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Art. 377-bis Codice Penale — Sezione Sesta Penale

Altri anni per Art. 377-bis Codice Penale

Reato di calunnia: dalla condanna all’assoluzione senza prove
Una donna perde una causa civile contro la suocera per la restituzione di una grossa somma di denaro. Subito dopo la sconfitta, l'imputata denuncia per falsa testimonianza i testimoni favorevoli alla controparte e accusa il cognato di averli corrotti. I procedimenti penali contro di loro si chiudono con l'archiviazione. Il giudice di primo grado condanna quindi la donna per il reato di calunnia e al risarcimento dei danni. In appello, tuttavia, i giudici assolvono la donna con una motivazione frettolosa e priva di riscontri. La Corte di Cassazione accoglie i ricorsi del Procuratore Generale e delle parti civili, annullando la sentenza assolutoria. I giudici supremi stabiliscono che il ribaltamento di una condanna richiede una spiegazione rigorosa e coerente di tutte le prove, disponendo un nuovo processo d'appello.
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Induzione a rendere dichiarazioni mendaci: cade la condanna
L'Imputato era stato condannato per furto aggravato e per induzione a rendere dichiarazioni mendaci con l'aggravante mafiosa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della difesa. Riguardo all'induzione a rendere dichiarazioni mendaci, la Corte ha stabilito che il reato non sussiste se le dichiarazioni sono state rese alla polizia giudiziaria delegata e non direttamente all'autorità giudiziaria. Per il reato di furto, i giudici hanno dichiarato inutilizzabili le intercettazioni telefoniche poiché disposte per procedimenti diversi e privi di collegamento sostanziale. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna perché il fatto non sussiste, estendendo gli effetti favorevoli della decisione anche ai coimputati.
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Induzione a non rendere dichiarazioni: condannata per minacce
L'Imputata è stata condannata per il reato di induzione a non rendere dichiarazioni per aver minacciato, durante una pausa del processo, una persona chiamata a testimoniare come imputata in un procedimento connesso, spingendola a non rispondere. La difesa ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo che la testimone avrebbe dovuto essere sentita come testimone assistito, figura che non ha la facoltà di non rispondere, escludendo così il reato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno stabilito che la qualifica della testimone è un elemento di fatto che non può essere contestato per la prima volta in Cassazione, ma andava sollevato in Appello. L'Imputata perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Induzione a non rendere dichiarazioni: condanna annullata
Un imputato è stato condannato per induzione a non rendere dichiarazioni, avendo minacciato un testimone tramite un intermediario per convincerlo a non deporre. La Cassazione ha annullato la condanna per gravi vizi di motivazione. I giudici non avevano correttamente valutato né la posizione giuridica del testimone (che forse non aveva diritto al silenzio), né il ruolo dell'intermediario, erroneamente considerato un semplice 'messaggero' anziché un possibile concorrente nel reato. A causa del tempo trascorso, il reato è stato dichiarato estinto per prescrizione, chiudendo il caso penalmente ma lasciando aperta la via civile.
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Tentata subornazione: la minaccia velata in aula
Un avvocato è stato condannato per tentata subornazione per aver posto domande intimidatorie a un collaboratore di giustizia durante un controesame. La Cassazione ha confermato la condanna, respingendo la tesi del reato impossibile. Secondo la Corte, le allusioni dell'avvocato alla conoscenza dell'identità di copertura del testimone erano idonee a incutere timore e a interferire con la genuinità della sua deposizione, configurando così il tentativo del reato.
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