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Art. 118 Codice di Procedura Civile — Anno 2026

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Altri anni per Art. 118 Codice di Procedura Civile

Motivazione apparente: nullo il rinvio generico della CTR
Il Concessionario della riscossione ha impugnato la sentenza con cui la Commissione Tributaria Regionale aveva annullato un avviso di accertamento TARI emesso nei confronti di una Società. Il giudice d'appello aveva motivato la decisione richiamando semplicemente una propria precedente pronuncia, senza spiegarne il contenuto o i motivi applicabili al caso concreto. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Concessionario, rilevando una motivazione apparente. I giudici di legittimità hanno chiarito che il rinvio ad altri provvedimenti è nullo se manca un'autonoma valutazione critica delle questioni controverse. Di conseguenza, la sentenza è stata cassata con rinvio alla Corte di giustizia tributaria di secondo grado della Campania per un nuovo esame.
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Fisco e difetto di motivazione: la Cassazione annulla la sentenza
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento contro una società controllante, contestando l'omessa contabilizzazione di ricavi derivanti da servizi resi alla controllata a un prezzo ritenuto troppo basso. La Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado ha confermato l'atto impositivo respingendo l'appello della società con una motivazione estremamente sintetica, limitandosi a richiamare la decisione di primo grado. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società, sancendo il difetto di motivazione della sentenza d'appello. I giudici di legittimità hanno chiarito che la motivazione per relationem (per rinvio) è nulla se non mostra un autonomo apprezzamento critico delle censure sollevate dal contribuente. La causa è stata quindi rinviata per un nuovo esame.
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Valutazione del terreno edificabile: il Comune vince contro le vecchie stime
Il Comune ha impugnato la decisione della Commissione Tributaria Regionale che aveva rideterminato il valore di un'area ai fini IMU per il 2013. Secondo l'Amministrazione Comunale, i giudici di secondo grado non hanno considerato una delibera del Consiglio Comunale del 2013 che, introducendo una variante al piano urbanistico, aveva rimosso i vincoli di inedificabilità del comparto, aumentandone il valore reale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Comune, evidenziando che la sentenza precedente mancava di una reale analisi sull'evoluzione della situazione urbanistica. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la decisione impugnata e ha rinviato la causa alla Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado della Campania per una corretta valutazione del terreno edificabile, tenendo conto della delibera omessa.
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Restituzione delle somme pagate: l’azienda vince in Cassazione
Un lavoratore ha ottenuto in primo grado la condanna dell'azienda al pagamento di differenze retributive e straordinari. L'azienda ha pagato quanto stabilito, ma ha poi proposto appello. La Corte d'Appello ha ridotto drasticamente la somma dovuta, escludendo gli straordinari. L'azienda ha quindi richiesto la restituzione delle somme pagate in eccedenza. Tuttavia, i giudici d'appello hanno omesso di pronunciarsi su questa richiesta. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'azienda, stabilendo che la richiesta di restituzione delle somme pagate in esecuzione della sentenza di primo grado non costituisce una domanda nuova ed è pienamente ammissibile in appello. La sentenza è stata cassata con rinvio per decidere sulla restituzione.
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Compensazione delle spese di lite: vietata se il cittadino vince
Un cittadino ha vinto una causa contro l'Ente Previdenziale sia in primo grado che in appello. Tuttavia, la Corte d'Appello, decidendo come giudice di rinvio, ha disposto la compensazione delle spese di lite per tutti i gradi di giudizio. Il cittadino ha fatto ricorso in Cassazione contestando questa decisione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che il giudice di rinvio non può modificare la ripartizione delle spese dei gradi precedenti se conferma la decisione originaria, ma può decidere solo sulle spese della fase di impugnazione. Di conseguenza, la sentenza è stata annullata sul punto e la causa è stata rinviata per una nuova e corretta regolamentazione delle spese legali.
