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Verbalizzanti

Definizione

I pubblici ufficiali, tipicamente appartenenti alle forze dell'ordine, che redigono un verbale per attestare le operazioni compiute e i fatti accertati durante il loro servizio.

Orientamento della Cassazione

Su LexCED 37 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 92% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.

Esito del ricorso

  • Accolto, anche in parte 6%
  • Inammissibile 92%
  • Altro 3%

Provvedimenti per anno

2022 2023 2024 2025 2026

Sezioni

  • Penale Sez. 795%
  • Penale Sez. 53%
  • Civile Sez. 63%

Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Multa contestata: la Cassazione valida la Testimonianza agenti verbalizzanti
Un Cittadino ha ricevuto una multa per violazione del Codice della Strada. Ha contestato il verbale, sostenendo l'incapacità a testimoniare degli agenti verbalizzanti, poiché riteneva avessero un interesse diretto nel giudizio. Il Tribunale aveva rigettato questa eccezione e la contestazione nel merito. Il Cittadino ha presentato ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che la testimonianza agenti verbalizzanti è valida, in quanto gli agenti non hanno un interesse personale e concreto che li renda incapaci. Inoltre, il ricorso presentava questioni non sollevate nei gradi precedenti e chiedeva una rivalutazione dei fatti, non consentita in Cassazione. Il Cittadino ha quindi perso la causa e dovrà pagare un ulteriore contributo unificato.
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Impiego di lavoratori irregolari: controlli e sanzioni
La titolare di un esercizio commerciale è stata condannata per l'impiego di lavoratori irregolari dopo un controllo delle forze dell'ordine. Gli agenti hanno sorpreso una cittadina straniera, priva di regolare permesso di soggiorno, mentre gestiva e preparava gli ordini all'interno del locale con appunti alla mano. La difesa sosteneva che la donna fosse presente solo per sostenere un colloquio di lavoro e ha addotto la testimonianza del marito dell'imputata. I giudici hanno respinto la versione difensiva a causa del contrasto diretto con quanto accertato dal pubblico ufficiale e della parzialità del testimone. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la piena responsabilità della titolare e condannandola alle spese processuali.
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Mancata risposta al citofono e delitto di evasione: la condanna
La persona sottoposta a misura cautelare domiciliare non rispondeva alle insistenti verifiche delle Forze dell'Ordine, le quali bussavano ripetutamente alla porta per lungo tempo. I giudici di merito ritenevano configurato il delitto di evasione, valorizzando l'accuratezza e la durata del controllo rispetto alle precedenti occasioni in cui la persona era stata prontamente trovata all'interno dell'abitazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla difesa per la riproposizione di motivi già ampiamente superati, condannando l'imputata alle spese processuali e a una sanzione di tremila euro.
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Porto di oggetti atti ad offendere: no a scuse tardive
Un cittadino subisce una condanna per il reato di porto di oggetti atti ad offendere senza una valida ragione durante un controllo delle Forze dell'Ordine. L'imputato presenta ricorso per Cassazione, sostenendo di poter dimostrare la legittimità del trasporto anche in un momento successivo al fermo e invocando la particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione respinge integralmente le tesi difensive, sancendo che la giustificazione deve essere fornita nell'immediatezza del controllo per permetterne la verifica istantanea da parte dei verbalizzanti. Inoltre, l'esimente della particolare tenuità non può essere richiesta per la prima volta nel giudizio di legittimità. I giudici dichiarano il ricorso inammissibile e condannano il ricorrente al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di evasione: la Cassazione boccia il ricorso
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso presentato da un'imputata condannata per il reato di evasione. I controlli effettuati dalle forze dell'ordine avevano accertato l'allontanamento non autorizzato dell'interessata dal luogo stabilito. La difesa ha impugnato la sentenza di secondo grado lamentando un presunto difetto di motivazione e richiamando principi giurisprudenziali astratti. I giudici supremi hanno respinto l'impugnazione dichiarandola inammissibile: il ricorso non contestava elementi concreti della ricostruzione probatoria ma si limitava a formule teoriche generiche. Di conseguenza, la condanna originaria è divenuta definitiva con l'ulteriore sanzione pecuniaria a carico della ricorrente in favore della Cassa delle ammende.
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Resistenza a pubblico ufficiale: non vale l’atto arbitrario
