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Art. 133 Codice Penale — Sezione Sesta Penale

Altri anni per Art. 133 Codice Penale

Droga parlata: condanna annullata senza prove certe
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio la condanna pronunciata nei confronti di un imputato per plurimi episodi di spaccio e acquisto di stupefacenti. L'accusa si fondava quasi esclusivamente su intercettazioni telefoniche generiche e prive del sequestro della sostanza, integrando la cosiddetta droga parlata. I giudici di merito avevano dedotto la consumazione dei reati da dialoghi scarni, dal silenzio successivo alle conversazioni e dalla mancata prova di spiegazioni alternative da parte della difesa. La Suprema Corte ha ribadito che la droga parlata impone un rigore probatorio elevatissimo: le intercettazioni ambigue non possono sostituire la prova certa del reato né invertire l'onere probatorio. Inoltre, i giudici hanno censurato la mancata motivazione sull'aumento della pena base rispetto al minimo edittale, imponendo un nuovo giudizio d'appello per rideterminare la responsabilità e il trattamento sanzionatorio.
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Graduazione della pena: minimo negato e condanna confermata
L'Imputato, condannato per plurime cessioni di eroina qualificate come fatto di lieve entità, ha proposto ricorso denunciando la carenza di motivazione nella quantificazione della sanzione inflitta. Il difensore sosteneva l'illegittimità della pena, fissata sopra il minimo e sopra la media di legge. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. I giudici hanno chiarito che la graduazione della pena rientra nella piena discrezionalità del giudice di merito. Una spiegazione particolarmente dettagliata si impone solo quando la condanna supera di gran lunga la misura media stabilita dalla legge. Nella vicenda esaminata, l'Autorità giudiziaria ha motivato in modo logico l'aumento della sanzione, evidenziando la recidiva, le trentotto iscrizioni sul casellario giudiziale e la dedizione abituale allo spaccio come unica fonte di reddito. L'Imputato perde definitivamente la causa e subisce anche la condanna alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Ricorso contro il patteggiamento: pena concordata e definitiva
Un imputato ha concordato l'applicazione della pena con il pubblico ministero davanti al giudice per le indagini preliminari. Subito dopo la pronuncia della sentenza, la difesa ha proposto un ricorso contro il patteggiamento lamentando un difetto di motivazione nella quantificazione della sanzione inflitta. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. La legge circoscrive il ricorso contro l'accordo a quattro motivi tassativi: vizi del consenso, difformità tra accordo e sentenza, qualificazione errata del fatto o illegalità della pena. La motivazione della pena concordata tra le parti non rientra tra i profili contestabili davanti ai giudici di legittimità. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la decisione impugnata e ha condannato il ricorrente alle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Termine per impugnare la sentenza e concordato penale
La Corte di appello accoglieva la richiesta di concordato avanzata dall'imputato e rideterminava la pena complessiva per diversi reati. L'imputato decideva tuttavia di impugnare la decisione davanti alla Corte di Cassazione, contestando la motivazione sulla misura della sanzione. Il ricorso arrivava tramite portale telematico cinque giorni dopo la scadenza dei quindici giorni previsti dalla legge, calcolati dalla lettura del verdetto emesso con motivazione immediata. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile: il rispetto del termine per impugnare la sentenza con motivazione contestuale impone il deposito entro quindici giorni precisi. Inoltre, chi concorda la pena con il pubblico ministero non può poi lamentare vizi di motivazione sull'entità della sanzione concordata. L'imputato perde la causa e subisce la condanna alle spese e a una sanzione di tremila euro in favore della cassa delle ammende.
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Particolare tenuità del fatto: risarcire non basta
Un uomo utilizzava una carta di credito rubata per pagare tre consumazioni al bar per un totale di 67,20 euro. Condannato a un anno di reclusione, chiedeva l'applicazione della particolare tenuità del fatto avendo poi risarcito 100 euro alla vittima, somma accettata integralmente. I giudici d'appello respingevano la richiesta definendo il pagamento tardivo e simbolico. La Corte di Cassazione chiarisce che la condotta riparatoria successiva al reato è sempre valutabile favorevolmente, anche se tardiva o parziale. Tuttavia, la Suprema Corte conferma la condanna: la particolare tenuità del fatto resta esclusa se l'imputato presenta precedenti penali specifici e condotte seriali contro il patrimonio, elementi che dimostrano l'abitualità del crimine.
