La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di ricettazione. L'imputato sosteneva che il Pubblico Ministero non avesse indagato a suo favore e che mancasse la prova della sua malafede. La Suprema Corte ha chiarito che, per configurare il reato di ricettazione, la prova dell'elemento soggettivo (la consapevolezza della provenienza illecita) può derivare dalla mancata o non attendibile spiegazione sulla provenienza del bene. L'imputato ha infatti l'onere di fornire una giustificazione credibile sul possesso dell'oggetto. Infine, i giudici hanno respinto la richiesta di improcedibilità per decorso dei termini, poiché la riforma si applica solo ai reati commessi dopo il primo gennaio 2020, mentre il fatto risale al 2014. L'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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