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Art. 21 Costituzione — Anno 2022

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Altri anni per Art. 21 Costituzione

Diffamazione a mezzo stampa: assolti cronisti per i post social
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna per diffamazione a mezzo stampa inflitta a una giornalista e al suo direttore. L'articolo incriminato riportava i commenti indignati degli utenti di una pagina Facebook locale relativi alla mancata scarcerazione di un funzionario di polizia. I giudici di merito avevano ritenuto che tali commenti offendessero il pubblico ministero locale. La Cassazione ha invece stabilito che il fatto non sussiste: l'articolo descriveva l'evoluzione di una vicenda giudiziaria ormai trasferita a un'altra Procura, rendendo impossibile identificare il magistrato locale come bersaglio delle offese. Inoltre, la pubblicazione di commenti altrui su un tema di forte interesse pubblico locale rientra nel legittimo esercizio del diritto di cronaca e di critica, escludendo qualsiasi responsabilità penale per i giornalisti.
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Riabilitazione da misure di prevenzione: il ricorso incompleto
Un cittadino, già sottoposto a sorveglianza speciale, ha richiesto la riabilitazione da misure di prevenzione. La Corte di appello ha respinto la domanda per due motivi autonomi: la mancata prova di una condotta costantemente buona e la partecipazione a una manifestazione non autorizzata durante il lockdown Covid-19. Il richiedente ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, contestando però solo il secondo motivo relativo alla manifestazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Quando una decisione si fonda su più ragioni autonome, l'impugnazione deve contestarle tutte; lasciarne intatta anche solo una rende inutile il ricorso, poiché quella singola ragione è sufficiente a tenere in piedi il provvedimento di rigetto.
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Diffamazione e diritto di critica: quando l’accusa costa cara
Un consulente esterno ha accusato ingiustamente il presidente di un'azienda pubblica di gestire in modo opaco i fondi europei e coprire reati. Le accuse, inviate tramite PEC a diverse autorità, si sono rivelate prive di fondamento. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna del consulente al risarcimento dei danni per diecimila euro. I giudici hanno chiarito il confine tra diffamazione e diritto di critica: la critica, anche se aspra, deve sempre basarsi su fatti reali e dimostrati. Poiché il consulente non ha fornito alcuna prova delle sue gravi accuse, la sua condotta costituisce reato. Il ricorso del consulente è stato dichiarato inammissibile, confermando la sua responsabilità civile.
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Diritto di critica: assolti i post aspri contro il seggio
Un presidente di seggio elettorale ha denunciato per diffamazione la sorella di un candidato a causa di commenti molto accesi pubblicati su Facebook. L'imputata criticava la gestione del conteggio dei voti, evidenziando che l'uomo, essendo un avvocato, non avrebbe dovuto commettere errori. La Corte di Cassazione ha confermato l'assoluzione della donna. I giudici hanno stabilito che le espressioni utilizzate, pur se colorite e aspre, rientravano nel legittimo esercizio del diritto di critica. La critica riguardava esclusivamente la funzione pubblica esercitata in un contesto di rilevante interesse collettivo, come le elezioni comunali, senza colpire la sfera privata o professionale del soggetto. Di conseguenza, il ricorso della parte civile è stato rigettato.
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Diritto di critica giudiziaria: assolti giornalista e direttore
Una giornalista e il direttore di un quotidiano erano stati condannati in appello per diffamazione a mezzo stampa ai danni di un magistrato. L'articolo criticava aspramente l'operato del giudice in due processi, evidenziando la mancata astensione nonostante rapporti professionali con un imputato e la gestione rigida delle udienze in un caso di omicidio colposo. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna senza rinvio. I giudici di legittimità hanno stabilito che l'articolo rientra pienamente nel diritto di critica giudiziaria. I fatti narrati erano sostanzialmente veri e di forte interesse pubblico, e i toni usati, sebbene aspri, non scadevano in gratuiti attacchi personali. Di conseguenza, esclusa la responsabilità della giornalista, cade anche l'accusa di omesso controllo per il direttore responsabile.
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Saluto romano al cimitero: da omaggio a condanna penale
Durante una commemorazione autorizzata presso un cimitero monumentale, un gruppo di circa cinquanta persone ha risposto alla chiamata del "presente" compiendo il saluto romano ed esponendo stendardi con simboli della Repubblica Sociale Italiana. La Corte d'Appello ha condannato i partecipanti per violazione della Legge Mancino. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, rigettando i ricorsi. I giudici hanno stabilito che il saluto romano, inserito in quel preciso contesto pubblico e associativo, non era un semplice omaggio ai defunti, ma integrava un pericolo concreto di diffusione di idee discriminatorie e fasciste. Di conseguenza, i manifestanti sono stati condannati in via definitiva alla pena della reclusione e della multa, oltre al pagamento delle spese processuali.
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Diritto di critica: la condanna per chi inventa favoritismi
Un giornalista locale ha pubblicato un articolo online accusando un assessore comunale di favoritismi nell'assegnazione di appalti a cooperative amiche e nell'assunzione del figlio presso una nota catena di ristorazione. Condannato per diffamazione, l'autore ha proposto ricorso sostenendo che le sue affermazioni rientrassero nel legittimo esercizio del diritto di critica politica. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il diritto di critica non protegge la divulgazione di notizie false. Poiché le indagini hanno dimostrato l'assenza di favoritismi e la regolarità dell'assunzione del figlio tramite agenzia interinale, i fatti posti a fondamento dell'articolo erano inventati. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al risarcimento dei danni.
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Diffamazione a mezzo social: condanna anche senza fare nomi
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di diffamazione a mezzo social nei confronti di un ex amministratore locale. L'imputato aveva pubblicato su Facebook un post offensivo contro un giornalista, definendolo 'giornalaio' pagato per 'blaterare'. La difesa sosteneva l'assenza di prove informatiche (come l'indirizzo IP) e invocava il diritto di critica politica. I giudici hanno respinto il ricorso, stabilendo che la paternità del post si può dimostrare anche tramite indizi precisi, come la titolarità del profilo e il movente. Inoltre, l'assenza del nome della vittima non esclude il reato se questa è facilmente identificabile da un gruppo di persone. Infine, le espressioni utilizzate superano il limite della continenza, sfociando in un attacco personale gratuito non coperto dal diritto di critica.
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Responsabilità dell’emittente televisiva: diretta e sanzioni
L'Autorità per le Garanzie nelle Telecomunicazioni ha sanzionato con centomila euro un'importante emittente televisiva per la pronuncia di una bestemmia in diretta durante un noto reality show. L'emittente ha impugnato la sanzione, sostenendo l'impossibilità tecnica di controllare le dichiarazioni estemporanee dei partecipanti. Il Consiglio di Stato ha confermato la sanzione, ravvisando una colpa nella vigilanza per non aver adottato sistemi di controllo preventivo a tutela dei minori. Le Sezioni Unite della Cassazione hanno dichiarato inammissibile il ricorso dell'emittente, confermando la piena legittimità del controllo del giudice amministrativo. La sentenza consolida il principio della responsabilità dell'emittente televisiva, che deve predisporre misure tecnologiche adeguate a evitare la diffusione di contenuti lesivi, indipendentemente dalla natura estemporanea della diretta.
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