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Spaccio di lieve entità: non c’è connivenza se gestisci l’auto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a diciotto mesi di reclusione e 2.500 euro di multa inflitta a una donna per concorso in spaccio di lieve entità di cocaina. L'imputata guidava l'automobile usata per raggiungere il luogo dell'incontro, ha consegnato al complice le chiavi per prelevare la dose dal veicolo e ha incassato i cinquanta euro pagati dall'acquirente. La difesa sosteneva che la donna fosse una mera spettatrice passiva e invocava la particolare tenuità del fatto e l'incertezza sul principio attivo tramite narcotest. I giudici hanno respinto il ricorso: la condotta attiva esclude la semplice connivenza e dimostra una piena collaborazione criminale. Inoltre, la collaudata organizzazione e i contatti telefonici frequenti impediscono l'applicazione della non punibilità.
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Cocaina pura e fatto di lieve entità: ricorso respinto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a tre anni e due mesi di reclusione per un'imputata sorpresa a trasportare 24 grammi di cocaina purissima suddivisa in cinquanta dosi. La difesa chiedeva di qualificare il trasporto quale fatto di lieve entità, evidenziando il modesto quantitativo, la spontanea consegna dello stupefacente e l'assenza di occultamento, oltre a richiedere le pene sostitutive. I giudici hanno respinto il ricorso. Il dato del peso non basta a garantire la minore gravità del reato se contrastato dall'elevatissimo principio attivo (95%), dal ruolo di corriere per conto terzi e da una recente condanna per lo stesso illecito. La recidiva e la mancata efficacia deterrente delle precedenti sanzioni escludono anche la conversione della reclusione in pene alternative, confermando l'inserimento non occasionale nella catena del traffico di droga.
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Espulsione dello straniero: obbligo di motivare la pericolosità
Il Tribunale condanna un cittadino straniero per resistenza a pubblico ufficiale e spaccio di lieve entità. Il giudice di primo grado omette qualsiasi valutazione sulla misura di sicurezza dell'espulsione a pena espiata. Il Pubblico Ministero impugna la sentenza per violazione di legge e mancanza di motivazione sul punto. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso e annulla parzialmente la sentenza. Il giudice ha il dovere inderogabile di valutare espressamente la pericolosità sociale del condannato. Tale obbligo sussiste sia per applicare l'espulsione sia per escluderla, anche nelle ipotesi di spaccio di lieve entità. La misura dell'espulsione dello straniero richiede infatti una motivazione autonoma e specifica, fondata sulla condotta e sulle condizioni dell'imputato. La causa torna quindi al Tribunale per un nuovo esame limitatamente all'allontanamento dal territorio nazionale.
