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Art. 1365 Codice Civile — Anno 2023

Altri anni per Art. 1365 Codice Civile

Revocatoria fallimentare e compensi professionali
Uno studio professionale ha impugnato il decreto che negava l'ammissione integrale al passivo fallimentare di ingenti compensi per assistenza in un concordato preventivo. Il Tribunale ha applicato la revocatoria fallimentare all'accordo sui compensi, ritenendo che lo studio conoscesse lo stato di insolvenza della società cliente. La Cassazione ha confermato la decisione, rilevando che le prestazioni non erano strumentali all'accesso alla procedura concorsuale, ma costituivano ordinaria amministrazione, escludendo così le esenzioni previste dalla legge fallimentare.
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Polizza postuma decennale: quando copre i difetti?
Un condominio citava in giudizio la propria compagnia assicurativa per ottenere l'indennizzo previsto dalla polizza postuma decennale a seguito del distacco di lastre di marmo dalla facciata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del condominio, confermando la decisione della Corte d'Appello che aveva negato la copertura. La decisione si fonda sul principio che l'interpretazione del contratto assicurativo spetta al giudice di merito e non è sindacabile in Cassazione se la motivazione è logica e plausibile, anche se esistono altre interpretazioni possibili.
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Incompatibilità avvocato e pubblico impiego part-time
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 31776/2023, ha stabilito principi fondamentali sull'incompatibilità avvocato e pubblico impiego. Ha chiarito che la violazione del divieto di esercitare la professione forense per un dipendente pubblico integra di per sé un illecito disciplinare, senza necessità di provare un danno specifico, poiché il pericolo di conflitto di interessi è presunto dalla legge. Inoltre, ha affermato che l'obbligo di restituire i compensi percepiti dall'attività professionale illecita si applica anche ai dipendenti part-time, poiché l'eccezione prevista dalla normativa vale solo per le attività secondarie legittimamente autorizzate.
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Interpretazione del contratto: Cassazione e rinuncia
In una disputa tra una clinica privata e un'azienda sanitaria pubblica sul pagamento di interessi di mora, la Corte di Cassazione ha stabilito che l'interpretazione del contratto operata dalla Corte d'Appello era giuridicamente plausibile e non sindacabile. La sentenza chiarisce che una rinuncia a intraprendere azioni legali non si estende automaticamente ai crediti per i quali nessuna azione era mai stata avviata, confermando la condanna dell'azienda sanitaria al pagamento degli interessi pattuiti.
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Indennità fine rapporto agente e pensione anticipata
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 17235/2023, ha stabilito che l'indennità di fine rapporto agente non è automaticamente dovuta in caso di dimissioni per accedere alla pensione anticipata di vecchiaia. Il diritto sorge solo se esplicitamente previsto dall'Accordo Economico Collettivo applicabile al momento della cessazione del rapporto. La Corte ha chiarito che la pensione anticipata, basata su un requisito contributivo, è una scelta dell'agente e non rientra nelle cause di forza maggiore come l'età per la pensione di vecchiaia standard, previste dall'art. 1751 c.c.
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Cessione contratto agenzia: interpretazione decisiva
Una società di agenzia subentrava a un'altra, legata alla stessa proprietà, in un rapporto con una preponente. Il contenzioso verteva sulla natura di tale passaggio: una cessione del contratto di agenzia, con continuità giuridica, o due contratti distinti con una mera cessione del credito per l'indennità maturata. La Cassazione, confermando la decisione d'appello, ha stabilito che, in base all'interpretazione delle clausole scritte, si trattava di due rapporti autonomi, negando la tesi della simulazione e della cessione del contratto di agenzia, con importanti conseguenze sul calcolo delle indennità.
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Licenziamento collettivo: legittima la scelta per sedi
Un gruppo di dipendenti di una società di contact center ha impugnato il proprio licenziamento, sostenendo l'illegittimità della procedura di licenziamento collettivo perché limitata alla loro sede. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che un'azienda può limitare la platea dei lavoratori da licenziare a specifiche unità produttive se tale scelta è supportata da oggettive e comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive, come la distanza geografica e la non intercambiabilità delle professionalità.
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