L'Imputato ha aggredito la compagna e un rivale in strada. All'arrivo delle forze dell'ordine, si è opposto con violenza al controllo di identificazione, scalciando e dimenandosi durante l'ingresso nell'auto di servizio. In sede giudiziaria, la difesa ha invocato la causa di non punibilità sostenendo che l'operato degli agenti fosse un atto arbitrario e sproporzionato. La Corte di Cassazione ha rigettato questa tesi. I giudici hanno stabilito che la resistenza a pubblico ufficiale resta punibile poiché la richiesta di identificazione era doverosa e legittima, vista la precedente condotta aggressiva. Il ricorso dell'imputato è stato dichiarato inammissibile, con la condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Minacce al pubblico ufficiale: inammissibilità del ricorso penale
L'Imputato rivolgeva espressioni minatorie verso un pubblico ufficiale durante il compimento di un atto del proprio ufficio. I giudici di merito lo condannavano basandosi sulla testimonianza dell'agente verbalizzante e sulla chiara carica intimidatoria delle frasi. L'Imputato proponeva quindi ricorso davanti alla Corte di Cassazione, limitandosi a denunciare una violazione generica sulla valutazione delle prove. I Supremi Giudici hanno confermato la piena colpevolezza dell'uomo, sancendo la netta inammissibilità del ricorso penale poiché non contrastava in modo critico e puntuale le motivazioni dei gradi precedenti. L'Imputato deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Resistenza a pubblico ufficiale: no alla tenuità del fatto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato contro la condanna per il reato di resistenza a pubblico ufficiale. I giudici hanno ritenuto pienamente attendibili le dichiarazioni fornite dalle forze dell'ordine durante il processo. La Suprema Corte ha inoltre respinto la richiesta di applicare la non punibilità per particolare tenuità del fatto, poiché la difesa non aveva sollevato questa specifica eccezione durante il giudizio di appello. I giudici di legittimità non possono infatti rivalutare ricostruzioni fattuali mai introdotte nei gradi precedenti. L'Imputato ha perso definitivamente il procedimento ed è stato condannato a sostenere le spese di giudizio e a versare una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso rigettato e calcolo della pena: la condanna resta ferma
L'Imputato e stato condannato per i reati di violenza e minaccia nei confronti di diversi pubblici ufficiali. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione contestando la responsabilita penale e lamentando un presunto errore nel calcolo della pena. Secondo la difesa, i giudici di merito avrebbero aumentato illegittimamente la sanzione base. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perche le doglianze erano una mera riproposizione di argomenti gia ampiamente smentiti nei precedenti gradi di giudizio. I giudici hanno chiarito che il corretto calcolo della pena, partita dal minimo edittale di sei mesi e giunta ad un anno di reclusione, deriva dall'applicazione della recidiva e dall'aumento per la continuazione interna, giustificato dalla reiterazione delle minacce contro piu agenti. L'Imputato deve quindi scontare la condanna definitiva e pagare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Oltraggio a pubblico ufficiale: ricorso respinto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per i reati di minaccia e oltraggio a pubblico ufficiale. La difesa contestava la ricostruzione dei fatti effettuata dai giudici di merito basandosi sui verbali delle forze dell'ordine intervenute sul posto. L'imputato si è limitato a citare principi generali sull'obbligo di motivazione senza evidenziare specifici errori logici o giuridici commessi nel corso del processo precedente. I giudici supremi hanno accertato la correttezza della decisione emessa dalla Corte di Appello. Di conseguenza, la Corte di Cassazione ha confermato integralmente la condanna per il reato di oltraggio a pubblico ufficiale e minaccia, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Dalla condanna per droga al ricorso per cassazione inammissibile
La Corte d'Appello confermava la condanna nei confronti dell'imputato per reati legati agli stupefacenti, basandosi sui controlli operati dai pubblici ufficiali. L'imputato proponeva impugnazione davanti ai giudici di legittimità, limitandosi a contestare la valutazione delle prove con generiche massime teoriche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso per cassazione inammissibile a causa della manifesta infondatezza delle censure. La difesa non ha evidenziato vizi specifici nella motivazione della sentenza impugnata. Di conseguenza, i giudici hanno confermato integralmente la condanna originaria e hanno inflitto all'imputato il pagamento delle spese di giudizio unitamente a una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Guida senza patente: il controllo nel database blocca il ricorso
Il caso riguarda un automobilista sanzionato per guida senza patente. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che la prova della recidiva non potesse basarsi esclusivamente sulla consultazione della banca dati delle forze dell'ordine da parte degli agenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la contestazione sulla recidiva non era stata sollevata durante il precedente giudizio di appello, dove la difesa si era limitata a chiedere la particolare tenuità del fatto e la riduzione della pena. Di conseguenza, per legge, non è possibile proporre per la prima volta in Cassazione questioni non trattate in appello. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no ai fatti in terzo grado
