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art. 30 ter ord. pen.

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Permesso premio negato: buona condotta non basta per uscire
Il Tribunale di sorveglianza nega a un detenuto la concessione di un permesso premio, ritenendo prematuro l'avvio di trattamenti esterni e non provata la recisione dei legami con la criminalità organizzata. Il detenuto ricorre in Cassazione, sostenendo che la precedente concessione della liberazione anticipata dimostrasse la regolarità della sua condotta. La Suprema Corte rigetta il ricorso, confermando che non esiste alcun automatismo tra la liberazione anticipata e il permesso premio. Il giudice di sorveglianza deve valutare autonomamente la pericolosità sociale e l'idoneità del percorso rieducativo del condannato, senza essere vincolato da precedenti benefici. Il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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Permesso premio negato: no allo scioglimento del cumulo
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato il permesso premio a un detenuto condannato esclusivamente per reati ostativi, tra cui traffico di droga aggravato dal metodo mafioso. Il detenuto ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo di aver già espiato la quota di pena ostativa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in presenza di un cumulo di pene composto interamente da reati ostativi, non è possibile procedere allo scioglimento del cumulo per concedere benefici. Inoltre, il ricorso è stato ritenuto generico poiché non ha contestato le valutazioni negative sulla condotta carceraria e sulla pericolosità sociale espresse dai giudici di merito. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Permesso premio: buona condotta ma no al rilascio temporaneo
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato la concessione di un permesso premio a un detenuto condannato per reati aggravati dal metodo mafioso. Nonostante la buona condotta carceraria, i giudici hanno rilevato la mancanza di una reale revisione critica dei reati commessi e la persistente instabilità criminale nel suo territorio d'origine. Il detenuto ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che la mancata collaborazione non potesse precludere il beneficio dopo la nota sentenza della Corte Costituzionale. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che l'esclusione dell'automatismo ostativo impone comunque una rigorosa valutazione di merito. Il diniego è legittimo se fondato sulla necessità di approfondire il percorso di ravvedimento e consolidare i risultati trattamentali prima di concedere la libertà temporanea.
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Permesso-premio: sì in tutta Italia, ma no nel paese del reato
La Corte di Cassazione ha confermato il diniego di un permesso-premio richiesto da un detenuto per fare visita alla madre in Sicilia. Nonostante il condannato avesse già usufruito di permessi in altre regioni con ottimi risultati, i giudici hanno ritenuto legittimo il rifiuto basato sul parere della direzione carceraria. Il rientro temporaneo nel territorio in cui erano stati commessi i gravi reati originari è stato infatti giudicato prematuro e non inserito nel programma di trattamento. La Suprema Corte ha chiarito che la pericolosità sociale può variare a seconda del contesto geografico, rendendo non automatico il diritto al beneficio in zone sensibili. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Permesso premio: buona condotta non cancella il passato mafioso
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato la concessione di un permesso premio a un detenuto condannato per reati di stampo mafioso. Il detenuto ha presentato ricorso sostenendo che la sua passata collaborazione con la giustizia, la lunga carcerazione e la buona condotta dimostrassero il suo definitivo distacco dalla criminalità organizzata. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la buona condotta e il tempo trascorso non bastano a escludere il pericolo di ripristino dei legami criminali. Per ottenere il permesso premio, il condannato per reati ostativi deve fornire elementi concreti e individualizzanti che dimostrino l'effettiva rescissione di ogni legame con i clan. Di conseguenza, il detenuto perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Permesso premio: la Cassazione cancella il no automatico
Il Detenuto, condannato all'ergastolo per associazione mafiosa, ha richiesto un permesso premio. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la domanda, ritenendo che l'uomo non avesse dimostrato la rottura dei legami con la criminalità organizzata. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Detenuto. I giudici hanno stabilito che il Tribunale ha ignorato le prove presentate dalla difesa, come la confessione e la regolare condotta. Inoltre, la Cassazione ha chiarito che si applica la nuova legge del 2022, che richiede una valutazione approfondita e concreta della pericolosità sociale del detenuto non collaborante. La sentenza impugnata è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Permesso premio: la buona condotta non cancella la pericolosità
Il Detenuto ha proposto ricorso contro il diniego del permesso premio stabilito dal Tribunale di Sorveglianza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per ottenere il permesso premio, la buona condotta in carcere non è sufficiente. È indispensabile accertare l'assenza di pericolosità sociale del condannato. Questa valutazione richiede un rigore ancora maggiore per chi ha commesso reati gravi e deve scontare una pena molto lunga. In questi casi, la mancanza di una reale revisione critica del proprio passato criminale impedisce la concessione del beneficio. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Permesso premio negato: la buona condotta non cancella il silenzio.
