione ribalta in parte la decisione. Se per mafia ed estorsione la semplice vicinanza non basta a provare il reato, per le comunicazioni vietate la prospettiva cambia radicalmente. Rispondere assiduamente a un detenuto, conoscendo l'illegalità del mezzo, non è semplice passività. Questa condotta rafforza il proposito criminoso del carcerato, configurando un vero e proprio concorso morale. La Suprema Corte traccia così un confine netto tra la mera tolleranza di un reato e la partecipazione attiva che ne agevola la prosecuzione.
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Carcere per Svista: La Rettifica Errore Materiale in Cassazione
Un imputato concorda un patteggiamento a tre mesi di reclusione, prevedendo la sostituzione della pena in carcere con la detenzione domiciliare. Il Tribunale accoglie la richiesta e ne dà atto nella motivazione, ma omette di indicare la sostituzione nel dispositivo della sentenza. L'imputato ricorre in Cassazione. La Suprema Corte accoglie il ricorso procedendo alla rettifica errore materiale direttamente in sede di legittimità. Applicando l'art. 619 c.p.p., i giudici stabiliscono che un'omissione palese tra motivazione e dispositivo non richiede l'annullamento della sentenza, ma può essere corretta immediatamente per garantire la massima semplificazione processuale.
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Traffico di stupefacenti: tra vertice dal carcere e prove insufficienti
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un indagato accusato di dirigere un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti nonostante si trovasse in stato di detenzione. Il ricorrente contestava il ruolo di promotore e l'aggravante relativa al numero di associati superiore a dieci. I giudici hanno confermato la validità degli indizi riguardanti la gestione del sodalizio attraverso la fornitura di contatti strategici ai collaboratori esterni, configurando una vera attività di direzione. Tuttavia, la Suprema Corte ha annullato con rinvio l'ordinanza limitatamente a un singolo episodio di cessione di droga, ritenendo insufficiente il solo dato della prossimità temporale per collegare l'indagato a quel fatto specifico. Resta ferma la custodia cautelare in carcere per la spiccata professionalità criminale dimostrata.
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Utilizzo indebito di telefoni: guida alla sentenza
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso relativo a una condanna per l'utilizzo indebito di telefoni. L'imputato aveva contestato la ricostruzione dei fatti e il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha stabilito che la valutazione delle prove spetta esclusivamente ai giudici di merito e che l'attivazione di chiamate non autorizzate di lunga durata impedisce l'applicazione di benefici come l'esclusione della punibilità o le attenuanti generiche.
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Articolo 391-ter c.p.: uso cellulari in carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto condannato per la violazione dell'Articolo 391-ter c.p., relativo all'accesso indebito a dispositivi di comunicazione. La Corte ha chiarito che il reato si configura non solo per l'introduzione di telefoni dall'esterno, ma per il semplice utilizzo non autorizzato all'interno del carcere. È stata inoltre confermata l'applicazione della recidiva a causa della gravità delle modalità del fatto, sintomatiche di una elevata pericolosità sociale del soggetto.
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Associazione mafiosa: quando scatta la custodia.
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro un'ordinanza di custodia cautelare per il reato di associazione mafiosa. L'indagato era accusato di agire come intermediario tra i vertici di un clan detenuti e gli affiliati in libertà, gestendo piazze di spaccio e fornendo telefoni cellulari in carcere. La difesa ha tentato di derubricare i rapporti economici a semplici relazioni interpersonali, ma la Corte ha confermato che tali condotte erano funzionali al mantenimento e alla riorganizzazione del sodalizio criminale.
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Retrodatazione custodia cautelare: limiti e mafia
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato che richiedeva la retrodatazione custodia cautelare per reati di associazione mafiosa. La difesa sosteneva che i termini dovessero decorrere da un precedente arresto, ma i giudici hanno stabilito che la natura permanente del reato associativo e l'uso di telefoni cellulari in carcere per favorire il clan dimostrano la persistenza del vincolo criminale. Di conseguenza, non operando la retrodatazione, la misura cautelare resta pienamente efficace.
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Articolo 650 c.p.: cellulari in carcere e limiti legge
Un detenuto era stato condannato per la violazione dell'Articolo 650 c.p. poiché trovato in possesso di un micro-cellulare in carcere. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna senza rinvio, stabilendo che l'inosservanza di un regolamento carcerario generale non integra il reato previsto dall'Articolo 650 c.p., il quale richiede un ordine specifico e individuale. Sebbene oggi esista l'Art. 391-ter c.p. per tali condotte, esso non era applicabile retroattivamente ai fatti del 2019.
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Misure cautelari: quando il ricorso è inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro un'ordinanza che confermava le misure cautelari degli arresti domiciliari per un'indagata accusata di spaccio in carcere. Il fulcro della controversia riguardava la presunta mancanza di un'autonoma valutazione da parte del giudice e l'assenza di gravi indizi. La Suprema Corte ha stabilito che la difesa non ha indicato specifici vizi logici, limitandosi a una critica generica. L'uso di carte prepagate e le intercettazioni hanno confermato la solidità dell'impianto accusatorio, rendendo legittime le misure cautelari applicate per prevenire la reiterazione del reato.
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Articolo 391-ter c.p.: stop ai cellulari in carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da tre soggetti condannati per la violazione dell'Articolo 391-ter c.p., relativo all'accesso indebito a dispositivi di comunicazione in carcere. I giudici hanno confermato la sentenza d'appello, ritenendo che la responsabilità penale fosse stata accertata con prove certe e motivazioni logiche. È stata inoltre confermata l'esclusione delle attenuanti generiche per uno dei ricorrenti, motivata dalla presenza di gravi precedenti penali e dall'assenza di elementi positivi nella condotta.
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