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Art. 368 Codice Penale

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Revoca dell’indulto: la data del reato cancella il beneficio
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un cittadino contro la revoca dell'indulto precedentemente concessogli. Il provvedimento di revoca era stato disposto poiché l'uomo aveva commesso un nuovo reato non colposo (calunnia) entro i cinque anni dall'entrata in vigore della legge sull'indulto del 2006. Il ricorrente contestava la data di commissione del reato, sostenendo che non fosse provata con certezza la sua collocazione temporale entro il quinquennio. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice dell'esecuzione ha il potere e il dovere di esaminare la sentenza e gli atti del processo per accertare il momento esatto del reato. Nel caso specifico, la condotta di calunnia è stata accertata come commessa il 12 giugno 2011, confermando così la legittimità della revoca.
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Auto già sequestrata ma denunciata rubata: è reato di calunnia
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di calunnia nei confronti di un uomo che aveva denunciato il furto della propria auto pur sapendo che questa era stata fermata dai Carabinieri con a bordo un conoscente. L'imputato sosteneva l'insussistenza del reato poiché il veicolo era già sotto il controllo dei militari al momento della denuncia, configurando un reato impossibile. I giudici hanno invece ribadito che il reato di calunnia è un reato di pericolo: per la sua consumazione basta la falsa incolpazione idonea a far avviare indagini contro un innocente, a prescindere dal fatto che l'auto fosse già stata recuperata dalle forze dell'ordine.
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Reato di calunnia: false querele e condanna in Cassazione
Il caso riguarda un cittadino, denominato Il Ricorrente, condannato per il reato di calunnia dopo aver presentato due querele palesemente false per furto e appropriazione indebita contro un altro soggetto. Il Ricorrente ha impugnato la condanna sostenendo la propria buona fede e richiedendo un'attenuante per provocazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso definendolo manifestamente infondato e generico. I giudici hanno confermato che la falsità delle accuse era evidente e che la buona fede era da escludere. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando Il Ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di calunnia: la falsa denuncia sulle buste paga costa cara
L'Imputato aveva querelato il proprio Datore di Lavoro accusandolo di aver falsificato alcune buste paga inserendovi somme mai ricevute. Archiviata l'accusa, il Datore di Lavoro ha citato l'Imputato per il reato di calunnia. Assolto in primo grado per insufficienza di prove, l'Imputato è stato condannato in appello dopo che la Corte, tramite una rinnovazione istruttoria, ha acquisito estratti conto bancari che dimostravano l'effettivo incasso di quelle somme. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna al risarcimento dei danni, stabilendo che i documenti bancari acquisiti in appello costituiscono prove decisive per superare il ragionevole dubbio e confermare la falsità delle accuse originarie.
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Reato di calunnia: firma gli assegni ma denuncia il furto
Un uomo è stato condannato per il reato di calunnia e falsa testimonianza. Il soggetto aveva denunciato lo smarrimento di tre assegni, accusando ingiustamente i legittimi riceventi di ricettazione, pur avendoli firmati e consegnati personalmente per saldare un debito. Successivamente, durante il processo a carico dei due accusati, l'uomo ha mentito sotto giuramento negando l'autenticità delle proprie firme per evitare la condanna. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna. I giudici hanno stabilito che la perizia grafologica non è obbligatoria se la consulenza tecnica del Pubblico Ministero, già acquisita agli atti con il consenso delle parti e discussa in aula, risulta chiara, scientificamente corretta e logicamente ineccepibile per dimostrare la paternità delle firme.
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Reato di calunnia: denunciare una firma falsa può costare caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per il reato di calunnia. L'uomo aveva querelato i beneficiari di un assegno, sostenendo falsamente che la firma sul titolo fosse falsa. Le indagini hanno dimostrato l'autenticità della firma, smentendo la sua tesi. I giudici hanno stabilito che l'inammissibilità del ricorso impedisce di far valere la prescrizione maturata dopo la sentenza d'appello. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Mancanza di motivazione: nullo il modulo prestampato in appello
L'Imputata, accusata del reato di calunnia, si è vista dichiarare la prescrizione del reato sia in primo grado che in appello. Tuttavia, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di motivazione della sentenza d'appello, redatta tramite un modulo prestampato compilato in modo errato, e la mancata ammissione di prove decisive per la sua piena assoluzione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando che l'uso di un modulo prestampato con riferimenti incongrui e l'assenza di una reale motivazione violano le norme processuali. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza impugnata, disponendo la trasmissione degli atti a un'altra sezione della Corte d'appello per un nuovo giudizio.