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una detenuta, condannata per omicidio in concorso, contro il diniego di un permesso premio. Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato il beneficio a causa del rifiuto della donna di confrontarsi con gli educatori sui fatti di causa, mostrando una chiusura totale. La Suprema Corte ha chiarito che, sebbene la confessione del reato non sia un requisito obbligatorio per ottenere il permesso premio, l'assenza di una revisione critica del proprio comportamento impedisce di valutare positivamente la riduzione della pericolosità sociale. Di conseguenza, l'atteggiamento di chiusura verso l'equipe trattamentale rende legittimo il rifiuto del beneficio, a prescindere dalla condotta regolare all'interno del carcere e dalla disponibilità di una struttura di accoglienza esterna.
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Affidamento in prova al servizio sociale: il parere non basta
Il Condannato, con una condanna a tre anni di reclusione per spaccio di ingenti quantitativi di marijuana, ha richiesto l'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la domanda, nonostante il parere favorevole degli educatori del carcere, evidenziando la presenza di precedenti penali specifici e la mancanza di una reale rielaborazione critica dei reati. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che il giudice non è vincolato dalle relazioni degli organi di osservazione penitenziaria. La decisione ribadisce che l'ammissione ai benefici deve rispettare il principio di gradualità, valutando l'effettiva evoluzione della personalità e la pericolosità sociale del soggetto. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Permesso premio negato: l’ergastolano dissociato resta in cella
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un detenuto, condannato all'ergastolo per omicidio e associazione mafiosa, contro il diniego del permesso premio. Il Tribunale di sorveglianza aveva ritenuto insufficiente la sua generica lettera di dissociazione, evidenziando il suo ruolo di spicco nel clan come custode delle armi e la mancanza di un lavoro. La Suprema Corte ha confermato che, nonostante la sentenza della Corte Costituzionale n. 253/2019 abbia superato il divieto assoluto di benefici per i non collaboranti, spetta comunque al detenuto l'onere di allegare elementi concreti e specifici che dimostrino l'effettiva rescissione dei legami con la criminalità organizzata e l'assenza di pericoli di ripristino. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Permesso premio: la Cassazione respinge il detenuto ribelle
Il Detenuto ha proposto ricorso in Cassazione contro il rifiuto del Tribunale di Sorveglianza di concedergli un permesso premio. I giudici di merito avevano respinto la richiesta a causa della condotta indisciplinata dell'uomo, caratterizzata da gravi violazioni delle regole carcerarie, sanzioni disciplinari e un carattere fortemente impulsivo evidenziato nella relazione di sintesi. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché riproduceva semplicemente le medesime obiezioni già respinte in precedenza, senza contestare validamente la decisione. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato il diniego del beneficio e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Permesso di necessità: il termine di 24 ore blocca il ricorso
Il Detenuto ha proposto ricorso contro la decisione della Corte di appello che ha dichiarato tardivo il suo reclamo contro il diniego di un permesso di necessità. Il ricorrente sosteneva l'illegittimità del termine di ventiquattro ore per proporre il reclamo, chiedendo l'applicazione analogica di una sentenza costituzionale riguardante il permesso premio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il termine di ventiquattro ore per il permesso di necessità è pienamente legittimo e giustificato dall'estrema urgenza e celerità della procedura, a differenza del permesso premio. Di conseguenza, il mancato rispetto del termine perentorio rende il reclamo tardivo e preclude l'esame dei motivi di merito.
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Permesso premio: la Cassazione cancella il no automatico
Il Detenuto, condannato all'ergastolo e sottoposto a regime speciale, richiedeva la concessione di un permesso premio. Il Tribunale di Sorveglianza respingeva la richiesta sul presupposto che il richiedente non avesse dimostrato la rescissione dei legami con la criminalità organizzata, ignorando i documenti presentati dalla difesa dopo la storica sentenza della Corte Costituzionale n. 253/2019. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del detenuto, annullando la decisione impugnata. I giudici di legittimità hanno stabilito che il Tribunale deve valutare concretamente la documentazione prodotta dalla difesa, poiché la presunzione di pericolosità non è più assoluta ma relativa. Il caso viene rinviato per un nuovo esame che accerti l'effettiva sussistenza dei requisiti per il permesso premio.
