La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di cui all'art. 366 c.p. a un soggetto che aveva subordinato l'accettazione dell'ufficio alla concessione della facoltà d'uso dei beni. La Suprema Corte ha qualificato tale condotta come un tentativo di dettare le proprie condizioni all'autorità giudiziaria, motivato da un fine egoistico di rientrare nella disponibilità dei beni. Questo caso chiarisce che il rifiuto incarico custode, se non giustificato da legittimi impedimenti, integra una fattispecie penale.
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