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Art. 297 Codice di Procedura Penale — Anno 2023

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Retrodatazione dei termini di custodia cautelare: quando e negata
L'Imputato ha proposto ricorso contro l'ordinanza che respingeva la richiesta di inefficacia della custodia in carcere. Egli invocava la disciplina delle contestazioni a catena, chiedendo la retrodatazione dei termini di custodia cautelare per reati associativi e di spaccio, ritenendoli desumibili gia all'epoca di una prima misura per estorsione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la desumibilita dei fatti successivi non coincide con la mera conoscibilita storica, ma richiede un quadro indiziario completo e gia valutabile dal Pubblico Ministero prima del rinvio a giudizio del primo procedimento. Nel caso di specie, l'informativa finale era stata depositata molti mesi dopo il primo rinvio a giudizio, escludendo cosi ogni ipotesi di retrodatazione automatica.
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Retrodatazione della custodia cautelare: quando viene negata
L'Indagato, arrestato prima per furto e poi per associazione a delinquere, chiedeva la retrodatazione della custodia cautelare per il secondo reato, sostenendo che gli indizi fossero già noti agli inquirenti al momento del primo arresto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la retrodatazione della custodia cautelare non scatta per la semplice conoscenza storica dei fatti, ma richiede che gli atti iniziali contengano già un quadro indiziario completo e maturo, tale da consentire al pubblico ministero di richiedere subito la misura senza ulteriori indagini. Di conseguenza, l'indagato rimane in custodia e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Contestazione a catena: liberi per scadenza dei termini cautelari
La Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento di una misura cautelare per decorrenza dei termini, applicando il principio della contestazione a catena. Il caso riguardava un indagato arrestato a Pisa per porto d'armi e successivamente colpito da una seconda misura per associazione a delinquere a Livorno. La Suprema Corte ha ritenuto sussistente un nesso teleologico tra i due reati: l'acquisto delle armi serviva a garantire il controllo della sicurezza nei locali notturni, scopo principale dell'associazione. Di conseguenza, i termini della seconda misura dovevano essere retrodatati al momento della prima cattura. Il ricorso del Procuratore Generale è stato dichiarato inammissibile, confermando la perdita di efficacia della custodia cautelare.
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Retrodatazione della custodia cautelare negata per il clan attivo
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso de Il Ricorrente contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per associazione mafiosa ed estorsione. La difesa invocava la retrodatazione della custodia cautelare ai sensi dell'articolo 297 del codice di procedura penale, sostenendo che i termini dovessero decorrere da un precedente arresto. I giudici hanno chiarito che, per i reati permanenti come l'associazione mafiosa, la retrodatazione della custodia cautelare non si applica se la condotta criminosa si è protratta anche dopo la prima cattura. La Suprema Corte ha confermato la solidità degli indizi di colpevolezza relativi alle estorsioni e all'affiliazione al clan, basati su intercettazioni e dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: confermato l’arresto del pusher
Il Tribunale di Catanzaro confermava la custodia cautelare in carcere nei confronti de Il Ricorrente, indagato per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa proponeva ricorso in Cassazione, lamentando l'insussistenza dei gravi indizi, il mancato riconoscimento della lieve entita del fatto e negando la sussistenza delle esigenze cautelari. Chiedeva inoltre la retrodatazione dei termini di custodia a un precedente arresto in flagranza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la custodia cautelare in carcere e giustificata dalla presunzione di pericolosita per i reati associativi legati alla droga. Inoltre, la retrodatazione e stata esclusa poiche l'ipotesi associativa non era desumibile dagli atti al momento del primo arresto. Il Ricorrente e stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Retrodatazione della custodia cautelare negata nei maxiprocessi
L'Indagato, già in carcere per associazione mafiosa, riceveva una seconda misura cautelare per un omicidio del 2004. Egli chiedeva la retrodatazione della custodia cautelare, sostenendo che gli indizi per l'omicidio fossero già presenti negli atti del primo procedimento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la retrodatazione non opera in automatico se gli elementi probatori, pur presenti nel fascicolo originario, richiedevano una complessa rielaborazione investigativa per essere compresi e valorizzati. La Corte ha stabilito che la desumibilità degli indizi non coincide con la mera presenza fisica degli atti, ma con il momento in cui il loro significato indiziario diventa concretamente apprezzabile dagli inquirenti. L'Indagato perde il ricorso e resta in custodia.