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Pensione di vecchiaia anticipata: sì ai contributi misti
Una lavoratrice ha richiesto l'accesso alla pensione di vecchiaia anticipata, avendo accumulato oltre venti anni di contributi entro il 2012, suddivisi tra lavoro dipendente e lavoro autonomo nella gestione commercianti. L'istituto previdenziale ha respinto la domanda, sostenendo che i venti anni di contributi dovessero derivare esclusivamente da lavoro dipendente privato. La Corte d'Appello ha confermato il rifiuto. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della lavoratrice, stabilendo che il requisito contributivo minimo può essere raggiunto cumulando i contributi versati in diverse gestioni dello stesso ente. La Suprema Corte ha chiarito che la legge non impone l'esclusività del lavoro dipendente per il calcolo dei venti anni, valorizzando il principio di unità del rapporto previdenziale. La sentenza impugnata è stata quindi cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Trasferimento di ramo d’azienda: dipendenti contro cessione
Un gruppo di dipendenti ha contestato la cessione del proprio reparto da un'azienda di servizi informatici a un'altra società, sostenendo che non si trattasse di una vera porzione autonoma e preesistente. I lavoratori hanno chiesto l'annullamento del passaggio e il reintegro presso il datore di lavoro originario. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando la legittimità dell'operazione. I giudici hanno stabilito che il trasferimento di ramo d'azienda è valido anche quando l'attività si basa prevalentemente sulle competenze tecniche del personale (ramo dematerializzato), purché mantenga la propria autonomia operativa. Di conseguenza, i contratti di lavoro proseguono regolarmente con la società acquirente.
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Integrazione salariale agricola: negato il sussidio per il freddo
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una cooperativa attiva nella manutenzione del verde che richiedeva l'integrazione salariale agricola per i propri dipendenti durante il periodo invernale. La società aveva giustificato la sospensione dei lavori adducendo una breve stasi stagionale dovuta al semplice abbassamento delle temperature. I giudici hanno chiarito che la stasi stagionale è invocabile solo dalle imprese agricole che coltivano direttamente la terra. Per le aziende di manutenzione del verde, invece, la sospensione è legittima solo in presenza di intemperie stagionali eccezionali, come neve o gelo, debitamente provate tramite bollettini meteorologici ufficiali. Il semplice freddo invernale costituisce un evento ordinario e prevedibile, inidoneo a giustificare il trattamento assistenziale richiesto. Di conseguenza, l'ente previdenziale non è tenuto a erogare l'indennità.
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Retribuzione di risultato: vince l’Ente se mancano i fondi
Due dipendenti pubblici hanno ottenuto un decreto ingiuntivo contro l'Amministrazione Pubblica per il pagamento della retribuzione di risultato del 2013. La Corte d'Appello ha dato ragione ai lavoratori, ritenendo il credito certo ed esigibile nonostante un accordo sindacale integrativo avesse evidenziato la carenza di risorse finanziarie. L'Amministrazione Pubblica ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la retribuzione di risultato non è un emolumento automatico. Essa presuppone la previa fissazione e verifica degli obiettivi, ed è strettamente subordinata alla concreta disponibilità di bilancio dell'ente. Di conseguenza, la Cassazione ha revocato i decreti ingiuntivi, accogliendo le ragioni dell'Amministrazione Pubblica.
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Retribuzione di risultato: niente bonus se mancano i fondi
Un dipendente pubblico ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro l'Amministrazione per il pagamento di circa 1.600 euro a titolo di indennità per l'anno 2013. La Corte d'Appello ha confermato il diritto del lavoratore, ritenendo il credito certo ed esigibile nonostante la carenza di fondi dichiarata dall'ente. L'Amministrazione ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la retribuzione di risultato non è una voce automatica dello stipendio. Essa presuppone la fissazione di obiettivi, la verifica del loro raggiungimento e la reale disponibilità finanziaria dell'ente, definita dagli accordi sindacali. Di conseguenza, i giudici hanno revocato il decreto ingiuntivo, respingendo le pretese del lavoratore.
