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Art. 2106 Codice Civile — Anno 2023

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Altri anni per Art. 2106 Codice Civile

Licenziamento per giusta causa: badge e pausa pranzo
Una dipendente pubblica è stata sanzionata con il licenziamento per giusta causa per aver omesso di timbrare il badge durante le uscite per la pausa pranzo in più occasioni. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del provvedimento, stabilendo che la mancata registrazione delle uscite integra la fattispecie di falsa attestazione della presenza. Nonostante l'esiguità del danno economico, la condotta è stata giudicata fraudolenta e idonea a ledere irrimediabilmente il vincolo fiduciario con l'amministrazione, rendendo proporzionata la sanzione espulsiva.
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Abbandono del posto di lavoro: i limiti della sanzione
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di due dipendenti pubblici sanzionati con la sospensione dal servizio per un presunto abbandono del posto di lavoro. I lavoratori si erano allontanati dall'ufficio per circa trenta minuti, senza timbrare l'uscita, per acquistare bibite in un edificio vicino a causa del malfunzionamento del sistema di climatizzazione. Mentre i giudici di merito avevano confermato la sanzione, pur riducendola, la Suprema Corte ha cassato la decisione. La Cassazione ha stabilito che l'allontanamento momentaneo non può essere automaticamente equiparato all'abbandono del posto di lavoro, il quale richiede una totale negazione dei doveri d'ufficio e una gravità tale da causare un reale disservizio.
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Licenziamento per giusta causa: furto o errore?
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento per giusta causa intimato a una dipendente accusata di aver sottratto il cellulare di un collega. I giudici hanno rilevato che l'appropriazione era avvenuta per un errore materiale dovuto alla somiglianza estetica dei dispositivi, escludendo l'intento doloso. Poiché il fatto contestato come furto non è stato provato nella sua componente soggettiva, il licenziamento è stato annullato con applicazione della tutela reintegratoria attenuata.
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Licenziamento per giusta causa e prassi aziendali
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento per giusta causa intimato a una dipendente di una catena di profumerie. La lavoratrice era stata accusata di aver creato una carta fedeltà fittizia per ottenere vantaggi personali. Tuttavia, i giudici hanno accertato che tale condotta rientrava in una prassi aziendale diffusa, nota ai responsabili di negozio, finalizzata ad agevolare gli acquisti dei clienti occasionali. Poiché il fatto contestato mancava dell'elemento del vantaggio personale esclusivo e del danno aziendale descritti nell'addebito, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso della società, confermando il diritto della lavoratrice alla tutela reintegratoria.
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Permessi retribuiti: stop a sanzioni tardive
Una dipendente di un ente pubblico ha impugnato una sanzione disciplinare di un giorno di sospensione, irrogata per non aver documentato adeguatamente una richiesta di permessi retribuiti per gravi motivi personali. Sebbene il tribunale avesse inizialmente annullato la sanzione, la Corte d'Appello l'aveva ripristinata ritenendo grave la condotta. La Corte di Cassazione ha infine accolto il ricorso della lavoratrice, stabilendo che il datore di lavoro ha l'onere di verificare la documentazione prima dell'inizio della fruizione del permesso. Se l'amministrazione autorizza l'assenza tramite i propri sistemi telematici senza sollevare obiezioni immediate, non può successivamente sanzionare il dipendente, poiché ciò violerebbe il principio di correttezza e il legittimo affidamento del lavoratore.
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Licenziamento per giusta causa: limiti e sanzioni
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità di un licenziamento per giusta causa intimato a un dipendente di un ente pubblico che, pur essendo autorizzato ad allontanarsi per necessità personali, aveva effettuato una breve sosta non autorizzata presso un mercato. La pubblicazione sui social network di una foto dell'auto di servizio da parte di terzi non è stata ritenuta imputabile al lavoratore, in quanto evento imprevedibile. La sanzione espulsiva è stata giudicata sproporzionata rispetto alla lieve entità dell'infrazione, che avrebbe dovuto comportare solo una misura conservativa.
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Licenziamento disciplinare: motivazione e tutele
Un lavoratore, licenziato per motivi disciplinari, otteneva in Appello la dichiarazione di illegittimità del recesso ma solo un'indennità economica. La Corte di Cassazione ha annullato tale decisione, ritenendo la motivazione del giudice d'Appello 'apparente'. Il giudice, infatti, non aveva spiegato perché la condotta del lavoratore non rientrasse tra quelle punibili con una sanzione conservativa (meno grave del licenziamento) prevista dal contratto collettivo, un'analisi necessaria per escludere la reintegrazione nel posto di lavoro. Il caso è stato rinviato per un nuovo esame.
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Licenziamento per giusta causa e processo penale
Un dipendente bancario, assolto in sede penale dall'accusa di estorsione, subisce un licenziamento per giusta causa. La Corte di Cassazione conferma la legittimità del recesso, sottolineando che l'assoluzione penale non preclude una valutazione autonoma dei fatti in sede disciplinare, dove la condotta ha integrato una grave violazione dei doveri di lealtà e correttezza, configurando un conflitto di interessi.
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Termini impugnazione rito Fornero: la Cassazione
Un dipendente pubblico ha impugnato il proprio licenziamento. Il processo si è svolto con il rito Fornero e l'appello è stato dichiarato inammissibile perché tardivo. La Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che i termini di impugnazione del rito Fornero (30 giorni) devono essere rispettati anche se il rito è stato applicato erroneamente, in virtù del principio dell'ultrattività del rito.
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Termine ricorso cassazione: 60 giorni dalla PEC
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un lavoratore licenziato perché presentato oltre il termine di 60 giorni. La Corte ha chiarito che, nelle cause soggette al "rito Fornero", il termine ricorso cassazione decorre dalla comunicazione della sentenza d'appello via PEC da parte della cancelleria, e non dalla successiva notificazione. Questo principio procedurale ha impedito l'esame nel merito del licenziamento, confermando la decisione della Corte d'Appello.
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