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Art. 2732 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

Altri anni per Art. 2732 Codice Civile

Valore probatorio delle buste paga: l’errore che toglie il diritto
Una lavoratrice ha chiesto l'accertamento del lavoro a tempo pieno nell'ultimo anno di servizio, basandosi sulle buste paga emesse dal datore di lavoro. Quest'ultimo ha eccepito che l'indicazione del tempo pieno fosse frutto di un errore materiale del consulente del lavoro, chiedendo la restituzione delle somme pagate in eccedenza. La Corte d'Appello ha accolto la tesi del datore di lavoro, ritenendo provato l'errore e ordinando la restituzione di oltre 18.000 euro. La Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che il valore probatorio delle buste paga, pur equiparabile a una confessione stragiudiziale, può essere superato se il datore dimostra l'errore di fatto che ha generato la falsa dichiarazione. Il ricorso della lavoratrice è stato rigettato.
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Emendatio Libelli: modifica domanda in corso di causa
La Corte di Cassazione chiarisce la differenza tra 'emendatio libelli' e 'mutatio libelli'. Nel caso specifico, una lavoratrice aveva inizialmente chiesto l'accantonamento del TFR. A seguito della cessazione del rapporto di lavoro in corso di causa, ha modificato la domanda chiedendone il pagamento diretto. La Corte ha stabilito che questa non è una modifica inammissibile della domanda, ma un semplice adeguamento ('emendatio libelli') ai fatti sopravvenuti, confermando la condanna dell'azienda al pagamento.
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Indennità ferie non godute: onere del datore di lavoro
Un dirigente con contratti a termine successivi ha diritto all'indennità per ferie non godute se il datore di lavoro non prova di averlo invitato formalmente a goderne. La Corte di Cassazione ha chiarito che l'onere della prova grava sul datore, anche in presenza di un lavoratore con autonomia organizzativa, sottolineando come la precarietà dei contratti a breve termine renda difficile la programmazione delle ferie.
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Controllo email dipendenti: quando è illecito?
La Corte di Cassazione ha confermato la decisione della Corte d'Appello, rigettando il ricorso di una società che aveva utilizzato le email personali di ex dipendenti come prova in una causa per concorrenza sleale. La Suprema Corte ha stabilito che l'accesso a caselle di posta elettronica personali, anche se configurate su server aziendali e protette da password, costituisce una violazione della privacy e un illegittimo controllo email dipendenti. Di conseguenza, le prove così ottenute sono state ritenute inutilizzabili nel processo, in quanto il controllo datoriale deve rispettare i principi di finalità, proporzionalità e previa informazione, non potendo tradursi in un monitoraggio massivo e indiscriminato.
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