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Revoca degli sgravi contributivi: l’INPS vince in Cassazione
L'INPS ha contestato la decisione della Corte d'Appello che vietava il recupero retroattivo delle agevolazioni concesse a un'azienda di trasporti. La Cassazione ha accolto il ricorso dell'ente previdenziale, stabilendo che la revoca degli sgravi contributivi è legittima anche per i periodi precedenti all'accertamento dell'irregolarità. Il DURC ha infatti un valore puramente certativo e non costitutivo. La regolarità contributiva rappresenta un requisito unitario e inscindibile per l'intero periodo di validità del documento. Di conseguenza, l'accertamento di una violazione, anche parziale, comporta la perdita dei benefici per l'intero arco temporale coperto dal certificato, rendendo legittimo il recupero delle somme da parte dell'INPS.
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Motivazione apparente: la Cassazione ferma la tassa sui rifiuti
Una società riceve un'ingiunzione di pagamento per la tassa sui rifiuti (TIA). I giudici di secondo grado dichiarano inammissibile il ricorso, ritenendo che la società avrebbe dovuto impugnare prima le delibere di determinazione della tariffa. La società ricorre in Cassazione, lamentando che la sentenza d'appello si è limitata a copiare la decisione di primo grado senza spiegare perché tali delibere fossero autonomamente impugnabili. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso per motivazione apparente. I giudici di legittimità chiariscono che è nulla la sentenza che si limita ad aderire acriticamente alla decisione precedente senza esaminare i motivi di appello proposti dal contribuente. La causa viene quindi rinviata alla Corte di Giustizia Tributaria per un nuovo esame.
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Motivazione apparente: la Cassazione annulla la sentenza copia-incolla
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento contro una Società Contribuente, contestando crediti d'imposta non documentati. I giudici di primo grado hanno annullato l'atto e la decisione è stata confermata in appello con una sentenza che si limitava a richiamare la pronuncia precedente. L'Amministrazione Finanziaria ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando una motivazione apparente. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la tecnica del rinvio ad altri atti è valida solo se il giudice d'appello esamina criticamente e autonomamente i motivi di impugnazione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza d'appello e ha rinviato la causa a un nuovo collegio per un esame approfondito e motivato.
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Avviso di rettifica e liquidazione: valido anche senza allegati
I Contribuenti hanno impugnato l'avviso di rettifica e liquidazione con cui l'Amministrazione Finanziaria ha rideterminato il valore dell'avviamento di una tabaccheria ceduta, ricalcolando l'imposta di registro. La Corte di Giustizia Tributaria ha rigettato l'appello, confermando la legittimità dell'atto impositivo basato su formule matematiche e sul listino prezzi FIMAA. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei contribuenti, confermando che l'avviso di rettifica e liquidazione è valido anche se non allega documenti facilmente reperibili come i listini di settore. Inoltre, la motivazione della sentenza d'appello che richiama quella di primo grado (per relationem) è legittima se consente di ricostruire l'iter logico del giudice. Spetta al contribuente l'onere di fornire prove concrete e alternative per smentire la valutazione dell'ufficio.
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Motivazione apparente: la Cassazione salva il Comune condannato
Un agricoltore ha chiesto il risarcimento dei danni subiti a causa dell'inquinamento dei suoi terreni, provocato dall'esondazione di un fiume contaminato da rifiuti tossici. Il Tribunale ha condannato diverse amministrazioni pubbliche, escludendo il Comune per prescrizione. In appello, la decisione è stata ribaltata, condannando anche il Comune in solido. La Corte d'appello ha motivato la decisione richiamando semplicemente un altro precedente giudiziario tra le stesse parti, senza analizzare autonomamente le contestazioni sollevate. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Comune, ravvisando una motivazione apparente che viola il minimo costituzionale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha cassato la sentenza e ha rinviato la causa alla Corte d'appello per un nuovo esame.