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Reato di calunnia: la Cassazione respinge il ricorso ripetitivo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino contro la condanna per il reato di calunnia emessa dalla Corte d'Appello di Bari. I giudici hanno stabilito che i motivi di ricorso erano semplici ripetizioni di questioni già esaminate e correttamente respinte nei precedenti gradi di giudizio. Inoltre, la Suprema Corte ha respinto l'eccezione di prescrizione del reato, evidenziando la presenza di una recidiva entro i cinque anni e di periodi di sospensione del processo che hanno prolungato i termini di legge. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Falsa accusa di violenza sessuale: condannata la colf estorsore
Una collaboratrice domestica è stata condannata per estorsione e calunnia dopo aver rivolto una falsa accusa di violenza sessuale ai suoi datori di lavoro per ottenere denaro. La lavoratrice ha impugnato la sentenza lamentando la mancata traduzione degli atti in lingua straniera e l'invalidità del processo celebrato in sua assenza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno accertato che la donna comprendeva perfettamente l'italiano, avendo vissuto a lungo in Italia e reso dichiarazioni senza difficoltà. Inoltre, la notifica presso il difensore d'ufficio, poi divenuto di fiducia, ha garantito la regolare conoscenza del processo. La Suprema Corte ha confermato la condanna e il risarcimento dei danni alle parti civili.
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Reato di calunnia: la falsa accusa si scontra con la verità
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di calunnia nei confronti di un uomo e di sua madre. L'uomo aveva denunciato falsamente due venditori immobiliari per truffa e appropriazione indebita di cambiali, allegando una scrittura privata con firme false. La madre aveva confermato la falsa versione ai Carabinieri. La Corte d'appello ha inoltre revocato d'ufficio alla donna la sospensione condizionale della pena, poiché era emersa una precedente condanna per calunnia, inizialmente sfuggita al primo giudice per un errore di identificazione. La Cassazione ha rigettato i ricorsi, stabilendo che la revoca dei benefici è legittima anche d'ufficio in presenza di cause ostative non rilevate in precedenza.
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Reato di calunnia: la Cassazione fissa i limiti del ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una cittadina contro la condanna per il reato di calunnia. I giudici hanno chiarito che la Cassazione non può rivalutare le prove o i fatti già accertati nei gradi precedenti, se la motivazione della sentenza d'appello è logica e coerente. La ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di calunnia: quando il ricorso generico costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da due soggetti condannati per il reato di calunnia. I ricorrenti avevano contestato la ricostruzione dei fatti operata nei precedenti gradi di giudizio e lamentato la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha chiarito che il giudizio di legittimità non consente una rilettura degli elementi di prova già ampiamente analizzati dai giudici di merito. Inoltre, la richiesta di applicazione dell'articolo 131-bis del codice penale era stata formulata in appello in modo del tutto generico, senza fornire motivazioni specifiche. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Attenuanti generiche negate: la Cassazione conferma la condanna
Un cittadino, condannato a due anni di reclusione per il reato di calunnia, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'eccessiva severità della pena e la mancata concessione delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per negare le attenuanti generiche, il tribunale non deve confutare ogni singola tesi della difesa, ma basta che evidenzi l'assenza di elementi positivi. Inoltre, la richiesta di considerare il reato come continuato con altre condanne precedenti è stata ritenuta troppo generica. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Falsa denuncia di smarrimento assegno: è reato di calunnia
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un anno e quattro mesi di reclusione nei confronti di un soggetto responsabile del reato di calunnia. L'imputato aveva consegnato un assegno bancario a un imprenditore e, successivamente, ne aveva denunciato falsamente lo smarrimento alle autorità. Tale condotta ha esposto la vittima al rischio di un'ingiusta incriminazione penale. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del condannato, evidenziando la sua piena consapevolezza dell'innocenza del ricevente e l'assenza di qualsiasi vizio logico nella sentenza d'appello. Il ricorrente è stato inoltre condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Risarcimento danni da calunnia: dolo contro colpa in Cassazione
Un esponente politico presenta un esposto denunciando irregolarità nella gestione di un campo nomadi, coinvolgendo un fornitore di gas. L'indagine penale sul fornitore viene archiviata. Il fornitore promuove un'azione civile per il risarcimento danni da calunnia. La Corte d'Appello riconosce la calunnia ma nega il risarcimento per mancanza di prove dirette del danno. La Cassazione accoglie il ricorso incidentale dell'esponente politico: la calunnia civile richiede il dolo (consapevolezza dell'innocenza dell'accusato) e non la semplice colpa (mancata verifica dei documenti). La Suprema Corte cassa la sentenza e rinvia alla Corte d'Appello per accertare correttamente l'elemento soggettivo, dichiarando assorbito il ricorso del fornitore sulla prova presuntiva del danno.