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Retrodatazione della custodia cautelare: no ai reati di mafia
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza che disponeva la sua custodia in carcere per estorsione mafiosa e incendio. La difesa chiedeva la retrodatazione della custodia cautelare, sostenendo che i fatti fossero già noti all'epoca di un precedente arresto per associazione mafiosa. La Suprema Corte ha chiarito che la retrodatazione non opera automaticamente per la sola comune matrice mafiosa dei reati, occorrendo una reale connessione o la desumibilità dei fatti dagli atti precedenti. Poiché la nuova informativa di reato era successiva al primo arresto e i reati rispondevano a dinamiche diverse, la richiesta è stata respinta. L'indagato resta in carcere e dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Contestazioni a catena: no alla retrodatazione per reati di mafia
Il caso riguarda un indagato, già in carcere dal 2017 per tentata estorsione aggravata, colpito nel 2019 da una seconda misura cautelare per associazione mafiosa e omicidio. La difesa ha richiesto la retrodatazione dei termini di custodia cautelare, invocando il principio delle contestazioni a catena, sostenendo che gli inquirenti conoscessero già i fatti prima del primo arresto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la retrodatazione non opera automaticamente in presenza di reati diversi in procedimenti diversi, se non si dimostra che gli elementi di colpevolezza del secondo reato fossero già pienamente noti all'accusa all'epoca della prima misura. Inoltre, la semplice carcerazione non prova l'interruzione del vincolo associativo mafioso. L'indagato resta in carcere e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Retrodatazione della custodia cautelare: il no della Cassazione
L'Indagato ha richiesto la retrodatazione della custodia cautelare per decorrenza dei termini di fase, in relazione a due diverse ordinanze per reati di droga. Sebbene i fatti della seconda ordinanza fossero desumibili prima dell'emissione della prima, i procedimenti erano nati da indagini separate di diversi organi di polizia giudiziaria. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la retrodatazione della custodia cautelare non opera se la separazione dei procedimenti non deriva da una scelta deliberata del Pubblico Ministero, bensì da filoni investigativi autonomi. L'Indagato resta quindi in custodia cautelare.
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Contestazioni a catena: negata la retrodatazione per il clan
Il Tribunale del riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per l'Indagato, accusato di associazione mafiosa. L'Indagato ha presentato ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento della retrodatazione della misura. Secondo la difesa, i fatti erano identici a quelli di un precedente procedimento e si doveva applicare la disciplina delle contestazioni a catena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la retrodatazione non si applica se la seconda misura riguarda un reato associativo permanente con formula aperta, la cui condotta prosegue anche dopo la prima misura. L'Indagato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Contestazione a catena: il ricorso fallisce e il carcere resta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Indagato contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per associazione mafiosa. La difesa invocava la contestazione a catena, chiedendo la retrodatazione dei termini di custodia al momento di un precedente arresto per associazione finalizzata al traffico di droga. I giudici hanno respinto la richiesta, chiarendo che le due associazioni criminali sono distinte e che le prove sul ruolo mafioso dell'Indagato sono emerse solo successivamente grazie alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia. Trattandosi di una contestazione associativa aperta, il vincolo non si è mai interrotto. Di conseguenza, l'Indagato resta in carcere e dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Contestazioni a catena: quando la Cassazione nega la scarcerazione
L'Indagato, arrestato per detenzione di armi e successivamente accusato di tentato omicidio in un diverso procedimento, ha richiesto la retrodatazione della seconda misura di custodia cautelare. La difesa ha invocato il divieto di contestazioni a catena, sostenendo che gli inquirenti conoscessero già tutti gli elementi per procedere. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, trattandosi di procedimenti diversi gestiti da procure differenti, non vi era una connessione automatica né la prova che gli indizi del secondo reato fossero immediatamente desumibili dagli atti del primo fascicolo. Di conseguenza, l'indagato resta in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Contestazioni a catena: quando il carcere non si accorcia
Il caso riguarda L'Indagato, sottoposto a due distinte ordinanze di custodia cautelare in carcere per associazione mafiosa ed estorsione. La difesa ha chiesto la retrodatazione dei termini di custodia del primo provvedimento alla data di esecuzione del secondo, invocando la disciplina delle contestazioni a catena. Il Tribunale del Riesame ha respinto la richiesta. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la retrodatazione non si applica se il reato associativo, di natura permanente, non è cessato prima dell'emissione della prima ordinanza. L'Indagato perde il ricorso, la misura cautelare resta valida e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ne bis in idem e reato permanente: legittimo il doppio arresto
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per due soggetti accusati di associazione mafiosa e traffico di stupefacenti. Il primo ricorrente lamentava la violazione del principio del ne bis in idem, sostenendo che l'accusa avesse arbitrariamente frazionato un unico reato permanente in due diverse misure cautelari per periodi successivi. La Suprema Corte ha rigettato la tesi, chiarendo che il divieto di doppio giudizio non opera se le misure riguardano frazioni temporali diverse e non sovrapposte di partecipazione al sodalizio criminale, una volta che la prima condotta sia stata delimitata nel tempo. Il ricorso del secondo indagato è stato invece dichiarato inammissibile poiché contestava la valutazione delle prove effettuata correttamente dai giudici di merito. Di conseguenza, entrambi i ricorrenti restano in carcere e dovranno pagare le spese processuali.
