Un autista della Polizia penitenziaria è stato condannato per il reato di peculato per uso di carte carburante dell'amministrazione per fini personali. La condanna si è basata su due relazioni scritte firmate dallo stesso dipendente, contenenti ammissioni di colpa. La difesa ha impugnato la decisione sostenendo che tali scritti fossero in realtà interrogatori mascherati, eseguiti senza le garanzie di legge e quindi inutilizzabili. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno stabilito che le relazioni erano spontanee, poiché il lavoratore non ha mai denunciato minacce o costrizioni e ha redatto il secondo documento a distanza di un mese dal primo, avendo tutto il tempo di consultare un avvocato.
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