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Contributo di solidarietà: INPS vince contro i pensionati d’oro
Alcuni ex dipendenti telefonici, titolari di trattamenti pensionistici derivanti da un fondo speciale soppresso, hanno contestato le modalità di calcolo del contributo di solidarietà applicato dall'ente previdenziale sulle loro pensioni. La Corte d'Appello aveva dato ragione ai pensionati, stabilendo che il prelievo dovesse applicarsi solo sulla differenza tra la pensione speciale e quella calcolata con le regole del regime generale. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'ente previdenziale. I giudici hanno chiarito che il contributo di solidarietà deve essere calcolato sull'intera quota del trattamento pensionistico maturato nella gestione speciale prima della sua soppressione. Questa misura serve a garantire la stabilità finanziaria dell'intero sistema previdenziale. Di conseguenza, la richiesta di rimborso dei pensionati è stata definitivamente respinta.
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Azione revocatoria ordinaria: Fisco batte vendita simulata
L'Agenzia delle Entrate Riscossione ha promosso un'azione revocatoria ordinaria contro una società acquirente e i soci di una società venditrice estinta, per dichiarare inefficace la vendita di diversi immobili. La venditrice aveva infatti accumulato ingenti debiti fiscali. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società acquirente. I giudici hanno confermato l'inefficacia dell'atto evidenziando indizi precisi: il legale rappresentante dell'acquirente era anche socio della venditrice, ed era stata venduta una pluralità di immobili. La Suprema Corte ha ribadito che la congruità del prezzo non esclude la consapevolezza del danno ai creditori, condannando la ricorrente anche per lite temeraria.
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Rimborso accise energia elettrica: utenti contro colossi energetici
Una società utente ha citato in giudizio l'azienda fornitrice di energia per ottenere il rimborso accise energia elettrica indebitamente pagate a titolo di addizionale provinciale negli anni 2010 e 2011. Il Tribunale ha accolto la domanda, ma la Corte d'appello ha ribaltato la decisione. La Corte di Cassazione ha infine accolto il ricorso dell'utente, confermando che l'addizionale provinciale sulle accise è illegittima perché contraria al diritto dell'Unione Europea e dichiarata incostituzionale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha cassato la sentenza d'appello e ha rinviato la causa per un nuovo esame, stabilendo il diritto dell'utente a riottenere le somme versate ingiustamente.
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Revoca della pensione anticipata: la Cassazione dà torto all’INPS
L'Ente Previdenziale ha disposto la revoca della pensione anticipata di un lavoratore, chiedendo la restituzione di oltre 114.000 euro. L'ente sosteneva che i contributi figurativi accumulati durante la Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (CIGS) non fossero validi a causa di un presunto distacco fittizio del dipendente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ente previdenziale. I giudici hanno stabilito che la cassa integrazione è pienamente compatibile con il distacco e che l'atto di collocazione in CIGS revoca implicitamente il distacco stesso. Di conseguenza, i contributi figurativi sono legittimi e la revoca della pensione anticipata è nulla. L'ente previdenziale è stato condannato a ripristinare il trattamento pensionistico e a pagare le spese di giudizio.
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Eccezione di inadempimento: basta contestare i danni per non pagare
Un committente si oppone al decreto ingiuntivo di un geometra per prestazioni professionali, contestando l'incompetenza del professionista su alcune attività di progettazione, dichiarate poi nulle. Il committente solleva l'eccezione di inadempimento chiedendo il risarcimento dei danni per errori catastali e ritardi. La Corte d'Appello ritiene l'eccezione tardiva perché non formulata espressamente. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del committente, stabilendo che l'eccezione di inadempimento non richiede formule sacramentali o espresse, essendo sufficiente che la volontà di sollevarla emerga chiaramente dall'insieme delle difese presentate fin dal primo grado. La sentenza viene cassata con rinvio.
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