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Art. 24 Codice Civile — Anno 2026

Altri anni per Art. 24 Codice Civile

Querela per appropriazione indebita: valida se fatta dal socio
Il presidente di un'associazione sportiva viene accusato di aver prelevato indebitamente somme dal fondo comune dell'ente. Un associato e membro del consiglio direttivo presenta la querela per appropriazione indebita. Il Tribunale annulla i provvedimenti di perquisizione sostenendo che i singoli soci di un'associazione non abbiano quote o diritti diretti e quindi non possano considerarsi persone offese. La Procura ricorre in Cassazione. La Corte Suprema accoglie il ricorso e stabilisce un principio chiaro: anche se l'associazione non ha scopo di lucro, il singolo socio possiede un interesse economico e giuridico alla tutela del patrimonio comune, specialmente quando l'illecito è commesso dal legale rappresentante. Di conseguenza, la querela per appropriazione indebita presentata dal socio è legittima e il procedimento penale deve proseguire.
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Restituzione utili indebiti associato: le ritenute non si contano
Un'associazione professionale chiede a un ex membro la restituzione di utili ritenuti percepiti in eccesso. Il calcolo dello Studio include erroneamente le ritenute d'acconto, considerandole come un profitto incassato dal professionista. Quest'ultimo si oppone, sostenendo che le ritenute sono un anticipo fiscale e non un utile economico. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del Professionista. Stabilisce che la Corte d'Appello ha sbagliato a non motivare la sua decisione su questo punto cruciale. Annulla quindi la sentenza che imponeva la restituzione utili indebiti associato, ordinando un nuovo processo per ricalcolare correttamente le somme, escludendo le ritenute.
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Prescrizione crediti lavoro pubblico: la Cassazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 1701/2026, affronta il tema della prescrizione dei crediti di lavoro nel pubblico impiego. Il caso riguarda una dottoressa che, pur operando con contratti di collaborazione autonoma per un'Azienda Sanitaria, ha ottenuto il riconoscimento della natura subordinata del rapporto. La Corte ha stabilito che, a differenza del settore privato, nel lavoro pubblico la prescrizione quinquennale dei crediti retributivi decorre anche in costanza di rapporto, poiché non sussiste il cosiddetto 'metus' (timore) del licenziamento che giustifica la sospensione del termine. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio per un nuovo esame sulla base di questo principio.
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