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Concordato in appello: nessun ricorso sulla pena
L'Imputato ha definito il proprio giudizio di secondo grado tramite concordato in appello, concordando la sanzione con la Procura Generale e rinunciando agli altri motivi di impugnazione. Successivamente, ha proposto ricorso per Cassazione contestando la mancata valutazione dei criteri di dosimetria della sanzione previsti dall'articolo 133 del Codice Penale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che chi accetta una sanzione concordata non può contestare la motivazione sulla quantificazione della pena, a meno che la misura concordata sia contraria alla legge. I giudici hanno condannato l'Imputato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso contro il patteggiamento: pena concordata e sanzione
Un imputato ha concordato con la Procura una pena di tre anni e tre mesi di reclusione per reati di spaccio e resistenza a pubblico ufficiale. Il giudice ha recepito integralmente l'accordo. Successivamente, la difesa ha presentato un ricorso contro il patteggiamento dinanzi alla Corte di Cassazione, contestando l'eccessiva severità della sanzione e vizi di motivazione. I giudici supremi hanno respinto l'impugnazione dichiarandola inammissibile. La legge consente il reclamo solo per quattro motivi tassativi, tra cui difetti di volontà, errore sul reato contestato o pena palesemente illegale. Contestare la misura della pena concordata viola le regole processuali e ha comportato la condanna del ricorrente a pagare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Allarme al 118: c’è interruzione di pubblico servizio
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per interruzione di pubblico servizio a carico di un uomo che, in piena emergenza pandemica, aveva allertato inutilmente il 118 per due giorni consecutivi, ottenendo l'invio a vuoto di un'ambulanza. L'imputato sosteneva l'insussistenza del reato per il tempestivo rientro del mezzo di soccorso e chiedeva l'applicazione della non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici hanno respinto la tesi difensiva. La norma punisce non solo il blocco totale dell'attività, ma anche qualsiasi alterazione apprezzabile del suo regolare funzionamento. Nel contesto critico della pandemia, distogliere personale e mezzi sanitari già scarsi integra pienamente la lesione del servizio. La Corte ha inoltre escluso la tenuità dell'offesa data l'elevata intensità del dolo, accentuata dalla precedente esperienza dell'uomo come operatore sanitario.
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Tentata estorsione: la prescrizione parziale non dimezza la colpa
Un collaboratore esterno addetto alla cura del verde ha minacciato dipendenti e dirigenti di un complesso alberghiero per evitare il taglio dei propri incarichi e compensi. La vicenda giudiziaria ha visto cadere in prescrizione un primo episodio, mentre è rimasta ferma la colpevolezza per la tentata estorsione successiva. Nel rideterminare la pena, i giudici di merito hanno negato le attenuanti generiche e confermato la sanzione, considerando le continue intimidazioni e i precedenti comportamenti illeciti, seppur prescritti. L'uomo ha contestato la quantificazione della pena e la mancata concessione degli sconti sanzionatori. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'imputato: il giudice può motivare il rigetto delle attenuanti richiamando la gravità del dolo e può valutare anche fatti prescritti per pesare la personalità del colpevole.
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Fuga dai domiciliari: no alla particolare tenuità del fatto
L'imputato, sottoposto agli arresti domiciliari, si allontanava dalla propria abitazione percorrendo circa 18 chilometri. La Corte di appello lo assolveva applicando la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. Il Procuratore Generale ha proposto ricorso per Cassazione, lamentando l'omessa valutazione dell'abitualità del comportamento: l'uomo aveva infatti commesso altre due evasioni successive, per le quali era già intervenuta una condanna definitiva. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, affermando che il giudice deve considerare anche le condotte successive al reato. La presenza di due ulteriori delitti della stessa indole esclude la particolare tenuità del fatto per condotta abituale. I giudici di legittimità hanno pertanto annullato la sentenza con rinvio per un nuovo giudizio.
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Errore di calcolo nel patteggiamento: Cassazione taglia la pena
Un imputato patteggiava una condanna per detenzione di stupefacenti concordando la sanzione finale di quattro anni e sei mesi di reclusione, oltre alla multa. Il tribunale accoglieva l'intesa ma commetteva uno sbaglio matematico nella riduzione per il rito, applicando una pena superiore di venti giorni rispetto al patto tra le parti. L'uomo proponeva ricorso per cassazione contestando la mancata qualificazione del fatto come lieve entità e il vizio materiale sui conteggi della pena. La Suprema Corte ha giudicato inammissibile il motivo sulla gravità del reato, ma ha riscontrato l'effettivo errore di calcolo nel patteggiamento. I giudici hanno annullato la decisione senza rinvio limitatamente alla durata detentiva, eliminando i venti giorni ingiustificati e rideterminando la pena in quattro anni e sei mesi di reclusione in piena conformità all'accordo originario.
