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Art. 2289 Codice Civile — Sezione Seconda Civile

Altri anni per Art. 2289 Codice Civile

Morte del socio e quota ereditaria: l’erede non diventa socio
Alla morte di una socia titolare del cinquanta per cento di una società di persone, un testamento falso nominava la socia superstite unica erede, estromettendo l'erede legittimo. Dopo aver scoperto la falsità del documento, l'Erede ha chiesto di subentrare nella proprietà della quota societaria. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta. Nel caso di morte del socio e quota ereditaria, gli eredi non entrano automaticamente nella compagine sociale. Senza un esplicito accordo di prosecuzione tra il socio superstite e l'erede reale, la legge riconosce unicamente il diritto di credito relativo al valore economico della partecipazione. L'appropriazione della quota da parte della socia superstite sulla base di un falso testamento dimostra l'assenza di qualsiasi intesa. Pertanto, l'Erede ottiene solo il corrispettivo pecuniario calcolato al momento del decesso.
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Scioglimento comunione ereditaria: paga la società, non il socio
Due fratelli ereditano la quota del 98% di una società di persone appartenuta al padre defunto. Uno dei fratelli, già socio al 2%, mette la società in liquidazione. Nel giudizio per lo scioglimento della comunione ereditaria, la Corte d'Appello attribuisce l'azienda al fratello socio e lo condanna a pagare un conguaglio all'altro. La Cassazione accoglie il ricorso del fratello socio: alla morte del socio di una società di persone, gli eredi non diventano soci ma acquistano solo un diritto di credito alla liquidazione della quota nei confronti della società stessa. Il giudice della divisione doveva limitarsi a dividere pariteticamente questo credito tra i coeredi, senza liquidare direttamente la quota o condannare un coerede a pagare l'altro, poiché tale debito grava sulla società e non sul singolo socio.
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Patto di famiglia: quando un accordo non lo è?
Una complessa controversia nata da un accordo di riorganizzazione aziendale tra familiari giunge in Cassazione. La questione centrale è se tale accordo debba essere qualificato come patto di famiglia, con la conseguente necessità della forma dell'atto pubblico a pena di nullità. La Corte d'Appello aveva escluso tale qualificazione, ritenendo l'accordo valido. La Suprema Corte, con ordinanza interlocutoria, data la rilevanza e complessità delle questioni giuridiche sollevate, in particolare sulla natura del patto di famiglia e su una garanzia atipica (fideiussio indemnitatis), ha rimesso la trattazione della causa alla pubblica udienza per un esame più approfondito.
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Società di fatto tra coniugi: liquidazione e recesso
La Corte di Cassazione interviene sul caso di una società di fatto tra coniugi per la gestione di una farmacia. La sentenza chiarisce che l'allontanamento di un socio dall'attività non determina automaticamente lo scioglimento della società, ma configura un recesso. Di conseguenza, la liquidazione della sua quota deve essere calcolata al momento della manifestazione formale della volontà di recedere (come la notifica di un atto di citazione) e non al momento dell'abbandono fisico. La Corte ha cassato la decisione precedente per aver confuso lo scioglimento della società con il recesso del singolo socio, incorrendo nel vizio di extra petizione.
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