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Art. 2104 Codice Civile — Anno 2026

Altri anni per Art. 2104 Codice Civile

Licenziamento per assenza ingiustificata: no al rifiuto della DAD
Una docente con contratto a tempo determinato ha subito un licenziamento per assenza ingiustificata durante la crisi sanitaria per essersi rifiutata di svolgere le lezioni online e rendersi irreperibile. La lavoratrice ha impugnato il provvedimento sostenendo che la didattica a distanza costituisse una mera facoltà e che la disciplina generale del lavoro agile escludesse l'obbligatorietà del servizio da remoto. Sia i giudici di merito sia la Corte di Cassazione hanno respinto integralmente le istanze della docente. I giudici hanno chiarito che le direttive del dirigente scolastico di attivare le lezioni da remoto avevano natura vincolante per il personale scolastico in forza della legislazione emergenziale speciale. Il rifiuto netto della dipendente ha configurato un inadempimento grave, confermando la piena legittimità del recesso datoriale e la mancata corresponsione delle retribuzioni richieste.
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Licenziamento per giusta causa: legittimo l’acquisto autorizzato
Un'azienda ha intimato il licenziamento per giusta causa a un cassiere, accusandolo di aver acquistato merce a prezzo simbolico inferiore al listino. Il lavoratore ha dimostrato il consenso del proprio superiore gerarchico, confermato da colleghi presenti ai fatti. La Corte d'Appello aveva convalidato il recesso dando credito esclusivo alle dichiarazioni indirette del direttore. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione: l'autorizzazione del responsabile esclude la colpa del dipendente. Inoltre, le deposizioni indirette non possono superare testimonianze dirette e concordanti in assenza di riscontri certi. I giudici hanno accolto il ricorso del dipendente, disponendo il riesame del caso.
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Tempo Tuta è Lavoro: Clinica Sanitaria Condannata dalla Cassazione
Una casa di cura si è opposta a un verbale degli enti previdenziali che la obbligava a pagare i contributi sul tempo impiegato dai dipendenti per indossare e togliere la divisa. Secondo l'azienda, questo tempo non era orario di lavoro. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo un principio chiaro: il 'tempo tuta' deve essere retribuito, e quindi soggetto a contribuzione, quando il datore di lavoro ne disciplina le modalità, anche implicitamente. Ciò accade se la divisa, per ragioni di igiene e sicurezza, deve essere indossata obbligatoriamente sul posto di lavoro. L'azienda ha perso la causa e dovrà versare i contributi omessi.
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Piccoli ritardi, grande conseguenza: il licenziamento per recidiva
Un lavoratore portuale viene licenziato non per scarso rendimento, ma per la somma di numerosi e reiterati ritardi nell'inizio dell'attività lavorativa. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del provvedimento, stabilendo un importante principio sul licenziamento per recidiva. Anche se i singoli ritardi potrebbero giustificare solo sanzioni minori, la loro sistematica ripetizione, aggravata da tre precedenti sospensioni subite nell'ultimo anno, rompe il legame di fiducia e rende proporzionato il licenziamento. L'Azienda vince la causa e il licenziamento del Lavoratore è definitivo.
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Licenziamento per scarso rendimento: tra ritardi e recidiva
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento per scarso rendimento intimato a un dipendente di un terminal portuale. Il lavoratore era stato sanzionato per aver movimentato un numero di container significativamente inferiore alla media dei colleghi e per aver accumulato 46 episodi di ritardo nell'inizio dell'attività o anticipo nella cessazione. Sebbene lo scostamento produttivo del 22% non fosse stato ritenuto di per sé 'abnorme' dai giudici di merito, la Suprema Corte ha valorizzato la recidiva, evidenziando come il dipendente avesse già ricevuto tre sospensioni nell'anno precedente. La decisione sottolinea che la tempestività della contestazione va valutata in modo relativo, specialmente quando è necessario un periodo di osservazione prolungato per accertare la scarsa diligenza e l'impatto organizzativo delle mancanze.
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Scarso rendimento: guida al licenziamento legittimo
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento per scarso rendimento intimato da una società a un proprio dipendente. I giudici hanno stabilito che, per giustificare il recesso, il datore di lavoro deve fornire prove rigorose basate su parametri comparativi oggettivi. Nel caso di specie, l'azienda non ha dimostrato un divario significativo tra la prestazione del lavoratore e la media dei colleghi, rendendo il fatto contestato insussistente e confermando il diritto alla reintegrazione e al risarcimento del danno.
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Licenziamento disciplinare e contestazione tardiva
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di un licenziamento disciplinare intimato a un dipendente pubblico per accessi abusivi ai sistemi informatici. Nonostante la gravità della condotta, consistente in oltre 80 interrogazioni non autorizzate a dati sensibili, i giudici hanno confermato il diritto del lavoratore a un'indennità risarcitoria. Tale decisione scaturisce dalla tardività della contestazione disciplinare, mossa dall'ente oltre due mesi dopo la piena conoscenza dei fatti. La Suprema Corte ha ribadito che la valutazione sulla tempestività e sulla proporzionalità della sanzione è un giudizio di merito non sindacabile in sede di legittimità se adeguatamente motivato.
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Licenziamento per giusta causa e rapporti impropri
L'ordinanza conferma il licenziamento per giusta causa di un dipendente che intratteneva rapporti eccessivamente confidenziali, inclusi frequenti pranzi, con potenziali fornitori aziendali. La Corte ha ritenuto che tali condotte ledano irrimediabilmente il vincolo fiduciario, rendendo legittimo il recesso immediato senza preavviso.
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Sfruttamento del lavoro: Cassazione su estorsione
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 9200/2026, ha confermato la condanna per un datore di lavoro accusato di sfruttamento del lavoro ed estorsione. I dipendenti erano costretti a turni massacranti, privi di riposi e sicurezza, e obbligati a restituire parte dello stipendio sotto minaccia di licenziamento. La Corte ha chiarito che lo stato di bisogno non richiede l'annientamento della libertà, ma una grave difficoltà che condizioni le scelte del lavoratore.
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