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Reato continuato: la Cassazione annulla la pena illegittima
L'Imputata ha subito una condanna per rapina aggravata e possesso illegale di munizioni e pistola a salve. La Corte di Appello ha rideterminato le sanzioni dopo un precedente annullamento della Suprema Corte. Tuttavia, i giudici territoriali hanno aumentato la sanzione per i reati minori senza applicare le dovute attenuanti, determinando una misura finale peggiorativa rispetto al primo grado. L'Imputata ha proposto ricorso denunciando gravi vizi procedurali. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso sul calcolo della pena nel reato continuato. I magistrati di legittimità hanno annullato la decisione di secondo grado con rinvio a una differente sezione della Corte di Appello, ordinando di motivare ogni incremento ed estendere tutte le attenuanti riconosciute.
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Cocaina addosso e a casa: spaccio e condanna confermata
La polizia controlla due uomini e trova il primo con 24 grammi di cocaina addosso. Nella casa del secondo scopre oltre un chilo di droga, novemila euro in contanti e il passaporto del primo individuo. I giudici condannano entrambi per concorso nel reato. Il primo imputato tenta di escludere la propria responsabilità per la scorta domestica, chiedendo la qualificazione in fatto di lieve entità. Il coimputato presenta invece ricorso personalmente senza avvocato cassazionista. La Corte di Cassazione dichiara inammissibili entrambi i ricorsi. La presenza di documenti personali nel cassetto con il denaro e il confezionamento identico delle dosi dimostrano la detenzione ai fini di spaccio in concorso sull'intero quantitativo.
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Favoreggiamento reale: la promessa verbale non basta
La Corte d'Appello condannava una donna per favoreggiamento reale, ritenendo penalmente rilevante un'intercettazione telefonica in cui lei acconsentiva a custodire per un giorno il denaro proveniente da un traffico di stupefacenti. Nel medesimo processo, due coimputati ricevevano condanne per traffico e cessione di sostanze illecite. La Suprema Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'imputata, chiarendo che il favoreggiamento reale non si perfeziona con il mero accordo o con una promessa verbale, ma esige un atto materiale idoneo ad assicurare il profitto del reato, come la ricezione effettiva dei beni. I giudici hanno annullato la condanna della donna con rinvio a un'altra sezione d'appello per accertare il passaggio materiale del denaro, dichiarando invece inammissibili i ricorsi dei complici.
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Spaccio di lieve entità: 930 euro e cocaina costano la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un imputato per spaccio di lieve entità e resistenza a pubblico ufficiale. I giudici hanno ritenuto legittimo il calcolo della pena basato sul concorso tra l'aggravante comune della non occasionalità e la recidiva specifica. L'autorità giudiziaria ha inoltre confermato la confisca di 930 euro in contanti. Tale somma, benché modesta, è risultata priva di giustificazione reddituale a fronte del possesso di novantotto grammi di cocaina.
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Evasione e recidiva: quando i precedenti penali prevalgono sulle attenuanti
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per evasione di un Lavoratore, già gravato da precedenti penali. Il caso verteva sul riconoscimento della recidiva e sul suo bilanciamento con le attenuanti generiche. Il Lavoratore aveva violato una misura di restrizione poco dopo essergli stata concessa, dimostrando una persistente inclinazione al crimine. La Suprema Corte ha ribadito che la valutazione della recidiva non può basarsi solo sui precedenti, ma deve considerare la concreta pericolosità sociale del reo e il legame tra i fatti. Ha ritenuto corretta la decisione dei giudici di merito che hanno dato prevalenza alla recidiva, giudicando inammissibile il ricorso.
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Ricorso per Cassazione Inammissibile: l’errore formale costa caro
Un imputato, già condannato per reati di droga, ha presentato un ricorso per Cassazione contro la sentenza che aveva stabilito la sua pena, contestando il calcolo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il motivo principale è che l'imputato ha presentato il ricorso personalmente, senza l'assistenza di un avvocato abilitato a patrocinare in Cassazione, come richiesto dalla legge. La normativa prevede infatti che solo un difensore specializzato possa proporre tale impugnazione. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato a pagare le spese processuali e una sanzione di tremila euro alla Cassa delle Ammende. Questo caso sottolinea l'importanza del rispetto delle procedure formali per la validità di un ricorso per Cassazione.
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