Un cittadino propone ricorso in Cassazione contro la condanna emessa dalla Corte d'Appello. La Suprema Corte dichiara l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché i motivi presentati riguardano esclusivamente questioni di fatto e non di diritto. La difesa si è limitata a riproporre le stesse contestazioni già respinte nei precedenti gradi di giudizio, senza contestare validamente le prove fornite dai verbali delle forze dell'ordine e dai certificati medici. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Resistenza a pubblico ufficiale: ricorso respinto e multa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di resistenza a pubblico ufficiale e altre imputazioni. Il ricorrente aveva contestato la decisione della Corte d'Appello, ma i giudici di legittimità hanno ritenuto i motivi di ricorso del tutto generici e manifestamente infondati. La sentenza impugnata conteneva infatti prove evidenti della condotta violenta e minatoria tenuta dall'uomo contro le forze dell'ordine durante un controllo. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna, obbligando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Resistenza a pubblico ufficiale: afferrare l’agente costa caro
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per il reato di resistenza a pubblico ufficiale. Il fatto originario consiste nell'aver afferrato con forza il braccio di un agente delle forze dell'ordine durante un controllo, manifestando una condotta minatoria e oppositiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché basato su contestazioni di fatto non proponibili in sede di legittimità. Di conseguenza, l'Imputato perde la causa ed è condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: condannato il bugiardo
Un automobilista, fermato alla guida di un autocarro per violazioni del Codice della Strada, ha fornito agli agenti le generalità del fratello per evitare le sanzioni. L'inganno è emerso poiché il fratello non era mai stato informato dell'arrivo delle multe presso il proprio domicilio. L'uomo è stato quindi condannato per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dal conducente, poiché i motivi di impugnazione si limitavano a riproporre le stesse difese già respinte nei precedenti gradi di giudizio, senza contestare in modo specifico le motivazioni della sentenza d'appello. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Resistenza a pubblico ufficiale: quando la protesta diventa reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per resistenza a pubblico ufficiale. L'imputato aveva ostacolato gli agenti verbalizzanti con una condotta minatoria che andava oltre la semplice protesta. I giudici hanno confermato che il ricorso si limitava a richiedere una inammissibile rivalutazione dei fatti già accertati nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa ed è condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Resistenza a pubblico ufficiale: quando il ricorso costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di resistenza a pubblico ufficiale. L'imputato aveva contestato in Cassazione la propria responsabilità penale, sostenendo che le frasi rivolte agli agenti non fossero realmente minacciose. Tuttavia, i giudici hanno rilevato che nel precedente giudizio d'appello l'uomo aveva contestato unicamente l'entità della pena, accettando implicitamente la colpevolezza. Di conseguenza, non è possibile sollevare per la prima volta in sede di legittimità questioni di merito non discusse in appello. Inoltre, stabilire la reale gravità delle minacce richiede una ricostruzione dei fatti che spetta solo ai giudici di merito e non alla Cassazione. Il ricorrente è stato condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Resistenza a pubblico ufficiale: quando la fuga diventa reato
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per il reato di resistenza a pubblico ufficiale. Durante un inseguimento, l'uomo non si è limitato a fuggire, ma ha compiuto manovre stradali pericolose per impedire alle forze dell'ordine di raggiungerlo, mettendo a rischio l'incolumità degli agenti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la resistenza a pubblico ufficiale si configura quando la fuga non è un comportamento passivo, ma si traduce in condotte attive e pericolose che ostacolano concretamente l'esercizio della funzione pubblica, generando una reale percezione di pericolo per gli inseguitori. Di conseguenza, L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Guida in stato di ebbrezza: alcoltest valido pur se illeggibile
Il Conducente viene condannato per il reato di guida in stato di ebbrezza. La difesa propone ricorso in Cassazione sostenendo l'invalidità dell'alcoltest a causa della scarsa leggibilità del libretto metrologico dell'etilometro. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che l'esito positivo dell'alcoltest costituisce una prova legale dello stato di alterazione. Spetta alla difesa dimostrare eventuali difetti di funzionamento o la mancanza di omologazione dell'apparecchio. Nel caso specifico, il corretto funzionamento e la validità delle verifiche periodiche sono stati confermati non solo dai documenti, ma anche dalla testimonianza dell'agente verbalizzante. Il Conducente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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