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Contestazione a catena: nuove indagini escludono la scarcerazione
Il caso riguarda un indagato, ritenuto al vertice di un'associazione di stampo mafioso, destinatario di due ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse in tempi diversi. La difesa ha richiesto la retrodatazione della seconda misura alla data della prima, sostenendo l'operatività della cosiddetta contestazione a catena, che avrebbe comportato la scadenza dei termini massimi di custodia. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la decisione del Tribunale del Riesame. I giudici hanno stabilito che la contestazione a catena non si applica poiché gli elementi indiziari della seconda ordinanza, tra cui verbali di un collaboratore di giustizia del 2020 e un'informativa del 2019, non erano desumibili dagli atti al momento del rinvio a giudizio per il primo reato nel 2018. Di conseguenza, l'indagato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Contestazione a catena: il custode della droga resta in carcere
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un indagato contro l'ordinanza di custodia in carcere per traffico di stupefacenti. La difesa invocava la contestazione a catena e la conseguente retrodatazione dei termini di custodia, sostenendo che i fatti fossero connessi a un precedente arresto. La Suprema Corte ha chiarito che non vi era connessione qualificata tra le indagini, poiché il primo procedimento riguardava un'associazione mafiosa e il secondo una semplice banda di spacciatori. Inoltre, le prove del secondo caso sono emerse solo dopo il primo arresto. La Corte ha confermato la custodia in carcere, ritenendo insufficiente il regolare rispetto dei precedenti arresti domiciliari per superare la presunzione di pericolosità sociale. L'indagato perde il ricorso e resta in carcere.
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Contestazioni a catena: la Cassazione frena i doppi arresti
Il Tribunale di Catania confermava la custodia cautelare in carcere per l'Indagato, accusato di traffico di stupefacenti commesso tra il 2018 e il 2020. La difesa eccepiva la violazione del divieto di contestazioni a catena, chiedendo la retrodatazione dei termini di custodia alla data di esecuzione di una precedente misura del 2021 per fatti connessi. Il Tribunale respingeva l'eccezione ritenendo i nuovi fatti storicamente successivi a quelli precedenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, chiarendo che la retrodatazione ex art. 297 c.p.p. richiede che i fatti della seconda ordinanza siano stati commessi prima dell'emissione della prima misura, e non prima dei fatti storici in essa contestati. La sentenza è stata annullata con rinvio.
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La retrodatazione della custodia cautelare e il reato permanente
Il Tribunale di Lecce ha respinto la richiesta di retrodatazione della custodia cautelare presentata da un indagato, decisione poi confermata dalla Corte di Cassazione. L'indagato, agli arresti domiciliari per detenzione illegale di arma (reato permanente), chiedeva che i termini della misura decorressero da una precedente ordinanza emessa per il porto in luogo pubblico della stessa arma (reato istantaneo). La Cassazione ha chiarito che la retrodatazione della custodia cautelare richiede che il secondo reato sia anteriore alla prima ordinanza. Nel caso di specie, poiché l'arma non è mai stata ritrovata, la detenzione illegale è un reato permanente ancora in corso al momento della prima misura. Di conseguenza, manca il requisito dell'anteriorità temporale del fatto e il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Carcere o libertà: la retrodatazione della misura cautelare
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un indagato accusato di estorsione e detenzione di armi, aggravati dal metodo mafioso. Il Tribunale del Riesame aveva confermato la custodia in carcere senza motivare adeguatamente sulla gravità degli indizi per alcuni reati, sulle esigenze cautelari e sull'aggravante mafiosa. Inoltre, i giudici di merito avevano respinto in modo sbrigativo la richiesta di retrodatazione della misura cautelare a un precedente arresto. La Cassazione ha chiarito che la retrodatazione della misura cautelare richiede una valutazione rigorosa sulla desumibilità dei fatti dai vecchi atti d'indagine. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza e ha rinviato il caso al Tribunale per un nuovo esame approfondito.
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Retrodatazione della custodia cautelare: quando viene negata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. La difesa chiedeva la retrodatazione della custodia cautelare, sostenendo che il reato fosse parte di un unico disegno criminoso legato all'associazione mafiosa e che gli indizi fossero già noti da tempo. I giudici hanno chiarito che la retrodatazione della custodia cautelare si applica solo se il pubblico ministero possedeva già elementi solidi e completi per contestare il reato al momento della prima misura. Inoltre, per i reati-fine di un'associazione mafiosa, occorre dimostrare che questi fossero già programmati fin dalla nascita del sodalizio, prova non fornita nel caso di specie. L'indagato resta in carcere e dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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