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Art. 2565 Codice Civile — Sezione Prima Civile

Altri anni per Art. 2565 Codice Civile

Cessione del marchio con azienda tra eredi e acquirenti
Una storica società di produzione industriale fallisce. La curatela fallimentare trasferisce l'intero ramo produttivo, i macchinari, il know-how e l'avviamento a una nuova impresa creata dagli ex dipendenti. La nuova società registra e utilizza il marchio storico per oltre vent'anni. Gli ex soci e gli eredi del fondatore chiedono la nullità della registrazione, sostenendo che l'atto di vendita non menzionasse esplicitamente il marchio patronimico. La Corte di Cassazione respinge il ricorso degli eredi. I giudici confermano che la cessione del marchio con azienda si presume avvenuta automaticamente quando le parti trasferiscono l'intero complesso produttivo e la ditta derivata. Chi acquista e valorizza l'attività mantiene legittimamente la titolarità del marchio, mentre chi abbandona la produzione perde ogni diritto di rivendica.
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Cede il Marchio ma non il Nome: Trasferimento Denominazione Sociale
Una società, a seguito di una scissione, cede a una nuova entità i marchi contenenti il proprio nome patronimico, stipulando poi un contratto per riutilizzarli in licenza. La nuova società sostiene che la licenziataria abbia così perso il diritto originario sulla propria denominazione. La Cassazione ha chiarito che il **trasferimento della denominazione sociale** non è mai implicito nella cessione di un marchio. La denominazione sociale identifica il soggetto giuridico ed è un diritto indisponibile, separato dal marchio che identifica i servizi. L'uso del nome nella denominazione sociale non deriva dal contratto di licenza del marchio, ma da un diritto autonomo e preesistente. La Corte ha quindi dato ragione alla società originaria, annullando la precedente decisione.
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Revocazione sentenza Cassazione: i limiti del ricorso
Una società chiede la revocazione di una sentenza della Corte di Cassazione sulla titolarità di un marchio, lamentando un contrasto con una precedente decisione passata in giudicato. La Corte dichiara il ricorso inammissibile, ribadendo i rigidi presupposti per la revocazione sentenza Cassazione di mera legittimità, che escludono il contrasto tra giudicati.
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Ricorso per cassazione fallimento: quando è inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da due società creditrici che chiedevano l'estensione del fallimento a un'altra società e a persone fisiche, sulla base dell'esistenza di una presunta 'società di fatto'. La Suprema Corte ha ribadito il suo orientamento consolidato secondo cui il decreto che rigetta un'istanza di fallimento non è impugnabile in Cassazione, poiché non ha natura di sentenza definitiva e non esiste un 'diritto al fallimento altrui'. La decisione conferma la chiusura procedurale per il ricorso per cassazione fallimento in caso di rigetto dell'istanza.
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