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Reato di calunnia: assolto il cliente, l’accusa non è reato
Un cliente si oppone a un decreto ingiuntivo richiesto dal proprio commercialista per prestazioni professionali. Tramite il proprio avvocato, disconosce la firma su una ricognizione di debito, accusando il professionista di truffa e falso in scrittura privata. Condannato nei primi due gradi di giudizio, la Cassazione lo assolve definitivamente. La Suprema Corte stabilisce che il reato di calunnia non sussiste. Il disconoscimento della firma, effettuato solo dal difensore e non personalmente, non equivale a una denuncia. Inoltre, il falso in scrittura privata è stato depenalizzato e la truffa processuale non costituisce reato. Di conseguenza, non si può configurare il reato di calunnia se il fatto addebitato non è previsto dalla legge come reato.
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Reato di calunnia: quando la falsa accusa ripetuta aumenta la pena
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di calunnia a carico di una donna che aveva presentato più denunce false arricchite da nuovi dettagli contro la stessa persona. I giudici hanno chiarito che la reiterazione di false accuse con nuovi elementi non costituisce un comportamento non punibile, ma integra più reati. È stata inoltre dichiarata la legittimità costituzionale dell'aggravante per l'avvenuta condanna del calunniato. Infine, il ricorso del coimputato è stato dichiarato inammissibile poiché l'accordo sulla pena in appello (concordato) preclude la possibilità di contestare in Cassazione i motivi precedentemente rinunciati. Entrambi i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali.
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Reato di calunnia: la falsa denuncia obbliga al risarcimento
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza di assoluzione emessa nei confronti di un cittadino accusato del reato di calunnia. Il cittadino aveva denunciato falsamente il proprio avvocato per tentata estorsione e i consiglieri dell'ordine professionale per omissione di atti d'ufficio. Il Tribunale lo aveva condannato, ma la Corte d'appello lo aveva assolto ritenendo la denuncia priva di serietà e inidonea a far iniziare un procedimento. La Cassazione ha accolto il ricorso delle parti civili, stabilendo che la calunnia è un reato di pericolo e che il giudice d'appello non può ribaltare una condanna senza una motivazione rafforzata che confuti dettagliatamente le prove precedenti. La causa è stata rinviata al giudice civile per la decisione sul risarcimento dei danni.
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Reato di calunnia: la Cassazione nega il riesame delle prove
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di calunnia. L'imputato era stato condannato in appello alla pena di un anno e quattro mesi di reclusione, con sospensione condizionale, per aver ingiustamente accusato un altro soggetto. Il ricorrente ha tentato di contestare la ricostruzione dei fatti e la valutazione delle prove effettuata nei gradi precedenti. La Suprema Corte ha stabilito che tali contestazioni di merito non sono ammissibili in sede di legittimità, confermando la condanna e sanzionando il ricorrente con il pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Reato di calunnia: la condanna è definitiva senza errori di legge
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di calunnia. L'imputato aveva ricevuto in appello una condanna a un anno e quattro mesi di reclusione, con pena sospesa, per aver accusato ingiustamente una persona conoscendone l'innocenza. Nel ricorso in Cassazione, l'uomo ha richiesto una nuova valutazione dei fatti e delle prove. I giudici di legittimità hanno stabilito che la Cassazione non può riesaminare il merito della vicenda, ma deve solo verificare la corretta applicazione della legge. Di conseguenza, la Corte ha confermato la condanna penale e ha sanzionato il ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di una somma pecuniaria.
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