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Permesso premio negato: la Cassazione esige il piano rieducativo
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un detenuto la concessione di un permesso premio perché l'osservazione della sua personalità da parte degli esperti del carcere non era ancora conclusa e mancava un progetto di reinserimento specifico. Il detenuto ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che tale completamento non fosse necessario. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che per ottenere il permesso premio occorre prima completare l'analisi della personalità e definire un piano trattamentale adeguato. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Permesso premio: il detenuto modello vince contro il silenzio
Il Tribunale di Sorveglianza negava il permesso premio a un detenuto condannato all'ergastolo per reati associativi, motivando il rigetto con la mancata giustificazione della scelta di non collaborare con la giustizia. Il detenuto ricorreva in Cassazione, evidenziando il proprio eccellente percorso rieducativo (quattro lauree conseguite) e l'illegittimità di tale pretesa. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, chiarendo che, dopo la storica sentenza della Corte Costituzionale n. 253/2019, la mancata collaborazione non costituisce un divieto assoluto. Inoltre, a causa dell'entrata in vigore del D.L. 162/2022, che ha ridisegnato i requisiti per l'accesso ai benefici per i non collaboranti, i giudici di merito dovranno rivalutare il caso. La Cassazione ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio, imponendo un nuovo esame basato sulla nuova normativa.
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Permesso premio: la Cassazione annulla il no basato sul passato
Il Tribunale di Sorveglianza negava a un detenuto il permesso premio, basandosi sulla gravità dei reati passati, su presunti legami mafiosi e su informative negative della polizia. Il detenuto ricorreva in Cassazione, evidenziando che l'aggravante mafiosa era stata esclusa nei giudizi e che i giudici avevano ignorato il suo percorso rieducativo positivo in carcere. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la gravità del reato non può escludere automaticamente il beneficio e che i giudici devono valutare concretamente la condotta attuale. La Suprema Corte ha quindi annullato il diniego, ordinando un nuovo esame del caso.
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Permesso premio all’ergastolano: la Cassazione smentisce il diniego
Il Tribunale di sorveglianza negava la concessione di un permesso premio a un detenuto condannato all'ergastolo per reati di stampo mafioso, ritenendo non ancora maturo il suo percorso di revisione critica, nonostante la relazione positiva del carcere. Il detenuto proponeva ricorso evidenziando la contraddittorietà della decisione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che per l'accesso al permesso premio non è richiesto il completo ravvedimento del condannato, essendo il beneficio stesso uno strumento di rieducazione e reinserimento. I giudici di legittimità hanno annullato il provvedimento con rinvio, ordinando una nuova valutazione che spieghi in modo logico l'eventuale diniego e verifichi rigorosamente l'effettiva recisione dei legami con la criminalità organizzata.
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Permesso premio negato all’ergastolano: pesa il passato mafioso
Un detenuto condannato all'ergastolo per un omicidio di stampo mafioso risalente al 1989 ha richiesto la concessione di un permesso premio. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la domanda, ritenendo insufficiente il percorso di rieducazione e non provata la reale rottura dei legami con la criminalità organizzata. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo di non essere più pericoloso e di aver interrotto ogni contatto illecito. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando il diniego del permesso premio. I giudici hanno chiarito che, per i reati gravi, non basta la regolare condotta carceraria, ma serve una profonda revisione critica del proprio passato e la prova certa del distacco definitivo dall'ambiente mafioso, elementi ritenuti ancora superficiali nel caso specifico.
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Permesso di necessità: negato al detenuto con figlio disabile
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un detenuto, collaboratore di giustizia, il permesso di necessità per far visita al figlio affetto da ritardo mentale lieve e sofferente per la sua assenza. Il detenuto ha fatto ricorso sostenendo che la disabilità del figlio integrasse una situazione eccezionale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il permesso di necessità richiede eventi di eccezionale gravità o emergenza, non potendo essere usato come strumento ordinario per mantenere i rapporti familiari, per i quali esistono i permessi premio. Nel caso specifico, la patologia del minore è lieve e non impedisce i normali colloqui in presenza o a distanza.
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Permesso premio e pericolosità sociale: figlio condannato, padre resta in carcere
Un detenuto si è visto revocare un permesso premio già concesso. La decisione è stata motivata da nuovi elementi che indicavano una sua attuale pericolosità sociale: un'operazione di polizia che confermava l'operatività del suo clan di appartenenza e, soprattutto, la recente condanna del figlio per reati associativi. La Corte di Cassazione ha confermato la revoca, stabilendo un principio chiaro: la valutazione su **permesso premio e pericolosità sociale** deve tenere conto anche di fattori esterni e familiari. La condanna di un parente stretto per reati simili può essere un indice concreto del rischio che il detenuto, una volta fuori, riallacci i contatti con l'ambiente criminale. L'appello del detenuto è stato quindi respinto.
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